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Solitudine, terza età e povertà: un mix che denota anche miseria sociale

Probabilmente è l’età e l’aver vissuto da ragazzo, in prima persona, la vita nella famiglia patriarcale contadina, ancora presente in modo diffuso negli anni Quaranta in un paese che aveva un PIL nel quale i prodotti agricoli erano la dimensione prevalente.  Descriviamola la famiglia d’allora nel Friuli, quella materna, di mia madre.

La casa colonica della famiglia era un complesso su due piani, con vasti ambienti comuni al piano terreno. Nel piano superiore erano presenti le camere degli adulti, maritati o meno, nelle quali vivevano anche i figli, fino alla pubertà. Poi questi andavano in un ambiente comune, mi sembra di ricordare maschi e femmine separati. Il piano sovrastante era adibito a solaio, ambienti per l’allevamento dei bachi da seta, le scorte e quanto altro.

Il centro della vita era al pian terreno ove vivevano i genitori (i miei nonni), con i figli (8, fra cui 4 espatriati in Francia), le rispettive mogli con i loro figli (miei cugini). Un complesso di 4 o cinque famiglie, un totale di almeno una ventina di persone. Tutti impegnati nella gestione agricola tranne l’ultimo zio, che aveva studiato e poi lasciato la casa colonica familiare.

Le parentele delle singole famiglie erano annegate nella struttura patriarcale allargata, col nonno che faceva davvero il patriarca. Bonario, comprensivo, per come lo ricordo, ma certamente autorevole: se a decidere era chiamato lui, ciò che stabiliva era legge per tutti. Le donne, almeno in Friuli, avevano una condizione pressoché di parità: il “fogolar” al centro della sala con sedie e sgabelli tutt’intorno, mangiando con la scodella in mano, nel mio ricordo ha un senso di equilibrio nei rapporti.

In una famiglia patriarcale (sempre stata così nei secoli addietro), la solitudine con l’avanzare dell’età o a causa di malesseri, handicap o minorazioni, non aveva ragion d’essere. Si viveva tutto insieme: un collettivo pratico nel quale si era partecipi, ciascuno col suo ruolo riconosciuto.

Questo tipo di organizzazione familiare è venuto meno, sostituito da tante celle familiari singole. Naturale che i rapporti parentali si conservano e mantengono, ma non è proprio la stessa cosa. La vita nel suo ridotto collettivo, fermo a due o tre persone nella stragrande maggioranza dei casi, tende a prevalere. Anche sui parenti che hanno loro casa e  vivono la medesima situazione.

Questi ricordi vengono alla mente leggendo un’analisi Eurostat (l’ISTAT dell’Europa) che mette a fuoco i meccanismi sociali correlati alla solitudine (VEDI ilsole24ore). L’Italia rispetto all’Europa, da questi dati, sembra avere un ambiene sociale meno coinvolgente, con maggiori stati di solitudine. Dalle coseguenze prevedibili anche legate all’età ma non solo. Fra le più serie la depressione.

Degno d’attenzione il rapporto fra titolo di studio e solitudine: più si hanno interessi culturali, meno ci si sente soli. Sembra ovvio, ma è bene che si sappia (e che ci si attrezzi). L’origine della solitudine tuttavia ci sembra avere origine e dipendere non poco dalla vita famigliare moderna. Asciutta rispetto alla famiglia patriarcale che non c’è più; anche qui c’è materiale per sociologi ( ma pure per ciascuno di noi e per tutti).

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Liberazione dalla guerra civile: un ricordo eroico, commovente e triste

La storia che racconto la ho conosciuta che avevo 18 anni. Nel 1956:   l’età ancora non maggiorenne, allora.   Terminata la scuola di macchinista delle ferrovie (a Rimini), da Giugno ero stato assegnato al deposito locomotive di Greco.  Naturalmente nella funzione di aiuto macchinista; più precisamente fuochista, perché di ferrovie elettrificate ve ne erano ancora poche e ai giovani toccavano le macchine a vapore.

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Liberazione: una memoria di casa

Zio Giovanni (barbe Giuanôt in friulano) il fratello del babbo, il beniamino. Più giovane di otto anni e ultimo della nidiata di nonna Giuditta, era tornato in Italia nel 1940, all’ultimo momento buono, quando Parigi era stata occupata. Il tristissimo 10 Giugno con il governo francese che lascia Parigi e si trasferisce a Vichy;  Mussolini che dal balcone di palazzo Venezia, mento rivolto al cielo di un azzurro profondo, comunica ad un popolo plaudente l’entrata in guerra contro la Francia, accingendosi ad occupare Mentone e Nizza.

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