Archivio per la categoria ‘Economia’

Casa in proprietà: sorprese dai paesi OCSE fra proprietà e affitto

La casa propria è un must… chi non aspira a averla sembra una rarità, almeno in Italia. Poi le ricerche statistiche sempre più approfondite ci fanno conoscere fra diversi e diverse abitudini e valori. Riguardo al tema della casa si muovono valori e decisioni che hanno non poche influenze su questioni da macro economia, nazionale e non solo.

La casa d’abitazione  in proprietà diffusa è parte rilevante del patrimonio in mani private. Fa parte della ricchezza familiare. Sotto questo aspetto un paese nel quale il 78% delle abitazioni private sono in proprietà di chi ci vive starebbe a dimostrare una ricchezza diffusa rispetto a altri nei quali è più diffusa la locazione rispetto alla proprietà.

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Italia, il bilancio economico, l’Europa e il che fare. L’economia in pillole

Questi richiami di Alberto Mingardi hanno il senso di un condensato dal carattere semplice e istruttivo. Qualcosa come lezioncine di economia su cui è sempre utile tornare. Sorprendono per la loro efficacia e ci rimandano  ai fondamentali: i principi sempiterni del dare e dell’avere. Lo spendere in base a quanto entra, evitare di far debiti se non destinati a investimenti. Pianificare il rientro dei debiti per ridurre gli interessi passivi, e… via così.

Alberto Mingardi, presentando un volumetto di economia riprende il termine “austerità”, che insieme a probità, metodo, coerenza, fanno venire alla mente un troppo citato Berlinguer, con il suo discorso del 30 Gennaio 1977 al “convegno degli intellettuali e… assemblea degli operai comunisti” (VEDI). Siamo andati a rileggerlo…. Politica di austerità e rigore  ma..

Contro il fare impresa…. Son passati 40 anni ma: quale distanza dall’economia e dall’etica intesa come valore dell’uomo. Imbevuto di analisi ideologica e da guerra fredda, contro i poteri forti del capitale, le potenze coloniali, ecc. Può essere che quella paccottiglia fosse indispensabile per far digerire un discorso programmatico di governo lanciato alla DC di Moro (il PC aveva ottenuto il massimo di voti della sua storia). Tutto finì nel nulla (non era possibile in quei tempi che si potesse costruire un accordo, con quei presupposti ideologici poi…

Non temete l’austerità, se è “buona” fa bene a tutti

Tutti la dipingono come una maestra cattiva, attribuendole la colpa dei nostri ritardi

Alberto Mingardi . L’austerità non piace a nessuno. Se cerchiamo un punto di contatto fra populisti e establishment, nell’Italia di oggi, lo troviamo soltanto nel rifiuto dei vincoli di finanza pubblica cui ci costringe l’appartenenza al club europeo. Poco importa se l’articolo 81, che ci obbligherebbe all’equilibrio di bilancio, sta nella nostra Costituzione.

Poco importa se le clausole di salvaguardia, che prevedono futuri aumenti di imposte per compensare mancati tagli di spesa, stanno nelle nostre leggi di stabilità. Una volta l’Europa ci obbligava a «compiti a casa» che comunque avremmo dovuto fare. Ora, da Matteo Renzi a Renato Brunetta tutti la dipingono come una maestra cattiva, attribuendole la colpa dei nostri ritardi
Veronica De Romanis tenta un’operazione verità con un libro brillante, dal titolo inequivocabile: L’austerità fa bene (Marsilio, pp. 160, € 16). Meglio che di «austerità», spiega, sarebbe parlare di «trasparenza circa l’utilizzo delle risorse pubbliche (cioè dei contribuenti), rispetto degli impegni presi in sede internazionale e salvaguardia delle future generazioni».
L’ultimo punto è quello cruciale. I nemici dell’austerità sostengono che per tornare a crescere servano maggiori spese pubbliche. Per non finanziarle attraverso più tasse bisogna fare debito: che equivale a più imposte future. Il guaio, dovremmo averlo imparato nel 2011, è che il futuro prima o poi arriva.
De Romanis costruisce il suo argomento a partire da una considerazione di Mario Draghi, che a sua volta sintetizzava il lavoro di economisti quali Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. A parità di effetti sul bilancio pubblico, il consolidamento fiscale che agisce principalmente sugli aumenti di imposte deprime l’economia, quello che agisce sulle riduzioni di spesa libera risorse. «I Paesi che negli ultimi cinque anni hanno messo in atto politiche di austerità “buona” nel biennio 2015-2016 crescono: l’Inghilterra supera il 2%, la Spagna il 3%, l’Irlanda il 15%». L’Irlanda ha ridotto il disavanzo pubblico di quasi il doppio circa 12 punti percentuali di quanto abbia dovuto fare la Grecia. Gli esiti sono stati diversi.
Questione di tagli e di tasse ma non solo. La linea che separa i Paesi dell’austerità buona da quelli dell’austerità cattiva è fatta anche di istituzioni, leggi elettorali, cultura politica. In Italia l’idea della «responsabilità» è così universalmente avversata che a porre ordine nelle finanze chiamiamo periodicamente dei «tecnici». Secondo De Romanis, la necessità di fronteggiare gli elettori potrebbe spingere il politico a fare austerità buona, ovvero tagliare le spese oggi per ridurre le tasse domani. Il tecnico non ha questo problema e guarda solamente ai saldi. La cattiva politica produce cattiva tecnocrazia (da Lastampa 17 agosto 2017).

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Democrazia, burocrazia e “statalismo dei partiti”

L’argomento in questo blog è stato più volte descritto in vari aspetti: l’occupzionee dello Stato da parte dei partiti, appropriatisi della delega ottenuta col voto. Oggi troviamo con piacere Alberto Mingardi, Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni, anche editorialista de lastampa, che riflette su origini, funzioni ma soprattutto danni, che provoca l’apparato dello stato facendo uso della burocrazia come sistema di controllo dell’economia del paese (per conto dei mandanti partitici, appunto).

Mingardi vede un condizionamento reciproco (partiti-burocrazia), il che nella sostanza corrisponde. I partiti dovrebbero però essere esterni e estranei alla gestione dello stato. Che in queste condizioni è debole, debolissimo, un insieme evanescente che copre la proprietà  sostanziale esercitata dalle segreterie dei partiti. Riflessione comunque efficace che merita attenta lettura (VEDI anche IBL).

L’UFFICIO COMPLICAZIONI DELLO STATO

Quanto più complesso è l’ordito di norme che governa un Paese
tanto maggiore è il potere arbitrario di chi lo gestisce

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Avvocati e monopolio, prezzi fermi per non fare concorrenza

Che in Italia di avvocati ve ne siano troppi è risaputo. I dati 2016 ci dicono che ne abbiamo 4 per ogni mille abitanti; il secondo paese per intensità dopo la Spagna: 246mila. Sono troppi anche nel parlamento. La categoria dei legali è di gran lunga la più rappresentata. Fatto che è con tutta evidenza il motivo di un disegno di legge monopolistico del governo, emanato Lunedì 7 Agosto.

Ce ne avverte un editoriale di Istituto Bruno Leoni – IBL: la paura di una competizione libera sul mercato può avere una sua motivazione storica. In Italia il liberomercato, la possibilità per i più capaci di agire ad armi pari, di generare competizione sui costi e qualità di servizio è una novità per molte delle categorie professionali davvero protette. Notai e non solo. Da respingere al mittente: per il Consiglio dei Ministri una vergogna.

Avvocati: il sindacalismo dell’equo compenso

Quello che il Governo chiama ipocritamente “equo compenso”

non è altro che la reintroduzione delle tariffe minime

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Acqua pubblica eguale acqua di tutti ? (così il referendum) Falso

Il referendum su Acqua Pubblica gratis per tutti (come l’aria) è passato. Ha vinto l’equivoco su cui è stata impostata la campagna elettorale, semplice e diretta. Più efficace di una riflessione meditata sul tema. Fare le cose bene, come devono essere fatte nell’interesse di tutti, spesso non è semplice da spiegare, da far conoscere ai Cittadini che poi vanno a votare.

I referendari con i loro slogan basic, vincono a mani basse, in questo modo facendo male alla Democrazia, come sistema. Perché la Democrazia per essere convintamente sostenuta dai Cittadini, deve nel tempo dimostrarsi sistema migliore di altri. Se un referendum come quello dell’acqua pubblica ha questi risultati, poi la realtà dei fatti, l’economia scienza triste con cui bisogna fare sempre i conti, si incarica di dimostrare l’errore.

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#25Xtutti: da proposta politica a soluzione che fa paura al sistema

La paura la fa ai partiti, al sistema romano il 25Xtutti. Naturale:  qualsiasi proposta deve passare per le segreterie dei partiti i quali ne fanno una valutazione in termini di convenienza. Quanto ci rimetto io, quanto i miei competitor, cosa succede e come posso praticare le leggi economiche per coltivare il mio consenso, i miei voti? Di ciò che è necessario per il Paese si interessano meno, oppure, come è d’uso dire: se ne fregano.

La proposta IBL presentata 20 giorni fa da Nicola Rossi su ilsole24ore, ha sviluppato un dibattito intenso fra economisti e sociologi. Su ilsole naturalmente, ma anche su IBL, su lavoce.info, su Corriere Economia (qualche contributo interessante). La proposta, che sintetizza uno slogan politico, non a caso se n’è appropriato Berlusconi, rispolverandolo, non è solo un taglio delle tasse. Soprattutto è un disboscamento di norme e regole del fisco, rendendo tutto più semplice.

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Debito pubblico Italia: ne parla Corriere Economia e sono dolori

Corriere Economia è una sorta di settimanale che esce il Lunedì come allegato, ma ha vita propria e sta assumendo peso entro le pubblicazioni del settore, per la qualità nella divulgazione e approfondimento di temi economici (trascurati dai media Italia o relegati in angolini per i soli interessati). L’ignoranza in materia è diffusa, con effetti pesanti sul dibattito politico, sciatto e superficiale. Trattato come tema per i gonzi quasi sempre. Situazione non più tollerabile.

Lamentavamo poco fa la trascuratezza sul tema anche nella rete oltre che nei media economici.  Noi per contro sono cinque anni che lo riportiamo  esposto, con il contatore che gira…  Puntualmente ci smentisce questo piccolo saggio di un docente della Bocconi: Stefano Caselli. Chi ha composto il titolo al giornale, o ha eseguito l’indicazione di non dare enfasi al  meriterebbe il cappello di carta dell’asino:

DEBITO PUBBLICO
CHI HA FATTO CRESCERE IL MOSTRO? ECCO I GOVERNI SPENDACCIONI

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Occidente e globalizzazione: siamo in mezzo al guado e l’Italia in un fossato ove non si tocca

Le condizioni dell’Occidente (comprende Europa Nord America e Giappone) sono critiche. Una malattia  cronica di non crescita: è già un successo se si supera il limite del 2% (che compensa l svalutazione sostaziale, che non rempre riesce a realizzare).Non ce n’è… la globalizzazione ha l’effetto di mettere tutti in un unico mercato. Costo del lavoro, materie prime, ecc. Tentativi di rallentamento mediante dazi non funzionano.

Oltre a ciò si aggiunge una minore offerta di lavoro nell’Occidente, provocata dall’automazione avanzata (fabbrica.4). Ogni nuova liberalizzazione dei mercati spostaalvoro nei paesi nuovi. La somma dei tre fattori  è micidiale. Le criticità sociali sono a livelli di guardia e lavoce.info (VEDI) in un articolo di Fausto Panunzi (docente Bocconi), considera le ricadute politiche. Sostanzialmente mette in evienza il rischio dei populismi.

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Italia, elezioni e default dei partiti: non la scampiamo stavolta

Anche nei periodi peggiori l’Italia (almeno quella del dopoguerra) ha sempre avuto dalla sua la fortuna di scamparla. Poi venne un premier fiducioso di un’Italia di pochi (Ciampi) che l’ha ingabbiata nell’euro 17 anni fa: un sistema nel quale la svalutazione può essere solo la massima compatibile con la continuità del valore (2% l’anno).

Ciampi, cosciente di un sistema paese che lui (e l’élite economica) rifiutava: quello della svalutazione competitiva che scarica sui prezzi al consumo, che attribuisce ai sindacati un ruolo (finto) di difesa del potere d’acquisto. Che favorisce un fare impresa che ha la valvola di sfogo di bankitalia che stampa moneta, svalutando; insomma i nostri mali del secondo dopoguerra. Tutto questo modo di far girare l’economia sarebbe stato sconfitto dall’euro.

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La finanza della Chiesa, papa Francesco e il problema da risolvere

La finanza è argomento che riguarda tutte le iniziative umane che abbiano un minimo di organizzazione, che coinvolgano persone, siano rivolte ai mercati o a iniziative sociali, oppure a finalità nobili come la Chiesa cattolica, il Vaticano. Ci da poco capitato di assistere a una presentazione sul tema e crediamo vi sia da riflettere, senza scandalismi. Soprattutto rispettando l’istituzione, limitando il tema alla gestione finanziaria delle cospicue disponibilità versate da fedeli, fondazioni, enti o anche risorse pubbliche dallo Stato.

L’insieme Chiesa cattolica ha struttura globale; quasi in ognuno dei paesi riconosciuti dall’ONU ha una sua presenza locale.Questa in forme diverse ha un collegamento con il Vaticano (oppure è autonoma finanziariamente; o ancora è mista: in parte gestione locale autonoma, in parte collegata o integrata con IOR, che ha finzione di banca centrale della Chiesa). Struttura complessa che genera una montagna di supporti e benefici alle condizioni più critiche di tutto il mondo: amore al prossimo, ai deboli, agli ultimi; e messaggio di fede.

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Economia, debito pubblico e Italia: flat tax una proposta di cui non si parla

IBL, il benemerito Istituto Bruno Leoni, ha compiuto uno studio tecnico economico, approfondito, su una potesi di applicazione del principio della flat tax.  L’autore Nicola Rossi, presidente di IBL, docente a Roma Tor Vergata, economista di vaglia, deputato nell’Ulivo, dal 2011 ha tolto il disturbo e si è iscritto al gruppo misto. Quali i contrasti non è il caso di approfondire, ma non si va lontano se si pensa alla mancata revisione della spesa, al taglio del deficit.

IBL è un’istituzione privata, nota per la sua visione libera del mercato:  sempre nel 2011 Rossi ne diventa presidente. Adesso ha coordinato uno studio sulla flat tax, che è stato pubblicato Domenica scorsa su ilsole24ore (VEDI), ove si troveranno gli altri allegati. Come al solito ne parlano pochi giornali, la discussione è fra tecnici mentre i media tv sono assurdamente silenti (salvo errore, ma non abbiamo notato la presenza sull’argomento). Proviamo a sintetizzare la questione. Leggi il resto di questo articolo »

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Paese super indebitato e deficit che continua: diventiamo più poveri…

Proprio ieri qualcuno nel governo si è messo a leggere i conti del nostro Paese, sostenendo che negli ultimi tre anni le spese si sono ridotte di 30 miliardi di euro. Fosse uno studente di economia (anche solo alle superiori, come ragioneria) verrebbe bocciato. Il bilancio si misura sul totale entrate e uscite: se le spese superano le tasse, è deficit: si spende di più di quanto entra. Punto è basta.

Abbiamo un debito pubblico 75 volte superiore a 30 miliardi. Dovessimo tagliare davvero 10 milioni l’anno ogni anno per 30 miliardi ci metteremmo 60 anni (se ci aiuta una svalutazione del “% l’anno) per portarlo al “fisiologico” 60%.

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Ritorna il voucher: si rinnova la canea dell’ignoranza ideologizzata

Un agire esclusivamente ideologico che sta uccidendo il paese. I sindacati che sarebbero da mandare davvero a vangare (professione da cui provenne Di Vittorio, che non a caso fu uno straordinario rappresentante dei lavoratori), invece di fare politica, essere pervasivi fino alle cose più banali, portando le aziende in tribunale per un nonnulla quasi sempre strumentale.

Come nell’abolizione del voucher (strumento che opera in ogni Paese d’Europa; impiegato ben di più che da noi, con entrate robuste per gli enti e il nero ridotto, grazie a controlli sistematici). No! Da noi il costosissimo sistema pubblico è incapace di mettere in atto un sistema di controlli con un minimo di efficienza. Sembra quasi una strizzata d’occhio ai sindacati che così propongono l’abolizione.  Oggi , con un nome diverso, sono reintrodotti poco e male. Ce lo spiega IBL, che lo valuta così:

…..  la reintroduzione dei voucher, abrogati per evitare il referendum che si sarebbe dovuto tenere a fine giugno e ora di nuovo introdotti con più ampi limiti. …..  il metodo seguito dal governo è stato quello di lanciare il sasso e nascondere la mano, venendo incontro alle esigenze del mercato del lavoro ma evitando il costoso conflitto, in termini politici, con i sindacati.

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Alitalia a assistenzialismo statalista: tutti a casa!

L’articolo uno della costituzione scrive che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro. Definizione esaltante e ambigua, perché il lavoro non si trova sotto il cavolo, ma è frutto di impresa, pubblica o privata. Lavoro che si mantiene sul presupposto che l’impresa alla fine di ogni anno abbia più entrate che uscite; più ricavi che costi.

Ce lo spiega un articolo de ilsole24ore (VEDI) che fa un’analisi rassegnata e ciononostante lucida, oggettiva. Sono ormai vent’anni che Alitalia mangia soldi (nostre tasse o nostro nuovo debito), senza alcuna prospettiva minima di ripresa. Il mercato dei voli nel frattempo ha proseguito in cambiamenti che i manager non hanno potuto o voluto praticare.

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Monopolio statale e inefficienza. Il sistema Roma difende i suoi pascoli

Il monopolio statale, come ben sanno i lettori di Città Ideale, genera una gestione autoreferenziale, che si approva da sola, perché vengono a mancare nel mercato fornitori con i quali competere. Inefficienza che non si percepisce chiaramente, perché i bilanci sono sempre in utile, in equilibrio. I costi del servizio o fornitura prestati trovano il loro compenso nei “prezzi amministrati”.

In pratica coloro che sono pro tempore alla gestione dello Stato stabiliscono il “prezzo politicamente equo”, “per sensibilità verso le categorie sociali svantaggiate”. Di fatto i prezzi sono così pilotati e generano sovracosti per le imprese, maggiori oneri per i Cittadini (quasi sempre comprendono anche  “gli svantaggiati”, che però sono un bacino elettorale e vivono in una riserva).

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