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Un racconto di Natale a Buccinasco

 

La 352, l’autobus che arriva a Buccinasco, era abbastanza pieno. Non certo come le sardine, roba da linea due della metro alle otto di mattina per andare al lavoro. Posti a sedere ce n’è ancora qualcuno;  un pieno per modo di dire quindi.  Germano, che deve scendere al quartiere dei musicisti, in via Vivaldi, ne resta sorpreso quasi con piacere. L’autobus quasi sempre con poche persone gli fa tristezza.

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La Gambassa di Rovido il perché di una scelta

 

Buccinasco è stata per duemila anni una cascina, una casa colonica che nel tempo è andata allargandosi. Dal nome, ha probabilmente radici celtiche, preromane, la cascina assume come molte altre nelle plaghe lombarde, il termine di un luogo che identifica anche cascine vicine.

Nel 1300 Buccinasco (la cascina ora denominata Buccinasco Castello) doveva essere la cascina più importante, il territorio coltivabile più esteso, visto che diventa fondo della famiglia Sforza, la quale, alla fine del Duecento vi realizza una casa padronale importante, che, ristrutturata e ampliata dai Visconti duecento anni dopo, assumerà il nome di Castello.

Riflettere su una cascina lombarda, che tale è rimasta nei secoli fino a qualche decennio fa, può essere di importanza non rilevante, poco originale. Tutta la pianura Padana è così, è stata così.

Di questa nostra storia mi sono chiesto quanto è rimasto oggi agli attuali Cittadini di Buccinasco, ai suoi attuali residenti, nella nostra Comunità. Ben poco, mi sono risposto.

La storia della campagna e dei contadini è stata per secoli una non storia, anche senza scomodare Manzoni che al riguardo ha scritto qualche pagina egregia su coloro che la storia la vivono e la fanno e su come questa viene tramandata e diventa scritta: regnanti e governanti, guerre (tante) e periodi di pace (per lo più brevi).

Le generazioni che fanno la storia, ma non ne lasciano traccia, a Buccinasco si sono succedute facendo gli stessi mestieri, gli stessi lavori, le stesse cose. I cambiamenti lentissimi, quasi impercettibili da generazione a generazione in una società dai rapporti fermi nei secoli. Un altro mondo rispetto alla velocità impressa dal Secolo dei lumi, il Settecento, con accelerazioni continue, oggi divenute frenetiche. Rallentamenti non se ne vedono, chissà come sarà il mondo fra cinquant’anni.

Vivo a Buccinasco, nella frazione Rovido. Una ex cascina che non è più, sostituita da residenze, villette e campagna. Guardando dal giardino, vedo una decina di ettari ancora oggi coltivati a prativo e cereali, o meglio alla alterna raccolta di frumento e mais. Per gestire questo terreno sono sufficienti circa 40 giornate l’anno con l’impiego di una o due persone.

Contadini moderni con macchinari moderni e ben attrezzati che fanno tutto, con poca fatica.

Il medesimo terreno fino a un secolo fa richiedeva almeno una cinquantina di contadini, una dozzina di famiglie patriarcali. Un lavoro che si protraeva tutto l’anno, incessante, estenuante, faticoso. Faticava a sfamare chi lo conduceva, al netto di ciò che veniva ritirato dal signore locale.

Quanti sono oggi i giovani che risiedono in Buccinasco che conoscono quale è stata nei secoli trascorsi la vita di Rovido, la storia di Buccinasco?

Ho pensato che possa interessare una riflessione su una tranche de vie di chi per secoli ci ha preceduto. Riflessione che faccia conoscere le condizioni di vita, di quella vita uguale eppure così diversa, dimenticata, che è scorsa nei secoli. Secoli di dura fatica, di analfabetismo millenario, di villani legati al territorio: servi della gleba, privi del diritto di proprietà.

I cambiamenti a cui abbiamo assistito nell’ultimo secolo, e che oggi ci permeano, hanno modificato quasi ogni giorno il nostro vivere, rendendoci apparentemente molto diversi dal mondo che sto per descrivere.

Ho scoperto, tuttavia, riflettendo sulla vita quotidiana di una famiglia di villani di seicentocinquant’anni anni fa, che i sentimenti, le vicende forti della vita non erano poi così diverse dall’oggi. Perché il nostro cuore, i nostri sentimenti, i nostri percorsi di vita restano; nel tempo immutabili.

Luigi Saccavini (25 Agosto 2011)

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La Gambassa di Rovido. Capitolo Primo Nonno Elmo

Che bel ricordo quello di mio nonno. Elmo lo chiamavano tutti in casa. Io no: lo ho sempre e solo chiamato nonno.

Quando penso a lui, fin dai primi ricordi che ho, è stato sempre il mio ricovero, il mio albero da starci sotto quando sei in campagna al lavoro e si mette a piovere, oppure quando da piccola il sole violento d’Agosto ti stordisce …

Ricordo che ha sempre parlato poco, e il ricordo è strano perché da piccolina mi viene in mente che lui racconta; tutte le storie che so me le ha raccontate lui.

Ricordo quella del Berto, un matto che stava al Ronchetto o forse viveva a Robarello ed era sempre in giro per le cascine. Sembrava stupido, un tonto.

Un finto tonto diceva il nonno. Quando girava per le cascine tutti volevano che restasse.

Lo facevano rimanere per fare un lavoro, per sentire le storie delle altre cascine, i nati nuovi, chi moriva, quando i signori partivano o quelli che arrivavano in visita.

Vestiva in modo strano il Berto, andava in giro senza calzoni oppure metteva due camicioni grandi, uno sopra l’altro. Non parliamo poi di quella cosa curiosa che aveva sulla testa: una specie di telo, irrigidito con qualche intreccio di paglia sottile.

Non bastando, su questa specie di cappello a seconda dei giorni o di quello che gli regalavano, metteva una tela colorata o a volte due. Colori stinti magari, o che rinfrescava lui schiacciandoci le bacche di sambuco o cose del genere: voleva incuriosire, attirare l’attenzione.

Ne faceva delle belle il Berto, come la volta che, trovato in un angolo della corte un uovo di anatra da poco deposto, lo ha messo sulla sedia prima che ci si sedesse il fattore di Terradeo che era venuto a trattare con il nostro di Rovido una qualche faccenda: ne è venuta una frittata cruda e tutti a ridere.

Lui, il Berto, s’è preso le legnate e rideva, continuava a ridere.

Il Berto matto, mica matto era; secondo me lui ha fatto una bella vita, divertendosi e lavorando poco; ma anche facendo divertire la gente i contadini delle cascine ma non solo…

E’ capitato anche che qualche volta un servente dei signori gli chiedesse di andare al Castello, a Buccinasco, certamente per intrattenere o raccontare qualche novità. Non ha mai fatto la fame e se n’è andato prima che lo conoscessi.

Il nonno mi ha insegnato tutto, fin da piccola e più della nonna, che voleva soprattutto farmi lavorare in casa, mentre a me piace l’aria, l’aperto, la campagna.

A Rovido sono l’unica donna che sa usare bene la falce, per l’erba e il trifoglio, ma anche per il grano o l’avena (molto più faticosi questi, da lavorare, ma è sempre bello sentire gli odori, che sono diversi dall’erba tagliata. Fanno più polvere, ma al lavoro ti sembra di essere immersa nel pane).

Il nonno, ormai da tre inverni, da quando s’è preso il male caldo della febbre, che ci ha messo un mese a guarire, vive solo nella stalla, così sta al riparo dall’aria, dai venti, dal freddo.

D’estate, quando fa davvero caldo, dorme in corte sotto il portico, su un giaciglio fatto col fieno: sembra più giovane d’estate, si muove di più e aiuta nei lavori della corte.

Partecipa alla battitura del grano o dell’avena, alla raccolta o alla distribuzione del fieno alle stalle; dà da mangiare ai maiali. Soprattutto è attivo quando in corte ci si attrezza e si prepara la festa della vendemmia: si schiaccia l’uva nei mastelloni. Sembra felice come i bambini e noi giovani; si diverte anche lui.

E’ vecchio ormai e di lavoro non fa molto, si stanca subito. Nelle mezze stagioni intreccia le ceste e le gerle: le fa abbastanza bene, dice il babbo quasi come le gerle di Baggio, che sono le migliori che ci siano e durano una vita (i boschi che stanno lì intorno a Baggio hanno alberi di salici molto flessibili, unici. Così dice il babbo). Le gerle del nonno il babbo riesce anche a venderle ad altri.

Non gira il babbo per vendere gerle: il fattore di Rovido non vuole perché la produzione di Rovido è tutta del Signore e non si può portarla via. Il fattore e i suoi però mica possono controllare tutto.

Ha anche un paio di servitori: gente che non lavora, non fa niente ed è in giro tutto il giorno a controllare cosa fanno i contadini, a curare la roba del Signore.

Nessuno dei contadini li può vedere. In giro da soli, soprattutto di notte, non si fanno vedere: possono rischiare qualche vendetta da un contadino che è stato da loro danneggiato. Quando il Babbo vende di nascosto, lo fa con i mercanti. Il Gastone di Muggiano per esempio, viene col cavallo a trovarci la sera portando le pelli, le tele e altre cose, nascoste sotto sella.

Visita le famiglie di Rovido, una alla volta, perché non ci si fida a trattare le cose insieme. C’è sempre il rischio che poi qualcuno parli e finisce che il fattore lo viene a sapere ed allora sono guai.

Entra in casa a cena e qui, quando è buio tira fuori tutto; si compra e si vende per scambio, magari perché per esempio lui sa che i salami buoni di Rovido si vendono bene alla posterla della Porta Pavese, vicino al Milano, ma anche ai frati del convento di Sant’Eustorgio o nel mercatino che si trova sulla strada, a San Cristoforo.

Gastone arriva in genere quando la luna è nuova o c’è nuvolo. Anche quando piove; così si nota meno tutto il traffico. Se ne va quando è notte, dopo cena.

Va a vederle in cantina le gerle, facendo le mosse di andare a salutare il nonno. Quelle comprate le segna facendo un taglio nel legno di fondo, sempre allo stesso posto: nel lato che poggia al sedere.

Le gerle comprate io, oppure mio fratello Andrea andiamo a prenderle nella cantina. Le portiamo dietro il pozzo che sta dietro l’angolo del fienile e dalla casa del fattore non si vedono.

Una alla volta, senza far rumore, quando in casa la fiamma del fuoco è solo brace o ormai spenta, così la luce non si vede.

Gastone dopo aver salutato passa a lato del fienile, le carica sul cavallo senza far rumore e se ne va al passo, tranquillo.

Per i salami, lo strutto e il lardo, è un’altra storia: se ci riesco lo spiegherò quando parlo del babbo.

Mi viene in mente tutto del nonno, proprio adesso.

L’altro ieri sono entrata in stalla per la zuppa della sera: sempre la zuppa con il pane a mollo perché non ha denti e non può masticare. Lo ho trovato che pareva dormisse. A bocca aperta, messo un po’ di fianco in un modo che mi è sembrato strano.

La luce poca, solo una candela fumosa da cantina che teneva la nonna la quale stava a mungere verso metà della stalla, un luce fioca con ombre molto lunghe e scure.

Gli ho appoggiato la mano sulla spalla: “sveglia nonno, c’è la zuppa. È bella calda: te la porto appena tirata giù dal fuoco.” Dormiva il nonno; non sentiva e non si e spostato, non ha reagito.

L’ho scosso un po’, un poco appena, e il nonno è scivolato di lato, sempre con la bocca aperta. Ho chiamato più forte: “Nonno! Sveglia… dai!”. Niente.

Allora ho chiamato nonna quasi urlando perché è un po’ dura d’orecchio:

“Nonna! Il nonno non si sveglia, vieni, vieni”. Non so perché, mi ero spaventata, ho pensato che il nonno stesse male.

La nonna lascia la panchetta e senza fretta viene al giaciglio su cui il nonno viveva; il suo posto, il suo letto.

La nonna guarda verso il nonno giù di traverso sul pagliericcio e… si tira su il naso (aveva sempre il naso che colava); mi dice: “va bene; da mangiare lo do io al nonno. Torna in cucina, poi ricordati di dire al papà di venire qui perché la Bigia mi sembra che non sta bene”. La Bigia è la mucca preferita dal babbo, secondo lui la più bella.

Non lo ho visto più il nonno: era morto e il giorno dopo, avvolto in un lenzuolo, su un carro accompagnato da tutti i grandi di casa e della cascina, è stato portato nella  chiesa di Romanbanco per la funzione, poi a Grancino, al camposanto di San Biagio, dove c’è la chiesetta nel mezzo, con le quattro porte ai quattro lati.

E’ stato messo via nella fossa di noi contadini; la fossa degli uomini a sinistra della chiesa. Quella delle donne e bambini si trova a destra. Io rimasi a casa a tenere i piccoli: Genesio e Tina.

Ho saputo il nome del nonno Domenica, a messa. Il prevosto Don Glicerio nella predica ha detto che era morto Guglielmo.

Mio fratello Andrea, che ho guardato per capire chi fosse, di chi stesse parlando, mi ha detto sottovoce: “sta zitta! Guglielmo è il nome di nonno Elmo”.

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La Gambassa di Rovido. Capitolo secondo Nonna Lina

Il nome della nonna, quello vero, lo ho sempre saputo perché il nonno ogni tanto, non sempre, la chiamava Adelina.

In genere succedeva così: “Linaa, Linaa,..” gridava il nonno Elmo

Dopo qualche tempo, se non la vedeva o non riceveva risposta, ed era facile perché la nonna non sentiva molto: “Adelinaa, vieni qui che ho bisogno. Sei diventata sorda?”

Il nonno aveva ragione: la nonna un po’ dura d’orecchi lo è diventata davvero. Anch’io spesso devo alzare la voce per farmi capire.

“Vado in cucina”, diventa per lei “vado a cucire” e mi risponde: “non rompermi l’ago, che è il mio e stai attenta di non perderlo”. Lo dice così, quasi come un rito.

Sa benissimo quanta importanza tutti in casa si da a quell’unico ago, io per prima. Perché io sono precisa e attenta, lo dicono tutti, si fidano di me.

Ho cominciato a fare lavori leggeri di casa o nella stalla (dare il fieno alle mucche o il pastone e gli avanzi ai quattro maiali) oppure in campagna a fianco del babbo, per la semina portando i sacchi o aiutando alla guida dell’aratro, con due buoi a tirare. I lavori in campagna, sono venuti dopo però, quando ero diventata più grande.

Arare sì che era pesante, con bestie enormi e io che mi sentivo piccolina. Adesso non lo faccio più, ma lo spiego dopo.

Sono comunque tosta però, con due braccia e due gambe così, robuste e ben tornite (forse per questo tutti mi chiamano Gambassa, tanto che io quasi mi scordo il mio nome Nilla).

Anche in casa usano poco questo nome: raramente mi chiamano Nilla. Un nome strano che la mamma mi dice è stato suggerito dal prevosto quando mi ha battezzato, don Anselmo, che io non ho mai conosciuto.

Ma parliamo della nonna, la mamma del babbo, al quale lei vuole davvero bene; lo scopo della sua vita è sempre stato Sino, il babbo.

Lo protegge come fosse ancora un bambino… il mio babbo che è alto il doppio, magro ma con bei muscoli duri; si può anche dire robusto.

La nonna sembra davvero strana con questo fare ancora la mamma, cucire e sistemare i suoi vestiti (solo per lui lavora, niente invece per gli altri in famiglia, si comporta come se temesse che gli possano portar via il figlio: il suo Gervasino, .. Sino lo chiama ogni tanto, ma non sempre).

Vecchia come il nonno, con il nonno si è trasferita a vivere nella stalla, anche se in casa, nella camera col paglione un posto c’è (eravamo in quattro, ma nel paglione mio e di mio fratello Andrea, e dei bambini quando c’erano, ci poteva stare benissimo).

La nonna non si sentiva a posto con il nonno lasciato solo nella stalla; anche se sembrava non avere attenzioni particolari per lui.

Il suo interesse era solo Gervasino: solo per lui vive, lavora, si interessa.

Per me non deve essere stata bella la nonna, neanche da giovane; adesso poi, oltretutto con una gamba storta che sembra più corta ed il bacino storto da un lato.

Ha la bocca con le labbra rivolte all’interno perché i denti se ne sono andati quasi tutti; un paio laterali si vedono quando mangia o, più raramente, ride. Mi fa un po’ impressione, quasi da strega come quella delle favole che mi raccontava la mamma quando ero piccola.

Non è cattiva la nonna, ma non mi vuole proprio bene; soprattutto ora che è sola, dopo che il nonno Elmo se ne è andato.

Secondo me credo di essere un disturbo e quando le porto la zuppa, la prende così, aspettando che allungo la scodella con il cucchiaio dentro, senza dir niente. Adesso è di poche parole la nonna.

Prima però, quando ero più piccola e il babbo ha detto alla nonna che dovevo imparare a mungere cominciando con le capre (ne abbiamo tre; anzi, il Signore ne ha tre, perché è tutto del Signore, noi villani non possiamo avere nessuna bestia, nessun attrezzo o arnese), la nonna è stata gentile.

Mi ha affiancato facendomi vedere come si prendono i capezzoli e come si preme e si strizza, seguendomi nel vedere come facevo.

Era lì, interessata al mio trafficare e mi spiegava con calma: come tenere il secchione di legno e come mungere in modo buono.

Buono dice lei, perché le bestie fanno il latte meglio se le mungi trattandole bene. E’ lei che mi ha insegnato a carezzarle a metà della mungitura e soprattutto alla fine, sul collo e sulla schiena, con dolcezza.

E’ vero, ha ragione la nonna: le bestie quando le mungi devi far loro capire che sono brave e che sei contenta. Trattarle bene. Non ti parlano ma ti guardano con occhi calmi e tranquilli, si sentono sicure, sono sicura che mi vogliono proprio bene. A me, alla nonna ed anche al babbo.

A mio fratello Andrea meno, anzi forse lo subiscono; deve essere perché è un po’ violento, troppo deciso. Finisce in fretta di mungere; di latte mi sembra però che ne fanno meno con lui.

Della nonna mi viene in mente la stalla perché mi ha insegnato a mungere, a vivere la stalla con tutti i suoi lavori; adesso i lavori pesanti li faccio quasi solo io, mentre la mungitura notturna la fa mia nonna, che non dorme quasi mai.

Di giorno prende la lana delle capre e con l’aspo fila la lana; io a volte l’aiuto per far matasse.

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La Gambassa di Rovido Capitolo terzo. Il babbo Gervasino

Il capo della famiglia, il mio babbo, si sente e ci mette tutti sull’attenti, basta che sia presente.

Oltre a mamma e ai miei tre fratelli, in famiglia c’è la zia Lucia.  La nonna oramai fa vita sua, nella stalla lei sta bene: forse rimane lì a lungo perché così evita lavori in famiglia. Credo si stanchi presto e stando sola con se stessa, vive la sua vita passata.

Vive di ricordi, soprattutto i momenti belli. Ogni tanto quando i tempo è bello e siamo sedute in corte me ne parla, ricordando i balli nell’aia dopo la raccolta del grano battuto e seccato o dopo la spremitura dell’uva. Le feste nei giorni di mercato al Castello, una volta al mese. Qui vengono tutti e si fanno incontri con gente nuova; si imparano tante cose.

Ma parliamo del babbo: l’ho sempre visto grandissimo e robusto: secco ma robusto, con una barba ispida e intensa.

Adesso che sono grande è alto come me, ma io lo sento sempre più grande.

Barba che ricordo sempre con un po’ di grigio, ora magari con i peli bianchi che sono aumentati.

Cammina come se marciasse mio padre: passo spedito e deciso, lungo; con il viso che guarda davanti, sicuro, anche adesso che avrà passato i quaranta.

Quando tutti insieme si lavora in campagna dispone chi deve fare e cosa: a noi bambini ci ha portato in campagna fin da piccoli, dandoci qualcosa da fare subito, anche quando sembrava perdere tempo perché quello che sprecava a insegnare non sembrava dare risultati.

Mi ricordo bambina con un rastrellino di legno fatto dal nonno: continuavo a cercare di rivoltare l’erba sul bordo del canale, tagliata poco prima dalla mamma col falcetto.

Mi trovavo impacciata, capace solo di far pasticci. Mi sento in colpa ancora adesso, che mi viene alla mente, in colpa per non essere capace, non essere utile alla casa.

In casa si può dire che abbiamo imparato a capire e a parlare sentendo e assorbendo i problemi del vivere, del coltivare bene, dalla semina al raccolto, del bisogno di mani e forza per avere da mangiare.

Da piccola io e i miei fratelli siamo cresciuti sentendoci in colpa: mangiavamo ma eravamo solo un peso, non davamo un contributo al vivere della famiglia con il nostro lavorare.

Che io ricordi non ce lo hanno mai detto, in casa. Non il babbo, non la mamma o i nonni. Lo si capiva però, lo si vedeva quando con la crescita si ragionava di più sulle cose.

Diventare grandi, crescere, significava andare al lavoro in campagna, sistemare la stalla, lavorare il fieno, preparare le fascine per l’inverno, prendere l’acqua; accendere e mantenere il fuoco senza fare disastri, attenti a non sprecare.

Insomma, il giorno che arrivati in campagna anziché lavorare per gioco o lasciarmi li a sedere o scorrazzare per i campi, il babbo mi dice: “oggi fai un gioco nuovo, cominci a lavorare: aiuti la mamma a legare le fascinette col vischio. Tu le dai i rametti che sono lì e lei li lega..”.

Il giorno dopo già facevo io il primo legaccio che poi la mamma stringeva bene e sistemava; è così che è cominciato il mio lavoro. Il primo giorno di lavoro vero, utile.

Alla campana del vespero (la suonava sempre la donna del fattore), dopo il segno della croce e la preghiera sono tornata a casa, a fianco del carro che aveva sopra le fascine fatte con la mamma, che camminavo come il babbo: cercavo di camminare come lui, la fronte alta e il passo deciso; forse anche col muso duro imitandolo.

Lavoravo anch’io adesso e aiutavo in casa. Avrò avuto forse cinque anni e mi sentivo “grande”.

Grande ma mai però come quando il babbo mi ha portato con lui in cima al carro con su il fieno, insegnandomi a sistemarlo bene perché potesse starcene molto, mentre da terra, da sotto si può dire perché visti da lì, da in cima, sul carro: il nonno, la zia Lucia e mio fratello Andrea, il babbo: tutti che porgono il fieno con il forcone, sembrano più piccoli, mi sembra di essere io a comandare il lavoro.

Questo è il lavoro in campagna che mi piace di più. Più di tutti gli altri: sto sopra e sono io che guido il lavoro: dove mettere l’inforcata di fieno, chiedere se darne molta o un po’ meno. Io decido come devo spostare il fieno.

Con il profumo del fieno ancora un po’ di fresco, intenso che quasi fa girar la testa.  Quando alla fine il carro è colmo, perché con le forche non si può più aggiungere altro fieno, io avverto di sotto, sistemo le ultime forcate ben bene, pareggiando tutto.

Allora il bue, ad un ordine del babbo: qualcosa come “aaah”, lentamente comincia a tirare e va sicuro verso Rovido, con il babbo e Andrea al fianco, le donne dietro. Io allora mi sdraio sul fieno, ci sprofondo dentro, sento il profumo dell’erba e dei fiori, del campo, vicinissimi e se possibile ancora più forti, più decisi. Che bello!

Quando si arriva in corte, allora comincia il lavoro del fienile: trasferire il fieno dal carro al fienile, al piano alto sopra la stalla.  Io dall’alto del carro mi affianco alla scala a pioli e salgo in fienile; con me vengono la zia Lucia e la mamma, armate di forconi.

Gli uomini salgono sul carro e trasferiscono il fieno direttamente al fienile, finché si può.

Quando il carro comincia a svuotarsi e non si arriva più direttamente io scendo e, insieme a mio fratello prendiamo una gerla ciascuno (la mia un po’ più piccola, ma non di tanto).

Il fieno, messo lì dai grandi che stanno sul carro passa dal carro alla gerla; noi lo pressiamo bene in modo che sia pieno; poi sulla scala a pioli si porta su e si svuota.

La sera siamo tutti stanchi ma contenti (almeno io e mio fratello); i grandi più silenziosi ma calmi.

Le parole escono essenziali e semplici: il commento sul lavoro fatto.  Mi piace la calma della sera, a cena. Il babbo parla sulle cose da fare l’indomani.

La scodella in mano, il cucchiaio di legno e si mangia la zuppa col pane. Pane di casa, cotto dalla mamma il Sabato, una volta la settimana nel camino grande.

Poi, se non è proprio freddo, ci si siede in corte dove vengono i vicini; altre quattro famiglie nella nostra corte. Qui ci si scioglie e si riposa davvero, avendo mangiato.

Si raccontano le cose avvenute o quelle apprese in giornata dai vicini; di ciò che avviene a Romano o a Gudo; quelli di Fagnana; della teppa di Robarello (una fama di piantagrane, capaci di andare in giro solo per trovare da litigare).

Si parla fino a tardi, buio che si parla quasi senza vederci, con qualche raggio di luce che viene dalle porte: la brace del fuoco che lentamente si spegne.

Quando è proprio buio si va a dormire sul nostro paglione.

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La Gambassa di Rovido Capitolo quarto Andrea, mio fratello

Più grande di me, Andrea. L’ho sempre visto grande e mi ha spesso dato fastidio questo fratello più grande. Non lo volevo il fratello io; coccolato in casa perché aveva cominciato a lavorare presto.

Per lavorare, lavora, ma a me non andava la sua presenza.

Da piccoli, occupava in casa un posto che io volevo riservato a me; anche la mamma lo trattava meglio.

Non è tutto giusto però, quello che dico: è uno sfogo che viene per i ricordi da piccoli. Quando abbiamo cominciato ad andare tutti e due al lavoro, siamo diventati più uguali.

Lui sempre più grande, più adatto ai lavori da uomini, ma sostanzialmente eravamo pari. Il fatto è che Andrea, a differenza del babbo e di me, è di struttura magra, più secco.

Mangia sempre con appetito ma non mette mai su carne. Il viso un po’ scavato anche da giovane, una montagna di capelli in testa che la mamma doveva accorciare quasi ogni settimana. A differenza del babbo aveva una barba rada, fatta di peli ispidi, il naso sottile e lungo con sotto due labbra rosse che erano la prima cosa che notavi guardandolo in viso.

Insomma era agile ma non proprio adatto ai lavori più pesanti; io quasi facevo gli stessi lavori. Eppure si impegnava ed era sempre l’ultimo a smettere. Un pignolo nel mettere a posto gli attrezzi, non lasciava mai niente in giro.

Quando si andava la domenica dopo messa a vedere il mercatino di Buccinasco, al Castello (c’era una volta al mese), andavamo insieme e guardavamo tutto.

C’erano tante cose al mercatino, anche strane, almeno per noi giovani: i coltelli, che attiravano molto Andrea, le corde, gli attrezzi ma perfino i campanellini. I piatti usati, di legno diventato nero, magari un po’ rotti. Anche i bicchieri erano di legno.

Ho visto una volta un bicchiere trasparente che il mercante diceva di vetro di rocca. Una cosa da signori, stranissima. Tutti guardavano quel bicchiere e se ci fossero stati soldi chissà quante volte l’avrebbe venduto.

Sì, perché il mercatino vende solo a chi ha moneta. Qualcuno dei mercanti c’è che si dice disponibile a fare cambio e sottovoce chiede cosa si può dargli in cambio. E’ però una cosa con qualche rischio perché al mercato gira anche il fattore; vengono pure i serventi del signore che vivono nel palazzo.

Soprattutto vengono anche i due fannulloni che sono lì a controllare, a spiare se i villani scambiano attrezzi, salami o frutta e verdura.

Non devono averne in abbondanza, da poterla cedere, i contadini. Se lo fanno viene subito il sospetto che non hanno consegnato il dovuto al fattore e vengono a controllare in cascina.

I soldi: chi vive in palazzo, anche i serventi ha le monete e può comperare, anche i lavoranti, il fattore. Soprattutto i famigliari del Signore.

Per noi contadini è invece molto difficile avere soldi: anzi quando abbiamo qualche moneta che ci può venire per aver venduto di frodo un po’ delle nostre scorte di alimenti, il babbo la nasconde senza farsi vedere. Va giù in cantina con un pezzo di legno acceso che fa luce.

Noi tutti dobbiamo rimanere in casa e non scendere, quando lui va giù in cantina. Non ci vuole con sé.

Il babbo prende un po’ di soldi, quelli regolari, per la parte del coltivato che gli rimane dopo aver consegnato al fattore i raccolti. A comperare è sempre il fattore, sempre lui che fa il prezzo, perché lui che conosce quanto valgono le cose.

Si vende la parte che gli ci rimane dei prodotti di campagna per la famiglia; una piccola parte si può venderla anche ad altri, ma prima si deve proporla al  fattore. Se poi è lui, il fattore che la chiede, non puoi rifiutarti di dargliela.

Ricordo da piccola un anno in particolare nel quale tutti d’inverno abbiamo fatto una fame quasi da star male; il fattore ci aveva praticamente preso tutto il raccolto.

Ha detto al babbo che era un ordine del Duca per la guerra con Firenze, con la Francia. Insomma cose di cui noi non sappiamo nulla, magari inventate dice il babbo in casa. “Che ne sappiamo noi contadini. I Signori ci raccontano quello che vogliono”.

Anche il fattore certe volte fa capire che non crede troppo a quello che dice quando deve fare queste requisizioni. Quell’anno in cascina, ma anche nelle cascine vicine, la situazione era diventata davvero difficile. Ricordo il babbo e la mamma, i nonni, che d’inverno vanno tutto il giorno in campagna a raccogliere, a cercare radici scavandole dal terreno gelato; a prendere un po’ d’erba sotto il ghiaccio o la neve. Io e Andrea eravamo ancora piccolini e restavamo in casa.

C’erano solo rimasti i cavoli, quelli d’inverno. Ci ha salvato un po’, la nostra “cantina buia”.  Quando succede che il fattore compera lui la nostra parte, mio padre si infuria. Diventa davvero arrabbiato: non grida troppo per non farsi nemico il fattore o per evitare che qualcuno dei vicini vada a riferirlo.

Delle famiglie che vivono in corte i Gianni sono quelli di cui lui il babbo si fida di  meno. Sospetta di loro; non vuole che noi ragazzi si stia con i figli dei Gianni: il Tino e la Rosa.

Noi però ci andiamo lo stesso a giocare; cerchiamo solo di non farci vedere troppo dal babbo. 

Quando la sera si sta dopo cenato sotto il portico, a vederci giocare e parlare insieme il babbo allunga il collo per sentirci: ci guarda con certi occhi fissi senza dire nulla ma ci fa capire così di stare attenti e di non dire niente.

A noi per il mangiare ci salva la “cantina buia”, soprattutto quando si è obbligati a vendere al Signore anche le nostre parti. Non succede molto spesso; che io ricordi è capitato due volte, la prima è quella che ho già raccontato, che ero piccolina e non lavoravo ancora.

Lo ricordo perché mi è rimasta in mente la fame di quell’inverno: la fame fai fatica a dimenticarla. La “cantina buia”: si trova… non lo dico a nessuno, neppure adesso che sto dettando la mia storia.

Posso dire com’è: sotto terra, nel magazzino di fianco alla cantina dove le pareti sono di sassi e mattoni, con tre piccole finestre in alto vicino al soffitto, ci sono diversi rientri che servono da armadio aperto per posare sopra alcuni ripiani gli strumenti per sistemare gli attrezzi di campagna: il martello per battere la falce, pinze, un po’ di chiodi di quelli fatti dal fabbro di Buccinasco, di ferro e di bronzo.

Due imbuti: uno grande di legno ed uno di bronzo per versare e travasare il vino; alcuni cunei di legno di diverse misure, un paio di piccoli mastelli da vino per travasi.

Vi sono poi manici di scorta per gli attrezzi agricoli, qualche mattone, e altre cianfrusaglie, che sembrano inutili ma ad averne, quando servono.

Questi armadi aperti hanno come parete di fondo alcuni tronchi di legno un po’appiattiti con l’accetta, che forse li ha fatti il nonno, ma possono essere anche più vecchi.

Chissà da quante famiglie di nonni sono stati lavorati, perché neppure il nonno sapeva chi li ha fatti. Eppure lui diceva che ha sempre abitato a Rovido.

In uno dei rientri, questo fondo di tronchi, se si toglie tutto quanto sta davanti, si può smontare e dietro c’è la cantina buia. Uno spazio non molto grande dove ci si entra a fatica e ci si sta dentro al massimo due alla volta. Qui il babbo, sempre e solo la sera tardi quando va giù, mette via  i prodotti che non devono risultare.

I salumi fatti con i ritagli e i rimasugli, dopo aver fatto sparire una misura di budella. I formaggi dopo stagionati, quelli duri, anche un po’ di carne affumicata al camino.

Qualche sacco di piselli secchi, noci e castagne ma anche fichi e prugne fatte seccare l’estate. Bisogna essere molto prudenti anche perché le cose da metter via devono essere seccate e asciutte molto bene, ad evitare le muffe.

Il grano e l’avena è una cosa meno segreta; praticamente tutti li tengono in solaio o nel fienile; si tratta di quantità calcolate. Quella che si deve far vedere al fattore o ai suoi servi sta da una parte. Quanto rimane dalla spigolatura, dalla raccolta di noi donne e bambini dopo la mietitura, viene nascosto in qualche altro angolo; ogni tanto il babbo e il nonno vanno su a notte fatta per spostare la scorta che non dovremmo avere. 

In corte lo fanno tutti ed ogni tanto c’è una famiglia che viene scoperta; la punizione è che del nuovo raccolto, viene scalato quello trovatogli l’anno prima. Si rimane con quasi nulla.

Non sono scorte grandi: quando c’è stata la fame come ho detto sopra, sono durate forse due o tre mesi, andando piano piano a prenderne. Di questa cantina buia non parliamo con nessuno e nessuno sa niente, o dovrebbe.

Però tra bambini, in corte, ci siamo confessati di questo nascondiglio e una cosa del genere mi sembra di capire che più o meno se la siano fatta in quasi tutte le famiglie. Ma è una cosa di cui mai si parla in corte.

Probabilmente lo sa anche il fattore, che non dice niente e fa finta di non sapere; quando viene giù a fare i controlli per prendere la sua parte, dice il babbo: “Anche questa volta siamo fortunati: ha guardato dappertutto ma nel rientro con l’armadio degli attrezzi non ci si è neanche fermato.” Io penso che lasci fare e chiuda un occhio.

Parliamo di Andrea, che mi fa venire in mente queste cose e soprattutto la cantina. Era una cosa segreta che non dovevamo sapere, ma ogni tanto il babbo e la mamma ne parlavano.

Eravamo ancora piccoli che Andrea un giorno mi ha detto di venire giù con lui a cercare la cantina buia: con la paura di fare una cosa proibita, tremando come una foglia lo ho seguito. Non so quante volte poi siamo andati a vedere: un segreto che mi emoziona ancora adesso che lo racconto .  Sono sempre stata bene con Andrea, dopo che siamo cresciuti.

Era una vita che bisognava andare a fare i lavori per il canale, il Naviglio lo chiamano adesso: bisognava allargarlo ancora. Ci passano già i borcelli ma si deve farlo più largo e poi dicono che andrà fino al Duomo di Milano. adesso ormai è finito: quando vado alla Guardia di Corsico si vedono passare e i borcelli, anche qualche mezzana. E’ raro vedere i cagnoni, che sono le barche più grosse per i carichi ingombranti e pesanti.

Non possono passare bene i cagnoni e bisogna fermare il traffico rovescio perché non passano. E’ per questo che lo stanno allargando. Una cosa che non finisce mai il Naviglio: anche mio nonno mi diceva che fin da piccolo vedeva la gente lavorare.

Quando vanno a Milano i barconi scivolano sull’acqua da soli; al ritorno sono trainati dai cavalli sul lato dell’alzaia. I lavori del canale ogni anno cominciano a Febbraio e vanno avanti fino a Novembre.

Per iniziare la stagione dei lavori vengono in cascina i messaggeri armati del Duca a bandire i lavori per il canale.

Quest’anno il bando ordina che di Rovido ne devono andare in dieci, portandosi anche due carri con i buoi e cinque carriole per il tratto che da Gaggiano va fino a San Cristoforo.

Carri e carriole che sceglie il fattore: tutti i mezzi sono della cascina ed è lui a decidere. Compreso le cascine dei dintorni una quantità di gente è andata a fare questo lavoro: tutti giovani. Non hanno mai preso gli anziani e le donne.

Così Andrea l’anno scorso ha dovuto andarsene con loro e con gli altri; si sono presi anche il Tino, quello dei Gianni. Sono andati a vivere nella cascina grande di Corsico: la Guardia.

Stavano lì, in pratica ci vivevano finito il lavoro e davano loro anche da mangiare, mentre per dormire erano sistemati sotto i portici.

Il lavoro era pesante, tutto badile, trasporto di terra e carichi sui carri, che se la portavano via.

Poi, al ritorno passavano da una cava dove prendevano sassi grossi, riempiendo i carri. Servivano per rizzare le sponde; un lavoro che facevano i muratori che venivano da lontano, forse da Abiagrass.

Con il canale vengono sui borcelli le pietre prese dal Ticino, che poi bisogna scaricare man mano sui bordi. Anche queste pietre servono per fare le sponde: sono distribuite in tanti mucchi man mano che si va avanti.

Io con la mamma andavo a trovare Andrea un paio di volte la settimana, gli portavamo qualche cambio, verdura e frutta, che lui divideva con gli altri, i quali facevano la stessa cosa.

Tutto sommato non stava male; era in compagnia e si erano fatti amici; non mi sembrava scontento. Il babbo invece era nero; non ne poteva più di questo lavoro mai finito per il canale grande che, diceva, serviva solo ai Signori per andare a spasso, mentre in campagna mancavano le braccia per tutta la stagione.

Una volta che siamo andate a far visita ad Andrea io e la mamma, ed è stata l’ultima, è stato tremendo.

I suoi amici ci sono venuti incontro di corsa: Andrea si era fatto molto male perché un carro su cui stava portando terra con la carriola gli si è rovesciato addosso ed è rimasto sotto. Lo hanno liberato che era pieno di terra, anche in bocca.  Non respirava più. La sera se n’era andato.

Era già il quarto che moriva in quella stagione ed eravamo solo a Giugno, mi ha detto il Tino.

Con la mamma siamo tornate a casa senza parlare: Andrea non c’era più, non l’abbiamo neppure visto. E’ stato messo nella fossa comune dei contadini di Corsico; ha fatto tutto il prevosto di Corsico don Borgatto, di fretta.

Io e la mamma adesso, cosa gli si diceva al babbo? Non sapevamo ed eravamo preoccupate e spaventate.  Il babbo alla notizia si irrigidì: un viso di pietra, pallido, che non si può dimenticare.

Non ha detto nulla mentre io e mamma piangevamo. E’ andato in cantina e per la sera non lo abbiamo più visto.

Adesso che ci penso mi viene il magone e faccio fatica a non piangere.

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La Gambassa di Rovido. Capitolo Quinto Mia Mamma

Mamma forse non è la persona più importante per me. La persona che secondo me conta di più, nella quale più mi ritrovo, è il babbo. Però…. La mia mamma si chiama Ninetta ma per me è solo la mamma, è il nido, la sicurezza.

Quando ci penso ritorno piccola e mi sento coccolata nelle sue braccia. Mi succede quando vado a letto, anche adesso che sono grande mi capita diverse volte di tornare a questi ricordi di bambina.

Certo la mamma non è tutta per me; non sono l’unica figlia, come i Signori di Rovido, che hanno solo la Priscilla, ragazza vestita con abiti pesanti di tutti i colori, pettinata con spille e fiocchi sul capo; le scarpe con il fondo di legno colorato alto, soprattutto dietro, verso i tacchi. Una bambina anche carina, ma che sorride poco.

Ti guarda da distante come se tu fossi un animale, come a studiare chi sei, come vivi.

Un modo di guardare che dà fastidio, io se non sono impegnata nei lavori e posso, lascio la corte e entro in casa. Non la ho mai sentita parlare Priscilla, così come non la ho mai vista ridere. Con quel corpicino quasi magro, le braccia sottili. Si vede che non ha mai lavorato; non potrebbe lavorare. Forse i Signori sono diversi, non sono fatti per lavorare nei campi.

Mica come me: sono orgogliosa di essere robusta, gambe e braccia ben rotonde e tornite, capace di fare tutti i lavori in campagna e in corte; mai malata. La mamma: Ha tirato su quattro figli e mi dicono che altri due fratellini sono mancati da piccolini.

Uno di tre anni è caduto e annegato nel Cavo Buccinasco mentre tutti eravamo al lavoro e la mamma, girata la testa per un attimo, non l’ha trovato più. In giro ad cercarlo dappertutto, è stato trovato dal babbo due campi più giù, impigliato ad una svolta del canale, contro un ramo che era messo di traverso, e si era bloccato. L’altro figlio che se ne è andato: era una bambina che cresceva a fatica ed era sempre malata, se ne è andata un inverno per aver preso freddo, troppo freddo. È morta che non aveva due anni.

Ci vuole bene a tutti la mamma: con tutti è comprensiva e qualche volta cerca di nascondere al babbo qualche piccolo disastro che l’uno o l’altro, o insieme, abbiamo combinato.

Forse anche per questo del babbo abbiamo paura.

Buona la mamma ma comunque seria, anche severa sulle cose che dobbiamo fare, sui nostri doveri e su come ci si comporta in casa e con gli altri.

Ricordo una volta che Andrea si è preso una sberla perché aveva fatto un dispetto al nonno mettendogli un bastone fra i piedi e facendolo cadere.

Un’altra cosa che ci ha insegnato la mamma è lavarsi. Fin da piccoli, lavarsi la faccia la mattina è un obbligo.

Quale che sia la stagione, estate o inverno, anche quando fa freddo e gela, si tira su il secchio dal pozzo e con l’acqua del secchio ci si deve lavare.

Ricordo da piccola che il rito del lavarsi durante la stagione fredda era quasi un incubo: lo dovevi fare però. La mamma inflessibile stava lì a controllare e se rallentavi o tenevi poca acqua interveniva subito.

Poi però, soprattutto da piccolini, col telo di canapa ci asciugava sfregandoci finché non avevamo il viso rosso come una mela. Il caldo era bello, tornati in casa il fuoco acceso e poco dopo la scodella con il latte caldo e pane secco da mangiare.

Bisognava proprio essere molto piccoli o malati perché per lavarsi si facesse uso dell’acqua calda messa sul camino. A me non piace lavarmi in casa, l’acqua calda mi da fastidio.

Belle le mattine in casa durante la colazione, che si faceva a sole alzato da poco: presto d’estate, con le giornate lunghe perché i lavori nei campi erano tanti da fare; più tardi d’inverno, quando si lavorava solo in casa a lavorare il latte e poi in cantina a riporre e girare i formaggi; nella stalla in particolare (ove si stava volentieri, perché si era al caldo).

Adesso lavarsi con l’acqua del pozzo la mattina è bello, mi piace, sia d’estate che quando fa freddo.

Senti i brividi ma fa piacere lo stesso e dopo ci si sente belli svegli.

Quando la mamma esce, adesso che siamo grandi, se non sono in campagna al lavoro, soprattutto d’inverno, mi porta sempre con sé, mentre i fratelli se ne stanno per i fatti loro. Andiamo in chiesa, andiamo a trovare le altre famiglie.

Magari aiuta a filare la lana o si porta l’aspo con il sacco della lana lavata (questo lo porto io); così mentre si chiacchiera, si lavora.

Io ascolto poco le mamme che parlano, preferisco giocare con le mie amiche o andare con loro in corte, per i fatti nostri.

E’ buona la mamma, davvero. Non ricordo di averla mai vista arrabbiata con noi ragazzi.

Tranne la volta che Andrea, avrà avuto dieci anni, se ne viene a casa con in tasca un piccolo coltello e lo tira fuori di nascosto per farmelo vedere. Io ingenua gli chiedo: “Dove lo hai trovato?” .

La mamma si volta e vede il piccolo coltello che luccicava al riverbero del fuoco del camino.

“Da chi lo hai preso, dove lo hai portato via?” chiede la mamma. Andrea si è sentito in colpa e, come fosse in un angolo, racconta balbettando qualcosa: di averlo trovato vicino al cesso, poi qui, poi là.

Alla fine ha confessato dicendo che l’aveva preso a Sauro, il figlio del fattore. Sauro non se n’era accorto, ha detto e forse penserà di averlo perso.

La mamma lo ha preso per un braccio, decisa e serissima. Un piglio quasi da militare: “Adesso vieni con me che andiamo dal fattore a restituirlo”.

Non c’è stato verso, ogni resistenza di Andrea è stata inutile, ogni promessa che glielo avrebbe riportato lui, che lo avrebbe ridato, che lo avrebbe fatto trovare a Sauro. Niente.

Ha dovuto uscire con la mamma ed è tornato dopo un po’ forse sollevato, con il viso più sereno.

Gli ho chiesto dove era andato e cosa gli aveva fatto il fattore: “Niente” mi ha detto. “Non mi ha fatto niente”.

Non mi ha detto mai altro; era una cosa di cui non voleva parlare. Non ne ha mai parlato, con me, e credo con nessun altro.

Non ne parlò più neppure la mamma, neanche con il babbo. Fu un segreto fra noi e non fu necessario che mamma me lo dicesse, sapevo da sola che questo era un segreto che nessuno di casa doveva conoscere.

La mamma è davvero la padrona in casa. Dentro casa comanda lei; anche il babbo segue le cose che chiede.

“lascia fuori gli zoccoli”; “porta la legna con il cavagno”; “guarda il fuoco che devo metter su la zuppa a cuocere”; insomma è la mamma che in casa comanda tutti.

Anche noi figli, a raccogliere i legni in giro, a scopare il camino la sera, con lei che poi controlla il lavoro fatto, che tutto alla fine sia a posto e ripulito. Io poi devo aiutare nei lavori di cucina, anche quando torno stanca dal lavoro.

E’ l’ultima ad andare a dormire la mamma e quando a dormire sul giaciglio andiamo noi, non manca uno sguardo buono, qualche volta anche una carezza; una buona parola ai miei fratelli.

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La Gambassa di Rovido. Capitolo sesto La grande processione di Sant’Eustorgio

La festa più grande che ho mai visto e che mi ha cambiato la vita.

L’occasione nella quale ho visto Lamberto per la prima volta. E’ successo così: l’anno scorso per la festa grande di Sant’Eustorgio con la mamma avevamo deciso di andare alla funzione.

“Ci va tutta Milano, con tutti i Signori, deve essere proprio una funzione, una processione straordinaria: viene anche dalla Linguadoca il predicatore Giovanni Domenicano” , questo aveva detto il nostro prevosto don Glicerio e lo ha ripetuto più volte la Domenica:

“La parrocchia di Romanbanco partecipa numerosa e il Diacono Don Lingieri accompagna i partecipanti all’andata e ritorno. Gli uomini che sono impegnati in campagna lascino pure libere le loro donne di andare alla straordinaria funzione. Di questo avvenimento si parlerà per tutto il ducato di Milano e per molti anni. Una occasione unica essere presenti all’evento dei mille anni dalla salita al cielo di Sant’Eustorgio, il decimo vescovo di Milano*; con 263 sacerdoti e monsignori a scortare il Vescovo e Duca Monsignor Giovanni Visconti***”. A furia di insistere il babbo ci lasciò andare.

“Al ritorno dovete prepararvi per la pigiatura; poi dobbiamo mettere via il mosto nei barili grandi”.

La chiesa di sant’Eustorgio, con il vicino convento è fuori Milano, dopo la pusterla di Porta Pavese.

Distante quindi ma è facile arrivarci perché basta seguire il grande canale, il naviglio che arriva allargato oramai fino alla chiesa di San Cristoforo, insomma ormai il canale grande è finito e andrà a congiungersi alla darsena ed al naviglio del Lambro che gira intorno a Milano.

Avevamo sentito il prevosto, Don Glicerio, che già in estate aveva ripetuto la predica su Sant’Eustorgio e detto a tutti di andarci perché era importante; sarebbe stata un festa grande, per ricordare il Santo nei mille anni dalla morte*.

Insomma di Sant’Eustorgio, della sua venuta da Costantinopoli con le reliquie dei Re Magi, della guerra alle eresie; ne parlavano le donne ripetendo la vita del santo raccontata in chiesa; tutte le cascine intorno conoscevano le storie del santo e di quando in quando un predicatore veniva nelle corti per funzioni e prediche che preparavano la festa.

C’era una grande attesa.

Non ero mai andata prima fino al convento di Sant’Eustorgio. Ricordo da ragazzina che una volta con un carro eravamo andati con tutti i ragazzi di Rovido e Romanbanco fino a San Cristoforo, per un mercato e una festa grande; mai più in là.

Quella volta, fra terreni e boschi tutto intorno, dal lato dove il sole si alza, si scorgevano due cime di campanili, rosse di mattoni: il babbo che con la mano verso quella direzione mi aveva indicato: “La c’è Milano”.

Per Sant’Eustorgio il giorno prima della festa siamo partite io, la mamma e la zia, insieme a molte donne e bambini ma anche alcuni vecchi delle cascine della zona: da Buccinasco dove c’era il castello, poi Terradeo, Grancino, Robbiolo, Crivelli e altra gente raccolta per strada.

Guidavano tutta la gente il prevosto di Romanbanco: Don Glicerio e il suo diacono Don Lingieri.

La stagione era ancora piena di lavori fra fieno e vendemmia. Ragazzi grandi e uomini dovettero rinunciare quasi tutti.

Anche nella cascina di casa il babbo e Tino erano impegnati alla raccolta dell’uva per la vendemmia con tutte le altre famiglie della corte. Era un lavoro che si faceva in comune, tutti insieme.

La strada era lunga; contavamo di arrivare per la sera al convento del Santo

Eustorgio, in modo da poter trovare da dormire con le donne, nella cascine vicine alla basilica. Si dovette andare tutti in fila per uno o per due persone perché sulla strada passavano in continuazione birocci e carrozze, ma anche carri condotti da una coppia di buoi con su molta gente.

Ce n’erano delle cascine a noi vicine, anche i Signori dei diversi fondi ma altri venivano da Abiagrass e fino da Vigevano.

Noi siamo arrivati che era prossima la sera, ancora giorno ma con un cielo rosso, vicino al tramonto.

Come era grande la chiesa! Enorme. Il convento poi era grandissimo. Sono andata con altre giovani per girare le mura e vedere le costruzioni in giro.

Non finivano più; ci siamo stancate e siamo tornate con le nostre mamme con la paura di perderci fra la moltitudine di gente e carrozze di tutti i tipi.

C’era un mare di gente, tutta stretta sotto i portici ove i contadini e i serventi del convento avevano messo giù del fieno per dormire. Eravamo tantissimi, soprattutto donne e bambini.

Il tempo era bello: una notte serena con una luna grande così che ci si poteva vedere quasi come di giorno.

La mamma allora decise di spostarsi in campagna vicino ad un fosso, ove c’era un grande albero. Sotto questo noi tre, io con la mamma e Tino, ci siamo sistemati dopo aver mangiato il pane che avevamo portato.

Abbiamo parlato tanto: eravamo contenti ed allegri io e Tino, per la situazione diversa dal solito, con tante cose nuove da vedere, tantissima gente sconosciuta ma tutti gentili e bravi.

Era davvero bello, una serata che ricordo benissimo, i colori che man mano cambiavano con la luce che calava.

Il giorno dopo fin dalla mattina presto il prevosto ci mandò a cercare per rimettere insieme il nostro gregge come lo chiamava lui.  Ci avviammo per andare sul grandissimo sagrato, davanti alla chiesa.

La chiesa di Sant’Eustorgio ha un enorme campanile** nuovo nuovo con dei bei mattoni cotti, altissimo; eravamo tutti con il naso per aria a guardare quel grande campanile, con tante campane; non una sola come la nostra chiesina di Romanbanco.

Tutti noi villani fummo messi ai bordi del grande sagrato, seguendo le sbrigative indicazioni dai frati e loro aiuti, incaricati di mettere ordine fra la folla, perché poi dovevano venire i Signori da Milano.

Davanti a noi, ma sempre ai bordi c’erano i Cittadini milanesi, i serventi e i fattori delle cascine: si vedevano subito, era facile distinguerli perché non vestivano solo del lino greggio. Avevano abiti con teli colorati; usavano ai piedi dei calzari di cuoio; molti avevano un cappello sulla testa. Io avevo seguito Tino che si era arrampicato su un albero grande e potevo vedere tutto da sopra.

Passò molto tempo durante il quale si recitavano le preghiere. Noi quattro o cinque ragazzi sulla pianta eravamo troppo interessati a ciò che ci succedeva intorno, a vedere tante persone nuove, con tanti vestiti diversi.

Dopo molti falsi allarmi, avvisi e grida che correvano tra la gente assiepata “Arrivano! Arrivano!”, passato un tempo che a noi parve lunghissimo, finalmente da lontano si sentì il salmodiare dei canonici e dei giovani chierici, preceduti da un canonico con una croce alta, lucidissima, gialla che a me sembrava d’oro.

Subito dopo si vide la testa vera del corteo; con una ricca veste d’oro e un copricapo pure d’oro ricamato da lontano abbiamo visto l’Arcivescovo Duca Visconti: il Signore di Milano. Una persona alta e imponente che teneva le mani levate davanti, alte all’altezza della spalla mentre due canonici, camminando di lato, reggevano un grande messale, aperto perché l’Arcivescovo Duca potesse leggere.

Dietro seguivano su file di tre alla volta i chierici che recavano in mano delle urne anche queste in metallo e con pietre di diversi colori; tutti vestivano un camicione, una cotta bianca di lino. Tutte le cotte avevano un bordo inferiore di pizzo e ricamo, con altezza non sempre eguale.

Anche la lunghezza della cotta non era sempre eguale e questa area bianca uniforme ma di altezza variabile rompeva la un po’ l’armonia del corteo che procedeva, rendendolo più reale, più vivo.

Seguiva poi una lunghissima teoria di preti o chierici distinti per confraternita, ciascuna dai colori e vestiti propri. Ne ricordo in particolare una di confraternita con abiti di colore viola intero, intero. Tutto eguale.

Il prevosto don Glicerio ad un certo punto aveva ordinato con voce tonante che tutti si inginocchiassero. Che impressione vedere tutti che man mano si mettevano in ginocchio: una marea divenuta bassa e noi sull’albero vedevamo tutto benissimo, con un senso di grande emozione e partecipazione. Il corteo non finiva mai, perché poi a seguire erano le carrozze, per lo più chiuse, con una coppia di cavalli; il conducente a cassetta, seduto alto con la frusta.

Arrivata la processione con i canonici e i chierici ed entrati tutti nella basilica, a controllare l’ingresso intervennero i frati e i conversi, che portavano un abito marrone mentre i frati avevano un bell’abito bianco che sembra un po’ sporco ma non lo è: si tratta di un colore come se nella scodella del latte ci fossero le castagne cotte.

Frati e conversi bloccavano i villani e i lavoranti vestiti male, si è creata una ressa che non finiva più perché tutti volevano partecipare. Stavamo meglio noi sugli alberi, che si vedeva tutto.

Le carrozze invece, dopo aver scaricato i signori di città, venivano mandate avanti verso la strada per San Cristoforo o per Pavia. Ad aspettare la fine della funzione e tornare a riprendere i propri viaggiatori.

Siamo rimasti lì fino al pomeriggio: la funzione fu lunga, con il campanile che continuava a suonare, senza smettere. Un suono con diverse campane che si vedevano spuntare e scomparire dai finestroni del campanile; era bello e mi affascinava.

Mentre eravamo sull’albero Tino mi indica un giovane, nostro coetaneo, che non era entrato nella basilica, restando fuori.

Vidi un giovane dell’età che poteva essere come Tino ma un pochino più basso di statura; aveva pantaloni di panno larghi, di colore rosso scuro, un giustacuore di velluto giallo ocra. Abiti quasi da Signore, con un paio di calzature di cuoio ed un cappello semplice che copriva la testa.

Mi guardava fisso ed io allora ho abbassato gli occhi, mi sento emozionata mentre Tino mi dice: “è Lamberto: mi ha detto che vuole parlare con te”.

Il sangue mi sale al viso e dovrei essere rossa, ma lo sono già abbastanza: chissà se se vede la mia emozione. Dopo un po’ alzo lo sguardo è Lamberto e sempre lì, gli occhi fissi addosso.

Non si è neppure inginocchiato, con la scusa che è vicino al tronco dell’albero di fianco a quello dove sono su io.

Stacco ancora lo sguardo e abbasso la testa, poi la rialzo e lui è sempre lì che mi guarda. Cosa mi sta succedendo? Non lo so e nello stesso tempo intuisco tutto e non capisco niente. Quando scendiamo dall’albero io e Tino, Lamberto è lì è mi dice: “un saluto, Nilla”

Conosce il mio nome, che quasi non lo conosce nessuno. Rispondo con un “saluti signor Lamberto”, che mi esce a fatica, quasi un filo di voce: come se avessi un nodo alla gola.

Mentre siamo lì che non sappiamo cosa dirci, arriva il prevosto che ci riunisce per la preghiera serale del Vespero: Lamberto se ne deve andare guardandomi, con la testa sempre rivolta a me. Sono appena suonate le campane di Sant’Eustorgio per il Vespero: un suono bellissimo. Mi sembrava tutto molto bello e c’era in giro una luce che brillava; mi sembrava adesso che tutto girasse intorno a me, che al centro del mondo, di tutti, ci fossi solo io.

Per questo recito il Vespero rispondendo alle preghiere del prevosto, con partecipazione, ma quasi senza sapere cosa sto recitando e la testa che va per conto suo.

C’è n’è voluta perché tutto tornasse normale: la lenta camminata per tornare a casa, sentendo la mamma parlare con le amiche e le chiacchiere con le ragazze mi hanno rimesso, si fa per dire, con i piedi per terra.

Una giornata indimenticabile.

note

* il 18 Settembre 350 è data della morte di Eustorgio, vescovo di Milano, succeduto a Protasio; operò nella diocesi vent’anni prima di Ambrogio. Eustorgio ha costruito la prima basilica fuori Milano sulla strada per Pavia e in questa basilica da sempre i suoi resti riposano.

** il campanile iniziato verso il 1285, è stato completato nel 1.309.

*** Giovanni Visconti, Ultimo figlio di Matteo I Visconti fu avviato alla carriera ecclesiastica, come toccava a tutti i cadetti delle famiglie nobili. Dopo una serie tormentata di vicende, divenne il primo dei Visconti Signore di Milano (pagando alla Santa Sede 500.000 fiorini per averne la bolla).

Nel 1342 assunse la carica di Arcivescovo che mantenne fino alla sua morte nel 1354. quindi nella processione del millennio di Sant’Eustorgio era sia il Signore di Milano che l’Arcivescovo. E’ lui che avrebbe dato lustro e partecipazione all’evento-processione del corteo dei Magi, con la folla disposta lungo tutto il percorso; forse intuita e realizzata per replicare il successo di questa del millennio.

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La Gambassa di Rovido capitolo settimo Il Lamberto dei Crivelli

Dopo la giornata di Sant’Eustorgio io del Lamberto, mi ero dimenticata, ma non del tutto.

Mi era rimasto il ricordo di quegli sguardi intensi che ogni tanto mi tornavano in mente. Una specie di memoria di una bel,la giornata, con tutta la gente mentre io e Lamberto era come se fossimo fuori, tra noi soli, una cosa a parte.

Non potevo contarci seriamente, era troppo altro, troppo al di sopra.

Una persona che con il mio mondo fatto di villani non aveva a che fare. Non era un sogno, solo un ricordo: una cosa impossibile, mentre mia madre mi aveva poco prima fatto un discorso come succede in genere alle ragazze quando, superati i quindici anni, diventano in età da accasare.

In genere i genitori trattano tra loro con la famiglia del futuro sposo senza dir nulla. Nella scelta giocano elementi di amicizia, simpatia, ma anche di interesse, la vicinanza dei terreni da coltivare, il tipo di prodotti e altre cose del genere perché poi, in un modo o nell’altro, si diventa parenti o quasi. La figlia di solito non è coinvolta nelle trattative, le viene semplicemente comunicata la decisione, qualche giorno prima dell’incontro ufficiale fra le famiglie, con gli accordi già definiti sulla dote, sui beni, sugli lavori in campagna, e altre piccole cose. Per mettere d’accordo le famiglie interviene quasi sempre il fattore se le due famiglie sono della stessa corte; se invece sono di due cascine diverse si interessano i due fattori, che devono prima ottenere l’assenso del Signore il quale stabilisce la dote che bisogna pagargli, per quello degli sposi che lascia la cascina.

Nella occasione dell’incontro finale delle due famiglie che avviene alla casa della sposa, alla presenza del fattore che ha fatto incontrare le rispettive pretese mettendo tutti d’accordo, la sposa conosce ufficialmente lo sposo. Capita anche che lo vede per la prima volta; è normale e tutti sono contenti.

L’accordo, con una stretta di mano che viene ripetuta si conclude con una festa in corte dove vengono invitate tutte le famiglie del vicinato. In genere la stagione è favorevole e si portano i tavoli in corte, si prepara con l’aiuto di tutti un pranzo all’aperto. Tutti sono invitati e tutti portano qualcosa. I festeggiati sono anche gli sposi ma soprattutto le famiglie, che in questo modo siglano una unione che allarga l’importanza della famiglia.

La mamma invece me ne ha parlato e mi aveva chiesto, di nascosto dal babbo, come cosa da non dire a nessuno, cosa ne pensavo e se mi piaceva come marito, se poteva andare l’Ansperto della cascina Romano: un giovane e robusto contadino, un gran lavoratore, peccato che avesse una gamba un po’ più corta a causa di non so quale infortunio in campagna. Si muove comunque in modo spedito ma cammina un po’ storto. Anche se mi aspettavo che questo momento fosse ormai nell’ordine delle cose, data la mia età e vista la vita della corte ove quasi ogni anno si forma una nuova famiglia, un matrimonio, rimango sorpresa e chiedo: “in campagna c’è da lavorare; se vado via il babbo come fa?”.

Ho detto alla mamma che non me l’aspettavo, che mi lasciasse pensare, che forse bisognava parlarne col babbo, “Non ti preoccupare del babbo” mi disse mamma, “a parlarne con lui ci penso io”.

Secondo me il babbo lo sapeva già e la mamma ha in qualche modo fatto a me vedere un potere che di sicuro con il babbo non può far valere.

Proprio in quei giorni Tino mentre eravamo in campagna al lavoro del fieno, forse l’ultimo della stagione mi dice: “sai che ieri è venuto Lamberto in corte e quando mi ha visto mi ha chiesto di parlare.

Mi ha detto se hai voglia che ci incontriamo. Lui viene domenica al mercato di Buccinasco, quello al Castello. Cosa dici: ci vieni?”

Mamma mia che emozione mi ha preso: non so e non capivo perché il cuore mi ha preso a battere come impazzito. Mi sono fermata con la forca tenuta con due mani piantata per terra, per essere sicura di non cadere. Che emozione, il sangue alle gote, dovevo essere rossa come una mela. Un respiro profondo e, cercando di non dare importanza ho risposto: “se ci vieni anche tu, andiamo insieme”.

Volevo far vedere di essere normale, ma credo di non averlo fatto abbastanza, anche se sono quasi sicura che di questa grande emozione Tino non si sia accorto. Un bonaccione, un semplice che non sta lì a ragionare sulle situazioni.

Ha risposto: “va bene. Vedo stasera di andare alla Crivelli per dirglielo”.

Insomma, quando ci siamo visti io e Lamberto domenica al mercato dopo la messa di Romano, si è ricreata la situazione della festa di Sant’Eustorgio: come se fossimo isolati tra noi due e gli altri non esistessero. Lui che mi guardava fisso ed io che mi sentivo imbarazzata ma nello stesso tempo avevo come una dolcezza, un miele che dalla gola mi scendeva in tutto il corpo.

Non ricordo cosa ci siamo detti, mentre Andrea stava distante, interessato al solito banco del mercante di coltelli. Di Lamberto ricordo solo che mi ha detto: “voglio sposarti: vengo a parlarne domani sera a tuo babbo, se sei d’accordo”. Non capivo niente; non so se ho risposto e cosa. Forse ho fatto sì con la testa.

Insomma ne è venuta una storia lunghissima, sarebbe una racconto che non finisce più.

Qualche giorno dopo, mio babbo rimasto sorpresissimo della visita di Lamberto, che conosceva come figlio del fattore Crivelli, diventa sospettoso: “Perché sei venuto solo? Noi siamo una famiglia di villani ma persone oneste e per bene. Che ti sei messo in testa, la mia Nilla non è a disposizione di nessuno, neanche del Signore, del Crivelli,” e via di questo passo.

Non la finiva più e io mi sentivo come una svergognata colpevole di non so cosa. Intervenne la mamma che con calma parlò a Lamberto, gli chiese se aveva intenzioni serie, se voleva mettere famiglia o solo divertirsi alla spalle di una brava contadina e della sua famiglia.

Dopo le assicurazioni convinte di Lamberto e i suoi ripetuti giuramenti, gli spiegò come doveva fare: parlarne in famiglia e avere il consenso del padre (Lamberto le aveva detto che in casa non ne aveva ancora parlato).

Insomma, per farla breve, a primavera ci sposiamo. Il fattore Olrico, il padre di Lamberto: una persona non grande ma egualmente tale da mettere soggezione: una voce bassa e decisa, una barba nerissima alla sua età; eppure deve essere vecchio.

Non ha fatto molte storie a parte la critica sul fatto che io non conoscevo la scrittura, non conoscevo il latino, non potevo essere di aiuto. Ha fatto un accordo veloce dopo aver ottenuto il consenso del Signore di Rovido, grazie alla sua amicizia con il nostro fattore.

Noi non sappiamo, almeno mio padre non ne ha parlato, ma credo che al Signore di Rovido il fattore Olrico ha dovuto pagare una dote, ha dovuto riscattare la nuora: la villana che lasciava Rovido.

Per quanto ne so, il babbo non ha ricevuto nulla e la mamma, in genere poco espansiva quando si era in famiglia, gli ha dato un bacio forte sul viso quando, tornando da un incontro col il fattore Olrico, gli ha comunicato seccamente: “abbiamo fatto l’accordo. Ho rinunciato alla dote e ci siamo stretti la mano”.

Si è scansato stizzito dall’abbraccio di mamma, ma si vedeva che era contento.

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La Gambassa di Rovido. Capitolo otto Adesso parlo di me

Arrivo per ultima, e poi devo spiegare come queste cose sono scritte.

Non so quando sono nata, l’età mia deve essere sui 18 ma posso sbagliarmi.

Mio padre Gervasino e la mamma Ninetta non sono precisi. La mamma in particolare ricorda che quando mi ha partorito faceva caldo, doveva essere estate. Non è sicura però perché io sono la quarta figlia. Prima di me Antonino, che chiamiamo Tino sui trenta e già da anni ha messo su famiglia per conto suo ed è andato a lavorare nella cascina Stampa di Libido. Da quando Andrea se ne è andato, è tornato in famiglia, almeno per un po’. Quindi c’è la Maria che è venuta l’anno dopo, Andrea è venuto due anni prima e ne aveva 17 di anni; ora non c’è più.

Il matrimonio con Lamberto lo ha fatto Don Manfredi, il prevosto della cascina Crivelli e credo anche di quelle vicine. Don Manfredi è un pretino molto simpatico.

Uso il diminutivo perché è piccolo, magro che sembra un fanciullo ed ha una vocina che fa tenerezza.

Una voce acuta che però è dolce, calma; con pause frequenti. Un modo di ragionare che colpisce perché parla come noi villani.

Non solo usa il nostro parlato, ma proprio parla come noi, con modi di dire e espressioni che sono le nostre. Sembra di sentire uno di casa, come se sia vissuto sempre in corte.

Mi viene voglia di andare a sentirlo alla messa: quasi ne sento la mancanza.

Pensare che l’ho sentito la prima volta quando sono andata con Lamberto per la promessa.

Non lo conoscevo don Manfredi ed ero timida. Timida ed arrabbiata perché io non sono timida, sono invece sicura e parlo senza paura, guardando in faccia le persone. Questo però in corte, fra contadini e fra di noi.

Avevo un vestito per la prima volta in vita mia, non portavo l’abito intero di lino grezzo fatto in casa, che ho sempre messo.

Lamberto mi ha portato in casa un vestito fatto con un gonna di colore arancione scuro, come un mattone cotto, di quelli dal colore chiaro. Mi dice: “Questo è un regalo del mio babbo. Guarda che è una cosa straordinaria, per quanto ne so, non l’ho mai visto regalare qualcosa a qualcuno. Tu sei la prima”.

Ho fatto fatica a vestirmi, a metterlo su il vestito. La mamma mi ha aiutato, mi sentivo a disagio perché non era così comodo come il guarnello che ho sempre messo fino ad allora: mi stringeva un po’ i fianchi. Il sedere che sporge e il seno che sembra come se fosse calzato.

Mi vergogno quando tornata in cucina con la mamma, contentissima lei, che mi ammirava orgogliosa, ho visto il babbo che quasi non mi riconosceva e mi ha guardato fisso: “Ti sta bene; sei bella, sei un’altra. Non sei più una villana del contado”

Lo ha detto dopo un minuto almeno che è rimasto a guardare a bocca un po’ aperta.

Io mi sento a disagio, quasi come se la casa e tutto quanto intorno sia improvvisamente diventato un insieme diverso, non più mio.

In quel momento ho cambiato casa, sono diventata la Petronilla dei Crivelli; dovevo ancora sposare, ma ero un’altra. Mi sono sentita fuori posto, non volevo. Sono nata contadina e sono villana; mi sentivo fuori posto dentro quell’abito, come se tradissi me stessa con la mia famiglia.

Abbraccio forte la mamma e mi metto a piangere senza freni, un singulto dopo l’altro; mio babbo e Lamberto erano lì fermi, senza dir niente. Me ne andai sbattendo la porta.

Vivo con Lamberto nella casa del fattore dei Crivelli e curo la casa.

Non faccio più nulla: il mazzo delle chiavi per le cassepanche, dove vi sono abiti, biancheria e quanto altro; le madie con gli alimenti di casa, freschi e secchi; le chiavi più grandi per il magazzino e la cantina. Tutto dipende da me. Sono io che ordino e controllo. In casa con cinque persone (oltre a Lamberto e al suo babbo Olrico vivono la zia Regina, zitella e sempre a dir preghiere, il fratello maggiore Astolfo, venuto male, con la gobba, piccolo e storto, ti guarda dal sotto in su con un’aria come se ti chiedesse qualcosa e parla in un modo di cui non capisco ancora quasi niente. Completa la famiglia la mamma di Olrico, che tutti chiamano nonna.

La nonna è una cara donnina piccola, sempre molto curata, interessata a molte cose, un’anima curiosa.

Legge sempre libri, scambiandoli, o meglio prendendoli in prestito dai Signori Crivelli o da don Manfredi. Libri come la Bibbia, con diversi disegni e figure, inchiostri colorati e altro.

“Sono scritti tutti in latino”, qualcuno in lingua franca”, mi dice la nonna.

Ce n’è poi uno bellissimo: la chanson d’Aspremont che un po’ mi ha letto traducendolo, un po’ raccontato: una storia appassionata fra Ruggieri e Gallicella scritto in lingua franca, con cavalieri valorosi. Chanson de geste la chiama la nonna.

“Tu non sai leggere e scrivere e ti consiglio di imparare, Nilla”. Sai che Nilla è un bel nome? Un nome di donna dei romani antichi, di matrona latina. Anche in epoca romana Petronilla a volte era accorciato come per te, usando Nilla”.

Ha sempre tante cose da dirmi la nonna, che vuole un gran bene a Lamberto e deve averlo convinto a farmi imparare a leggere.

Non lo ha detto direttamente ma da un po’ di tempo in qua la nonna mi legge qualche storia che capisco, scritta nella lingua dei Signori. O anche mi legge in modo normale per spiegare storie che sono scritte in latino.

Si è messa in testa di insegnarmi a scrivere ma sono un disastro: non so tenere bene la piuma d’oca e sporco la carta, che costa cara e bisogna usare con molta attenzione.

Ho imparato i numeri però e sto facendo le prime letture dei conti che tiene il mio Lamberto. Con i numeri è più facile e mi sto esercitando.

Ormai è trascorso un bel po’ che la nonna mi chiede di raccontare la mia casa, la mia vita, e lei scrive. Dopo che ha scritto, mi rilegge il capitolo intero ed è bellissimo.

Riporta le parole proprio come le dico io, nella sostanza.

Quello che legge lei però è più chiaro, più bello; non ci sono le parole del dialetto di Rovido che io uso, la nonna scrive nella lingua dei Signori: io mi riconosco ma quello che viene dalla lettura di nonna mi da un’aria molto più importante.

Sono tanti i fogli che ha scritto e mi dice che ne devo raccontare ancora ma, che poi devo leggerli, devo imparare a leggere.

“Uno di questi giorni” mi dice “cominceremo dal tuo primo racconto. ti ricordi che hai cominciato a parlarmi del nonno Elmo? Imparerai a leggere dalla storia di tuo nonno che mi hai dettato. Vedrai che non è difficile e dopo potrai anche scrivere come faccio io.”

Un po’ ho timore, un po’ ho paura di non essere capace.

Sono ancora poco sicura e mi sento spaesata a fare la padrona della casa.

Di quando in quando, se appena posso, vado dal babbo e quando sono nella vecchia casa, mi tolgo il vestito, metto il mio guarnello o quello di mamma e vado felice in campagna. La fatica, l’odore dell’erba, il sudore, la soddisfazione della sera quando hai finito: ritorno, ridivento Gambassa di Rovido e mi sento bene.

Lamberto non è contento: mi dice che comportandomi così non rispetto la nuova famiglia.

Mi dice di smettere, ma vedendomi così felice non insiste troppo.

Credo che anche lui sia contento di vivere con me per come sono; credo o spero che sia felice così.

Storia vera raccontata da mia nuora Petronilla dei Crivelli, scritta da Enrichetta Sormani dei Crivelli.  Terminato il 24 Gennaio 1351

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