Archivio del 20 luglio 2019

L’Uomo sulla Luna: un’esperienza da Milano

Cinquant’anni sono una vita, una generazione. Adesso non sempre. Si può arrivare anche oltre, molto oltre. Nel 1969 la mia esperienza, ancora lavorativa (dopo un paio d’anni sarebbe iniziato il ciclo del lavoro autonomo: socio imprenditore). Quadro responsabile organizzazione d’una azienda di servizi alle imprese: 300 dipendenti.

Era il 1969 … : situazione da azienda leader, nel senso di più grande e moderna, nel suo settore. Disponeva già allora di un “centro elettronico”; sigla CE o CED Centro Elaborazione Dati (si chiamavano così, quei pochi che c’erano). Saloni, condizionati, pieni di macchine che elaboravano dati, facendo girare mega nastri di ciò che era contenuto nella singola unità.  Per una elaborazione, dalla “consolle” si ordinavano i parametri della ricerca.

Partito l’ordine dalla consolle, in sequenza, le singole unità individuavano ciascuna la propria porzione utile, dalla prima all’ultima unità. Terminata la ricerca, il risultato con i dati richiamati, arrivava alla consolle e poteva essere stampato. Il tempo necessario per l’elaborazione? Dipendeva dalla complessità della ricerca: comunque minuti a decine o anche più.

Cosa c’entra questa tranche de vie con l’arrivo dell’uomo sulla Luna? C’entra per l questione che mi ha sempre ruminato nel cervello. La NASA disponeva certamente di sistemi più aggiornati rispetto a quelli (che noi ritenevamo il top) in uso in azienda. Tuttavia l’hardware non poteva essere grandemente diverso. Con strumenti simili, come si poteva gestire e controllare, anticipare le risposte in caso di emergenze?

Certo: poteva attrezzarsi un mega CED, dalle dimensioni adeguate alle esigenze enormi che potevano richiedersi. Tuttavia i tempi delle elaborazioni quelli erano; forse con qualche risparmio. Certo non in realtime (come oggi fa qualsiasi PC, qualsiasi smartphone). Come è possibile, mi domandavo allora? La nostra testa è abituata a dare risposte basate su ciò che sarà in futuro. Il presente poi ci riporta con i piedi per terra.

Tuttavia le capacità organizzative complesse, proprie di una struttura enorme come il progetto Apollo, fatto di centinaia di migliaia di tecnici specialistici in materie diverse, soprattutto informatiche ma anche di pianificazione organizzativa, dovettero essere per mesi, forse per anni, impegnati nelle previsioni sulle scelte, ordini, sequenze, controlli, blocco degli errori umani eventuali.

Al momento, quando nella notte, come molti, seguii lo sbarco, cominciò la domanda che si trascinò non risolta per qualche tempo. Dopo, un poco la volta, cercando di farmene una ragione possibile, arrivai alla soluzione che ritengo logica, che a mio parere non ha alternative: l’organizzazione complessa pianificata, sostanzialmente basata in misura massiccia sull’intervento umano. Formato, predisposto, coordinato. Testato e ritestato.

Centinaia di comandi, di processi, da gestire in base a un piano programmato, basati sull’uomo. Forse la più grande mai tentata e riuscita dall’uomo, prima dell’era della microminiaturizzazione delle unità elementari. Questo risultato resta ancora oggi, l’eccezionalità dell’evento. Oggi non è pensabile allo stato di quelli che furono i primi passi del processo informatico: le schede perforate, ecc. Ma questa realtà era il passo graduale dell’avventura nella vita dell’azienda, delle fabbriche, degli uffici.

Un plauso riconoscente all’esercito di tecnici e programmatori NASA che, poco dopo il raggiunto scopo, smantellata la struttura Apollo, si trovarono a spasso, dovendo reinventarsi il mestiere, la vita, un futuro. Sono loro che hanno messo in piedi, certo sotto un guida sicura di dirigenti e coordinatori, tutta l’organizzazione del progetto Apollo: il grande passo reso possibile dalla capacità umana di sapersi organizzare, espresso al suo apice.

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