Parlo di me

1. l’antefatto motivante

Il motivo di questa area di riflessione sulle mie origini, un ripensare e descrivere le mie origini,la mia vita, è incidentale. Casualmente mi trovo in mano l’11 Giugno sul resto del Carlino, giornale che raramente ho occasione di leggere, una recensione di un libro sull’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale (“Italia in guerra” di Piero Melograni), recensione che capita a fagiolo con l’anniversario, il 70.mo, della sciagurata  decisione del nostro Paese.

Fin qui nulla di strano, altre volte mi è capitato di leggere e molto nella mia famiglia si è parlato di quella tragica data, per il diretto coinvolgimento che ebbe e per gli eventi che ne seguirono.

Ricevo invece una scossa, sono profondamente colpito dalla citazione del recensore che riporta il diario di Piero Calamandrei  (docente di diritto, estensore del codice di procedura civile del 1942; padre della nuova Patria e della Costituzione) che sul diario, nel giorno dell’entrata in guerra scrive:

“dove andiamo ? Che sarà di noi ?  Si aspetta di ora in ora l’entrata in guerra dell’Italia, perché ? Mi avvertono che Mussolini tra poco meno di un’ora parlerà al popolo. Immediata dichiarazione di guerra o ultimatum di pace ? Questi istanti vanno colti come gli ultimi di una dolce epoca finita.

Maramaldo ha dichiarato la guerra: senza neppure tentare di giustificare la pugnalata alla schiena del ferito che si difende dall’aggressore. L’infamia è così enorme che si rimane come schiacciati. Da oggi qualunque cosa succeda, il fascismo è finito. Si può proprio dire che per l’Italia da oggi  comincia una novella storia. Forse più tragica e vile: ma insomma cambieranno presto i burattini.”

Questa lettura mi sconcerta e mi fa tornare bambino, quando quel giorno e i successivi la mia famiglia li visse possiamo dire in prima linea; casualmente coinvolta.

Giorni che indelebilmente segnarono il familiare futuro e che mi furono trasmessi, diciamo così con il pane e la minestra di casa.

Lo sconcerto non deriva dal ritornare alla data, bensì dal testo del diario che dalla sua Firenze Calamandrei  registra nel momento in cui i fatti avvenivano: è impressionante la valutazione eguale, direi identica a quella dei miei famigliari, perfino con le stesse parole.

Riflettendoci ho pensato che questa esperienza possa aiutare a capire, a tanti anni di distanza,  dai ricordi che man mano ritornano alla memoria, una vicenda non banale, perigliosa e che per me mantiene un peso rilevante; una parte ben presente di me, nonostante il tempo trascorso..

Spero che non sia inutile e che permetta a chi ne avesse interesse di farsi una idea inusuale, diversa,  di ciò che rappresentò quella data per una famiglia italiana che la visse a Parigi.

2. la famiglia patriarcale

Mio padre, falegname ebanista e capo cantiere per lavori di edilizia civile (allora erano frequenti attività non proprio contigue, da condursi  secondo ciò che capitava al momento), nasce nel 1891 in un paesello del Friuli una dozzina di chilometri a Nord di Udine, zona del Collio, rinomata già allora per i suoi vini, bianchi soprattutto.

Poco conosco della sua gioventù e della sua vita: i genitori allora, almeno così ricordo, erano poco propensi a raccontarsi in famiglia, con i figli in particolare. Anche quando la curiosità infantile muoveva domande sulla movimentata sua vita  mio padre accesa accuratamente la pipa sviava amabilmente il discorso affrontando un altro argomento.

Una riservatezza direi naturale, che almeno in me faceva l’effetto di ingigantire le sue avventure, avvolte come restavano nella nebbia da cui si coglieva qualche profilo e qualche deduzione riflessa da racconti e saltuarie visite dei parenti.

Sì perché la mia famiglia o meglio, le famiglie dei miei genitori,  erano numerose: 9 i fratelli cresciuti di mia madre (un paio d’altri morti nella prima infanzia), 4 quelli di mio padre.

Famiglia patriarcale con un fondo agricolo  che, come poteva, radunava e sfamava tre generazioni con una trentina di persone adulte, fra mariti e mogli degli zii, e alcuni, numerosi rampolli come del resto ero io.

Famiglia patriarcale, dallo spessore concreto e pratico del contadino che lavora la sua terra, fortemente attaccata al paese, al Friùl; alla màri lenghe (alla lingua madre), che è poi il dialetto allora parlato da tutti. Perfino in chiesa la messa Tridentina recitata in latino era frequentemente inframmezzata da preghiere in friulano (le orazioni erano anche in famiglia recitate in friulano, cosa che avveniva in molte case; ho in memoria la cantilena dell’ave marie). La predica nella chiesetta  naturalmente nella lingua parlata nella màri lenghe (lingua madre il friulano..), dal parroco recitata non dal pulpito ma, dalla balaustra, al livello dei fedeli davanti a loro (rigorosamente separati: i maschi nei banchi a sinistra, le donne con sul capo un velo di pizzo bianco a destra). “Méi chiars” (miei cari), così iniziava sempre il colloquio (perché tale era, piuttosto che la predica come la conosciamo oggi). Méi chiars amava ricordare mio fratello maggiore quando parlava della glesiute (la chiesuola) di quella vita locale, per lui meno episodica e più sistematica della  mia, venuta 15 anni dopo. Sì perché mio fratello e mia sorella nacquero 15 anni prima che io venissi in questo mondo.

3.  il Friuli di quei tempi

Terra di confine il Friuli, entrato a far parte tardi della Serenissima, intorno al 1400, fu sempre oggetto di ripartizione fra l’area propriamente veneta (Udine e Pordenone) e l’area Est di Gorizia e val Natisone.

Quando con la seconda guerra di indipendenza del 1860, grazie ai Francesi e poi con il 1866 l’Italia alleata alla Prussia, il Veneto passò all’Italia, il Friuli  rimase diviso con l’area Est agli Asburgo, a far parte dell’imperialregio governo di Vienna e l’area Ovest parte del regno d’Italia.

Mi soffermo su questo aspetto perché un tratto del confine era tracciato dal fiume Torre, ai cui pressi nel lato Est, era la famiglia di mio padre. La famiglia di mia madre distava poco, un cinque chilometri, ma in Italia, dal lato Ovest del fiume.

L’unione all’Italia avvenne con la fine della Grande Guerra, nel 1918.

Come non mai quindi è pertinente il termine terra di confine; situazione che incise non poco nelle scelte e nei comportamenti di mio padre nella sua gioventù e nell’età matura. Il forte senso di appartenenza al Friuli come entità unitaria, il rifiuto della sua separazione. Di qui come di là si parlava solo friulano, le scuole comunali insegnavano l’italiano: ne parla la storia di quella terra quanto fosse radicato e forte il senso di comunità e contemporaneamente di autonomia. Perfino in epoca di dominio della Serenissima il Parlamento dei Comuni (rappresentanza delle comunità, diversa e distinta dai Nobili e dalla Chiesa) aveva riconosciuto il suo diritto di rappresentanza e potestà decisionale suprema sulle questioni della comunità.

Oltre ad alcune pubblicazioni in friulano, sempre presenti già allora, la lingua scritta, le scuole, i libri, i giornali locali tutti in italiano; il tedesco nella sua declinazione asburgica, veniva insegnato nelle poche scuole superiori; per l’italiano ve ne era una ma dall’altra parte:  a Udine, per quanto mi rimane impresso, scuola privata condotta da non ricordo più quale ordine religioso.

Già ma bisogna sapere che il fiume Torre (un grosso letto di un cinquantina di metri almeno che vedeva e vede tuttora fasi di piena in autunno a pietrosa siccità nel periodo estivo), determinava il confine fra l’imperialregio governo austroungarico e l’Italia, a circa due chilometri da casa.

Udine infatti era italiana e la scuola, le strade, i riferimenti del paese erano per la famiglia di mio padre orientati verso Est: Cividale, Gorizia, Monfalcone o Trieste.

La lingua germanica non era imposta anche se nei capoluoghi la scuola superiore aveva quale lingua e libri scolatici l’impiego sistematico del tedesco. I frequentanti delle scuole superiori erano però una esigua minoranza; forse l’uno o il due per cento.

Questo l’humus culturale nel quale mio padre crebbe e formò la sua giovinezza.

4. le scelte di mio padre nel corso della  Grande Guerra

Finito il quadretto che descrive la famiglia, raccontiamo di mio padre. Aveva 23 anni nel 1914 quando scoppiò la prima guerra mondiale. Viveva in un Friuli asburgico, “imperialregio”, guidato da Francesco Giuseppe; Friuli non ancora italiano quindi, in cui sentiva e viveva con sofferenza lo stato di “separazione” dalla fidanzata (dalla promessa, si diceva allora), dalle regioni italiane, dall’Italia, che sentiva il suo paese.

Scoppiata la guerra fra Germania e Francia, prodotta da esigenze di predominio nazionale ed economico, giustificata con la motivazione cervellotica dell’attentato di un anarchico nazionalista serbo a Sarajevo.  L’Italia del tempo, ancora permeata dal buon senso e pragmatismo giolittiano, decise di essere attendista, non partecipando alla alleanza: la Triplice che la legava all’Austria e alla Germania. Preferì stare a guardare e pesare bene da che parte andare, cercando di sfruttare al  meglio la situazione, dichiarando quindi lo stato di neutralità, come i più ricorderanno.

Evidentemente questa neutralità a mio padre non piacque e non l’accettò. Sofferente della condizione di “italiano incompiuto” reso estraneo dal paese che sentiva suo, a un passo dal confine, fremeva e premeva perché si profittasse dell’occasione.

La guerra che desiderava non arrivando,  allora se la andò a cercare.

Con un piccolo gruppo di friulani riuscì a varcare il confine con l’Italia e, visto che la neutralità non dava segni di modificarsi in belligeranza per “liberare” finalmente le terre irredente (Friuli, Trentino e Istria), impaziente si arruolò volontario per combattere la Triplice (divenuta duplice per il non impegno italiano) con un gruppo di animosi che andarono in Francia  a combattere.

Organizzati e guidati da ufficiali italiani agli ordini dei comandi militari francesi, un corpo di 2 o 3.000 volontari venne impiegato nelle Ardenne (area francese occupata dalla Germania, che velocemente aveva anche allora sfondato le frontiere a Nord, come si ripeterà 25 anni dopo,  occupando anche buona parte del Belgio e dell’Olanda); una guerra di trincee, di fango, di assalti inutilmente massacranti; una guerra di posizione, con morti infinite. Una macelleria.

Il corpo dei volontari italiani venne denominato (non so come e da chi): Garibaldini delle Ardenne, dal luogo ove fu impiegato, per l’appunto.

Le mie ricerche, con le modestissime capacità disponibili, non sono riuscite ad avere un riscontro documentale di questo pezzettino di Italia della prima guerra mondiale, distintasi presso i cugini francesi in difficoltà. Un mozzicone di storia patria andato perduto, di cui si potrà forse avere qualche riscontro negli archivi militari, italiani e francesi, se e quando qualcuno ne avesse volontà e interesse.

5.  la Grande Guerra in Francia

La guerra in Francia lasciò i suoi segni nella nostra famiglia: mio padre fu ferito ad un braccio e qualificato come mutilato: il braccio sinistro si risolse in una mobilità quasi completa ma con limitate possibilità di forza fisica. Molto probabilmente portò con sé nella sua vita anche le conseguenze dell’iprite: il gas nervino che tante vittime fece e molti di più rese deboli o quasi inermi, riducendo la sua capacità respiratoria in misura più o meno significativa.

Mio padre infatti, quando fui abbastanza grande da conoscerlo, lo ricordo con qualche frequenza  tossicoloso e dal respiro corto (per altro la tosse venne meno e finì quando a sessant’anni decise di botto di non fumare più la pipa, con la quale io ricordo sempre che l’avesse fra le mani, trafficando per caricarla o accenderla, per fumare). Nel complesso fisicamente sempre in buona efficienza, tutto sommato ancora robusto.

Nell’esercizio dei ricordi, bambino, vagamente mi viene alla memoria in fondo ad un cassetto del comò, in una vecchia scatola di un cartoncino un po’ schiacciato, fra altre carte, una spilla con una medaglia credo di bronzo  o qualche altro metallo scuro (dalla forma che mi ricordo ottagonale) con un nastrino dai colori sbiaditi, il rosso abbastanza, ancora più scolorito il blu (o il verde ?) . Nulla ricordo riguardo allo scritto e al motivo della consegna.

La mia era un intrusione da piccolino, su cose e documenti cui l’accesso non era previsto, quindi non consentito (come usava allora, che la libertà di agire del fanciullo riguardava solo quanto accordato e ciò che non era ancora accordato doveva essere sottoposto a preventivo esame dei grandi, alla loro accondiscendenza od approvazione. Era naturale che la libertà d’iniziativa te la prendessi da solo, per questo stando bene attento; un modo oggi poco in uso nella costruzione della propria individualità, del proprio carattere).  In casa, per quanto ricordo, di quella medaglia non si parlò mai e non so dove possa essere finita, fra i molti  traslochi e i fratelli che se ne vanno per costruire ciascuno la sua famiglia.

Quanto rimase in Francia mio padre nel periodo di guerra e quando venne in Italia a proseguirla, guerra nel frattempo dichiarata (il Maggio  1915) , proprio non sono in grado di ricostruire (e francamente non mi sembra importante). Continuò la guerra in Italia, questo è certo e venne congedato a fine, alla “Vittoria”;  uno del milione di mutilati, i morti furono seicentomila (ricordo il suo contrassegno di metallo, la forma di scudo leggermente bombata, sull’occhiello della giacca) tornato al suo paese “liberato”; divenuto Italia.

6 Il dopoguerra e il lavoro da “borghese”

Fra le sue occupazioni nel paese a mio padre viene assegnato l’incarico di condurre la cooperativa di consumo, minuscola, rigorosamente “bianca”, dalla matrice cattolica propria della zona.

Non che fosse cosa da impegnarlo esageratamente. Nella piazzetta antistante si dette da fare per realizzare il monumento ai caduti: una quindicina in un paese di circa 400 anime.

La gestione della cooperativa diventò un po’ più seria e impegnativa con il diffondersi  del movimento fascista, dal non grande seguito locale ma dai sostanziosi appoggi economici; grazie anche alla benevola disattenzione delle forze dell’ordine (credo la stazione dei carabinieri, ma non ne sono sicuro), che lasciavano fare e così facevano crescere il “coraggio” di animosi singolarmente modesti, in gruppo e con l’impunità più sicuri e decisi.

Fra le incongruità del periodo vi era anche da parte del nascente movimento fascista, la “battaglia” alle cooperative “covi di sovversivi”…. cosa senza capo né coda, ma i cui effetti anche localmente si fecero sentire: azioni di “disturbo”  con progressione man mano più seria: dalle porte forzate e furti di merci, alla rottura di suppellettili, dei vetri, per finire con l’appiccare l’incendio che bruciò quasi interamente l’interno.  Una cosa che a raccontarla oggi fa scuotere la testa, tanto è priva di senso.

Mio padre venne dal Parroco (la sostanziale autorità riconosciuta del luogo, mentre il piccolo comune era divenuto una frazione per l’accorpamento di 3 piccoli centri) quasi d’imperio nominato coordinatore della riattivazione della cooperativa di consumo.

La “cerimonia di insediamento” avvenne naturalmente in chiesa, la Domenica, con il Parroco che chiamatolo a sé lo invita (quasi gli impone) alla balaustra per dare le prime disposizioni,a spiegare a tutti e a ciascuno  i compiti assegnati per riaprire al più presto; mi dicono in famiglia che il Parroco accordò anche la dispensa dal riposo domenicale per il lavoro di ripristino della cooperativa, da iniziare subito, anzi poco dopo, al termine della funzione religiosa. Il tutto discusso e  condiviso sempre in rigoroso friulano, come in friulano era la predica; in latino il messale.

Dopo una settimana  o poco più la cooperativa riapriva con una piccola manifestazione alla presenza di tutto il paesino.

Quasi senza volerlo, mio padre, di natura concreta e schiva, quanto sicuro e deciso era il suo agire e il suo dire,  si trovò ad essere un personaggio “politico” con una considerazione che già gli derivava dall’essere partito volontario per la Francia, un Garibaldino del 1900…, Garibaldino delle Ardenne (il nome misterioso ai più, forse evocava chissà che favolosa plaga d’Oltralpe anziché l’immenso cimitero che fu).

Agli sparuti fascisti locali la cosa naturalmente generò “attenzione”. Dai famigliari in Friuli mi venne raccontato di minacce serie. Onestamente per quanto ricordo mai si è parlato di violenza fisica diretta su di lui.

Mi venne ripetuto in più di una occasione, non in casa ma dai miei zii (suoi fratelli o cognati) che una sera tornando a casa dalla cooperativa venne  affiancato da due figuri coperti da una mantella di panno nera, che lo avrebbero minacciato di conseguenze alla famiglia, ricordandogli che se non temeva per sé, considerasse gli effetti che potevano derivarne ai due figlioletti piccoli.

SETTE: l’espatrio.  Il ritorno in Francia

Era il 1924 e mio padre aveva messo su famiglia da due anni; ed ecco i due figli. Un maschio e una femmina, i miei fratelli (io sarei venuto dopo, molto dopo).

Fatto sta che nel volger di breve tempo, quasi un fulmine a ciel sereno per la famiglia (ma è possibile che si sia raccomandato in casa con mia madre per il silenzio, al fine di agevolare l’espatrio), mio padre parte per la Francia, clandestino (sans papier si dice oggi)  a cercar lavoro, lasciando la famiglia in Friuli.

La famiglia lo raggiungerà dopo qualche anno; a dire il vero i parenti di mia madre raccontarono di un mio padre dimentico.

In quel dopoguerra molti dei miei zii, di parte materna e paterna, lasciarono la terra e in progressione espatriarono in Francia a trovare un lavoro, una occupazione più stabile e remunerativa.

Forse meno dignitosa della conduzione del fondo agricolo, una attività  lontana dalle origini e dalla famiglia patriarcale, una lingua da imparare; una vita in microcomunità friulano-venete, una parvenza di ricostruzione de famèe,dal fogolàr, la famiglia friulana e contadina la cui mancanza si faceva sentire.

Per mio padre non deve essere stato così difficile: in Francia era già vissuto almeno un anno, in condizioni tremende, durante la Grande Guerra.

La lingua per lui non era un problema e, leggendo molto oltre che vivendo nel paese, ne aveva la piena padronanza. L’attestato di Garibaldino delle Ardenne poi deve essere stato una sorta di documento di identità francese, una condizione di  agevole “fraternité” riconosciuta, che mi è stata più volte  raccontata dai fratelli maggiori.

Il suo agire schivo lo portava a non vantarsene e quando incidentalmente, le più volte per voci riferite da altri,  lo venivano a sapere nell’azienda o i vicini di casa, scattava puntualmente la sorpresa  e la stima.

Insomma gli venne facile. Di suo sapeva farsi valere, capace e serio, crebbe velocemente nella considerazione e  negli incarichi.

Diviene direttore di cantiere di un grossa entreprise de batiment, un gruppo di costruzioni generali con sede principale a Parigi. Gruppo tuttora esistente, probabilmente ancora oggi fra i maggiori della Francia.

Divenne quindi capo cantiere; cantieri dalle dimensioni considerevoli con cento e più persone da coordinare.

OTTO: la vita in Francia

L’attività impegnava non poco mio padre; non fu sollecito nel riunire la famiglia. Forse voleva costruire una posizione stabile prima di farli venire i familiari, o forse sperava che i tempi cambiassero e fosse lui potesse tornà tal friùl. O che magari vi fosse costretto per eventi imprevedibili ma da non escludersi: non era facile né liscia la vita dell’emigrante: bastava che sul lavoro qualcuno non ti prendesse per i verso giusto ed una segnalazione à la police (aux flics, nel dialetto dei parigini; qualcosa di simile a piedipiatti). Un termine quasi inoffensivo: in tutti i paesi i sinonimi del ruolo hanno connotazioni spregiative (a Parigi e in Francia è in voga anche il più pesante vaches: vacche). Insomma non era così improbabile per venir chiamati e ricevere il foglio di via con rimpatrio obbligato in 48 ore.

Fosse una ragione o l’altra, fatto sta che uno dei fratelli di mia madre che lavorava anche lui in Francia ma nel Nord, vicino a Calais,  trascorsi due anni si incaricò di andarlo a trovare e sollecitargli il richiamo in Francia di moglie e bambini.

Mio padre allora prese casa; ottenne l’assegnazione di una villetta familiare singola, in un quartiere che il gruppo ove era occupato aveva realizzato per i suoi quadri (allora usava ed era frequente che l’azienda si facesse carico, che fidelizzasse i dipendenti con meccanismi di coinvolgimento fra cui il procurare l’abitazione).

Andò quindi ad abitare nell’hinterland meridionale, quartiere denominato Choisy le Roy : scelto dal Re, un paese a vocazione anche di trasporti e servizi, con un grande porto sulla Senna.

Doveva trattarsi in passato di zona amena e gradevole, visto il nome. Forse un po’ lo era ancora negli anni Venti e Trenta. I miei fratelli maggiori ricordano, (oggi deve dirsi ricordavano), perché entrambi non sono più, se non nella memoria di coloro che hanno avuto la ventura di conoscerli; ricordavano la casa a un piano oltre il terreno con un recinto ed un giardinetto: davanti con fiori ed erbe aromatiche, il retro  adibito a piccolo orto che mia madre curava direttamente nella stagione buona. Mio padre si limitava, che non era poi una limitazione, ai lavori pesanti di fine stagione, inverno, sistemazione e semina.

Felice, direi entusiastico il ricordo dei miei fratelli, riguardo alla loro adolescenza e giovinezza.

Deve esserci del vero anche se il velo dei ricordi dei miei fratelli, rivisitazioni mentali di un periodo che nei ricordi tende ad essere quasi sempre felice, le amicizie dei vicini e di scuola, la serenità e sicurezza poi perse per diversi anni, il tutto deve aver contribuito a ravvivare di bei colori una situazione ed un periodo già di per sé molto migliore della successiva temperie della guerra.

NOVE: Francese per i francesi, italiano in incognito

Mio padre e la famiglia non erano permanentemente lì a Choisy; capitava che cantieri prolungati e impegnativi richiedessero il trasferimento per periodi  più o meno lunghi.

A volte di un mese o poco più, altre volte la distanza era tale da consentire il rientro nel fine settimana. Più raramente capitava che l’opera fosse molto impegnativa ed a grande distanza. Si faceva allora raggiungere dalla famiglia; anche i figli se il periodo scolastico era terminato, diversamente parcheggiati presso i vicini.

Capitò così che io nascessi in un paesino del Jura, non molto distante dal  lago di Lemano: dalla sponda opposta la Ginevra svizzera.

Mio padre nel lavoro aveva consolidato il suo ruolo. La gestione di tanti operai specializzati o lavoranti generici, spesso francesi ma anche di altre nazionalità (in famiglia ricordano parecchi spagnoli, forse anche a causa delle turbolenze nel paese iberico, sfociate poi nella guerra civile) poteva creare qualche screzio il suo essere italiano.

Non che fosse riconoscibile: alto di statura con i suoi uno e ottanta centimetri, l’aspetto più nordico che mediterraneo, proprio di tanti friulani, il francese fluente e abbastanza appropriato al ruolo, lo identificavano come nativo.

Il nome no; quello era italiano. Anche allora  francesi di origine italiana c’erano; anche e direi soprattutto fra le classi medio basse; fra chi vive del lavoro.

Sostanzialmente la prima generazione del grande afflusso di lavoratori dal Nord Italia verso la Mitteleuropea: oltre ai friulani,  veneti e bergamaschi, bresciani e trentini, lombardi delle valli; anche piemontesi del Sud (la provincia Granda di Cuneo in particolare).

Una condizione non infrequente quindi, quella di mio padre: italiano di recente radicamento ma ben presente e riconosciuto nella Francia degli anni Trenta.

I rapporti con i vicini erano quasi solamente con francesi; degli italiani la frequentazione riguardava i parenti, che in modo ricorrente venivano a trovarci con tutta la famiglia, sempre ben accolti, per rimanerci anche quindici giorni, un mese. Allora usava così.

Ciò che si presentava come anomalo nell’italianità di mio padre denunciata solo dal cognome, era l’ambiente di lavoro.

Il ruolo ricoperto non era frequente fosse assegnato ad un emigré e fra le maestranze erano molti i francesi.

Non mi viene segnalato nessun fatto preciso, ma deve essere  capitato qualche dissapore che ha consigliato il cambiamento che ora racconto.

Come che sia l’origine dal boureau de police di non so più quale dipartimento, gli viene reso disponibile un documento (forse sulla base di una richiesta,  una attestazione rilasciata dall’azienda, magari su richiesta o in accordo con les flics) utilizzato usualmente nei rapporti con i terzi, nel quale il suo nome risulta Antoine Ferrais nato a Varby, o forse Warby, non ho ben presente alla memoria il nome esatto, tutti gli altri dati esatti, corrispondenti al suo passaporto italiano.

Dopo quel rientro a Parigi il suo nome in azienda diviene Ferrais, così chiamato; così rilasciati i documenti dell’azienda, i ruolini, lo stipendio, il nome sull’armadietto.

Quel che è strano, almeno raccontato oggi, è che in casa, nel quartiere dove abitava, per i figli a scuola, ecc. tornava il suo cognome italiano.

Mia sorella (che con mio fratello maggiore sono le fonti di questi ricordi familiari) aveva in memoria solo la targa della porta con il doppio cognome italiano-francese, di cui non si è mai capacitata.

Muto come un pesce su quanto riguardava il lavoro, mio padre di questa seconda identità lavorativa non ne deve aver mai parlato; è probabile che neppure mia madre ne sapesse qualcosa o meglio, che magari essendole capitato per caso di trovare il documento “francese” fra le sue carte lasciate nell’abito, sia rimasta silente e di nessuna curiosità; semplicemente prendendone atto.

Il documento rilasciato non era la Carte nationale d’identité sécurisée (quella la aveva mio padre), ma era quella consegnatagli quando ottenne la residenza.  In pratica non era e non si presentava come straniero. Probabilmente non portava con sé ma teneva ben custodita in casa. La Carte nationale era il documento di identità che lo qualificava come straniero, ogni volta che gli fosse richiesto di identificarsi.

Fra l’altro questo documento, la carte nationale permetteva di identificare gli ebrei: sì perché allora, prima ancora della occupazione tedesca, gli ebrei erano parificati a Cittadini stranieri e la nazionalità indicata era Juif (ebreo).

Credo che mio padre in quei pochi casi ove gli capitò di presentare i propri documenti à la gendarmerie (aux flics), esibisse la Carte d’identitè française (o qualcosa di equipollente) con il suo cognome d’arte Ferrais.


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