Archivio per la categoria ‘Economia’

L’Europa che non funziona e su cui l’Italia non agisce

Il cambiamento lo stanno incastrando nelle beghe di casa nostra i governanti che lo dovrebbero  praticare. Pensano alle prossime elezioni, e l’Europa è argomento elettorale facile. Intanto in Europa chi è interessato al proprio paese si fa gli affari propri. Colpa dell’Europa o dei paesi fondatori messi fuori e inchiodati sul debito pubblico?

L’Europa è fatta di 28 Paesi, alcuni in qualche modo condizionabili dai due big Germania (reale) e Francia (molto meno), ma altri, e non sono pochi, certamente disponibili a un discorso di crescita condivisa, dalla politica unitaria che punti alla crescita continentale. Ma l’Italia una strategia per l’Europa ce l’ha? Senza temere smentite, si può dire no.

Italiaoggi (VEDI) ci fa conoscere un problema potenzialmente rilevante, che l’Europa spazza sotto il tappeto, riguardante soprattutto Deutsche bank: 26mila miliardi il fatturato, poco meno di 100mila dipendenti è una banca globale, ancorché non pubblica. Passato da 40 euro nel 2015 il titolo è ora di poco superiore a 7 euro. La valutazione Standard & Poor è BBB+.

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Governo del Cambiamento: M5S si accorge delle imprese, siamo alle promesse

Il convegno degli imprenditori, i produttori di PIL reale, a Torino: l’insieme delle associazioni di chi fa impresa deve aver colpito. La Lega con Salvini ha reagito immediatamente, andando subito al sodo. Far partire le grandi opere bloccate, agevolare investimenti, ridurre il peso fiscale. Il suo elettorato ha una radice storica nel Nord e il rischio di perdere consenso ha allarme maggiore, si sente subito.

Trascorsa una settimana qualcosa deve essere maturato anche nel pensatoio dei Cinque Stelle e una prima reazione che supera le battute da titoli di giornale, nel tentativo di sminuire un’iniziativa nuova, quasi senza precedenti, può vedersi in questa lettera che ha del formale per i modi e il destinatario, compiuta direttamente dal vicepremier.

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INPS: il bilancio “sociale” 2017… quante cose s’imparano!

Su questa relazione nei media di ieri (compresi radio e tv, per quelle che abbiamo ascoltato) non è apparso nulla, al bar sport si direbbe “una bella fava”. L’unica eccezione trovata è un succoso rendiconto in un articoletto di Italiaoggi (VEDI). giornale dedicato a professionisti, non certo conosciuto dal grande pubblico.

Eppure questi dati (alcuni ne riporteremo) meriterebbero di essere conosciuti da tutti, diffusi e stampati nella mente. Di chi lavora e versa, ma anche di funzionari e dipendenti INPS, delle imprese (ma queste anche se non precisa, la situazione l’hanno ben presente). I politici lo sanno già, ma loro sono interessati al consenso, ai voti.

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La crisi dell’Occidente e il momento della verità: un paragone fra Italia e Francia

In questi giorni le manifestazioni che stanno avvenendo in Francia spiegano molte cose, che cercheremo di spiegare. Intanto, cosa che passa sotto traccia sui media, la motivazione di fondo delle proteste deriva dalla manovra finanziaria sul bilancio 2019. Una di queste riguarda l’incremento sui carburanti che per il settore agricolo è rilevante; il che certamente ha mobilitato gli agricoltori, ma ciò è una delle cause, neanche la più rilevante.

Se si confrontano le linee d’azione di Italia e Francia, dei due governi, si possono individuare condizioni di partenza situazioni simili, parallele. Su tutto il costo della macchina pubblica: lo Stato, la spesa pubblica, pesa troppo rispetto alle entrate e il deficit è strutturale, da decenni. La Francia ha affrontato la crisi del 2007 con un debito pubblico molto inferiore rispetto all’Italia: ha potuto sostenere l’economia facendo debito in misura maggiore dell’Italia. Questo vantaggio ormai è finito, con il debito ormai prossimo al 1005 del PIL.

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Savona deve sbottare tirando le orecchie ai suoi colleghi di governo

Paolo Savona non è quel che si dice “bamba” (si diceva, più frequentemente in Lombardia), sinonimo di stupido. Scopro adesso che la parola ha antecedenti nobili, addirittura Boccaccio: nella versione maschile: bambo, lo cita nel Decameron. Ultraottantenne di vaglia Savona, con studi rilevanti  in Italia, al MIT collaboratore di Modigliani, con specializzazione di natura monetaristica (banche centrali, come Bankitalia). Ministro dell’Industria con Ciampi.

Sui media le sottili svalutazioni  delle sue posizioni, sottotraccia ma non tanto, proprio non le merita. Ha la grande colpa di aver previsto non poco delle problematiche proprie dell’impostazione data all’Europa e poi alla moneta unica. Avere quote di ragione su sviluppi politici continentali non è faccenda che passa inosservata.

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Non si deve dire, ma la situazione nei mercati mondiali è critica; si profila una depressione

Non si deve dire, perché in economia, prefigurare scenari che preoccupano ha l’effetto di un moltiplicatore che si avviluppa e aumenta le propensioni nel tirare i remi in barca, influire negativamente sul “sentiment”.  Noi possiamo esporci perché siamo un atomo nel mondo della comunicazione: piccolissimi. Il bicchiere mezzo vuoto non è la nostra visione ordinaria; in genere cerchiamo di individuare la via d’uscita possibile alle crisi potenziali che si presentano.

Ci fa scattare una spia rossa che si è accesa, che fino al 2000 per GE è stata non solo spenta ma verdissima. L’azienda fondata da Edison a fine Ottocento, quello che ha inventato la lampadina. Si chiama General Electric, conosciuta per l’acronimo GE. Famosa per essere un’anomalia vincente fra le grandi imprese: ha da sempre diversificato innovando molto in diversissimi settori, sempre con successo. Nel 2001 il suo apice con 445 miliardi di capitalizzazione (valore di borsa), prima società al mondo.

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Le pensioni, la quota cento, la demografia e i soldi …

Un tema sul quale essere buonisti, largheggiare, raccoglie consensi facili ai politici. Chi mai avrebbe il coraggio di non essere favorevole a coloro che, raggiunti 40 anni di lavoro vanno in quiescenza ? (magari si dovrebbero togliere concessioni diverse, contributi convenzionali, senza versamenti). Le pensioni fino a cento anni fa non esistevano neppure. Negli anni venti e trenta i lavori che la pensione non la costruivano erano la maggioranza.

Si lavorava finché possibile; si staccava quando la  fine era ormai prossima e gli ultimi scarsi sprazzi di vita, si concludevano in famiglia, che provvedeva a tutto. Meglio: al poco ancora indispensabile   al vecchio fuori dal lavoro. Fra i lettori quanti sono coloro che questa situazione l’hanno sentita raccontare in casa, la ricordano per averla vista,  o addirittura per parteciparvi direttamente?

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Decrescita felice per il terzo millennio? Bene rifletterci sopra

Il nostro caro conoscente (e manager di vaglia) presto divenuto amico, ci invia una riflessione, poco considerata nei media (cosa che spesso succede per altri temi di vaglia, come i 70 miliardi l’anno che ci viene a costare il debito pubblico). Si tratta della “filosofia” o sociologia basic che traccia le linee di un futuro cui saremmo fatalmente destinati con il terzo millennio. Qui si spiega come e perché non può essere praticabile.

Recentemente ho avuto modo di ”apprezzare” le favorevoli prese di posizione nei confronti del governo attuale, ed ho capito che siamo di fronte a mancanza di conoscenza nei campi  – Economia – - Valutazione della validità delle  infrastrutture, per il nostro Paese – -Valutazione delle persone.  Ne illustro una per ogni argomento sopra menzionato Parto con Economia.

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Governo del Cambiamento? Per le poco frequenti cose giuste, allora si cambia

I lettori conoscono e ricordano la Banca Etruria, la Popolare Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Cari Teramo, Cari Chieti, Cari Ferrara, Banca Popolare di Bari, ecc (VEDI l’elenco di almeno 300 banchette, di un anno fa, 86 in probabile default. Per chi volesse saperne di più: studio di Mediobanca).  Banche del tessuto locale, con un mix di interessi imprenditoriali locali e funzionari gestiti dalla politica locale (e quindi anche la sovrastante romana).

Prestiti erogati nei quali la raccomandazione dei politici locali pesa più del merito dell’azienda, con conseguenti incagli. O come si chiamano adesso:  NPL (Non Performing Loads): insomma perdite.  Una situazione che rende distorsivo il mercato locale ove fra le imprese può succedere che chi ottiene i supporti finanziari non sia il più meritevole ma colui che è meglio raccomandato dal politico locale. Se poi arriva il default, a pagare sono i clienti depositari.

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Europa e governo italiano: dove stanno le differenze? I numeri non dicono bugie

Le idee di Bruxelles(18 paesi su 19) non collimano con quelle che sostiene il Governo del Cambiamento. In termini economici, ogni divergenza è sempre riconducibile ai numeri. La querelle sta sugli effetti della manovra, che ipotizzano due futuri diversi. Roma sostiene che il trasferimento dallo Stato ai Cittadini di 16 miliardi genera una crescita del PIL dell’1,5%.

I 18 su 19 stati dell’Europa (di cui comunque facciamo parte) sostengono l’opposto: potrebbero addirittura rallentarne la crescita. Chi ha ragione?  Per capirlo occorre stabilire come le somme destinate dallo Stato generano aumento di PIL. Ogni euro immesso dallo stato, quanto PIL produce? La  valutazione cui si affidano a Bruxelles, stabilisce che per un euro erogato dall’Italia con il programma che il governo ropone, si arriva a una crescita del PIL pari a 0,5: cinquanta centesimi. Vediamo perché.

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Fattura elettronica, evasione IVA le conseguenze e gl’intenti

La fattura elettronica è un argomento che buca poco sui media; è trascurato. Sarà per la sua componente burocratica, per i contenuti normativi che restano quanto mai complessi. Una regola della burocrazia pubblica è complicare. Non ha ancora recepito il principio della semplificazione dei processi: se devo normalizzare un certo oggetto, la prima cosa è valutare l’esistente con l’obiettivo di tagliare le particolarità che impattano poco, riducendo la casistica nei limiti del possibile.

Adesso si dovrebbe procedere così: ridotto all’osso l’insieme dei processi, normalizzate le procedure, si dà il via a un’applicazione emanando un processo stabile e definito, con sei mesi di pubblicizzazione e esemplificazioni (senza intervenire con modifiche salvo casi del tutto eccezionali). Quindi si parte. In Italia siamo al rovescio: si mantengono tutte le più minute particolarità e si da vita a una procedura complessissima, cui nessuno riesce a raccapezzarsi, tranne centinaia di migliaia di commercialisti e consulenti.

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Servizi pubblici locali: la rivoluzione in Italia comincia da Roma?

Teoricamente già la legge 142 del 1990 aprì il settore, sia pure timidamente, a dinamiche concorrenziali, sotto la spinta dell’influsso comunitario. La riforma del Testo Unico sugli Enti Locali (l. 448/2001) si spinse oltre, definendo come “prioritario” l’obiettivo dell’apertura al mercato nei servizi pubblici locali. E così via, di riforma in riforma, senza tuttavia riuscire a intaccare la sostanza: oggi come trent’anni fa, nei servizi pubblici locali le società a partecipazione pubblica rappresentano la stragrande maggioranza degli operatori attivi sul mercato.

Le aziende comunali, provinciali o regionali in Italia sono nella quasi totalità a controllo pubblico (fanno capo ai comuni; alcune sono tanto grandi da essere quotate in Borsa, mantenendo il controllo pubblico sostanziale). L’Europa, la vituperata Europa, sono ormai trent’anni che ha sviluppato indirizzi “di mercato” sul presupposto che la condizione di concorrenza porta a ridurre sovracosti e sprechi. Nei servizi pubblici si voleva portare a migliori servizi con costi minori per i Cittadini.

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Patrimoniale in Italia: comincia a non essere più un tabù… (al 20%!!?)

Coloro che di economia fanno professione lo sostengono da almeno dieci anni. L’Italia non può uscire dalla condizione economica fallita (135% del PIL) con le proprie forze. Un piano molto lungo di rientro dal debito, puntando anche sulla crescita del PIL (che riduce il rapporto percentuale) finora non ha funzionato; i governi non ne sono stati e non sono oggi capaci..

Sono 11 anni che siamo in questa condizione: i governi succedutisi  non sono riusciti una volta a toccare il pareggio. Sommando gli interessi sul debito in questo periodo abbiamo raggiunto la cifra astronomica di 900miliardi circa. Sissignori: abbiamo pagato per interessi questa cifra, togliendola agli investimenti, tassando imprese e famiglie, riducendo la crescita,  fermi nell’occupazione,  impoverendoci man mano.

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Statalismo e sindacalismo pubblico: le basi che orientano Di Maio fanno male al Paese

Vice premier e maggior esponente del gruppo politico più rappresentato in parlamento Luigi Di Maio, si esercita in duetti con il suo pari carica Matteo Salvini, in una serie quotidiana di dichiarazioni che dovrebbero chiamarsi “politiche”, che tali non sono. Sono messaggi di natura elettorale volte a consolidare, irrobustire il consenso.

Riprendendo e facendo il conto delle dichiarazioni effettuate da entrambi, o solo da Di Maio, sarebbe un florilegio di dichiarazioni superate, fuori luogo, sbagliate, perfino ridicole. La comunicazione oggi si mangia tutto in poche ore e continuamente, a ondate-cavalloni, continua e rinnova. Non c’è più il tempo per rileggere e rimeditare.

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CGIL: dopo sessant’anni si scopre che la socialdemocrazia tedesca aveva ragione?

Mercoledi 3 Ottobre, un’intervista al candidato segretario della CGIL che (molto probabilmente) sostituirà la Camusso, fa scoprire che finalmente nel fortino dei comunisti più di sinistra e fieri indefessi avversari dell’impresa privata (ma anche pubblica, quando nn sono dentro loro), con l’esclusione del sistema coop di cui sono entrambi ruote dentate una sull’altra, forse hanno ragione in Germania (VEDI). Molto interessante ma sfuggito ai media e ai social network. Guardate cosa dice (ma l’intervista è tutta da leggere):

Vincenzo Colla… potrebbe diventare il prossimo segretario della  è confederazione…. L’idea che ispira la sua azione.. è che il conflitto sindacale vada spostato a monte, che il lavoro oggi in un’epoca di velocissimi cambiamenti  non si possa difedere a valle quando tutte le decisioni sono già state prese. “Non dobbiamo avere pura dell’innovazione, dobbiamo avere l’ambizione di governarla stringendo un patto con le imprese. Se restiamo fermi ad aspettarla ci tocca solo gestire i processi di espulsione. Invece noi vogliamo discutere di politica industriale. Abbiamo le competenze per farlo.”

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