Patenasco: un Natale felice per el Ninètt – seguito

La scuola vedeva aumentare i costi e il servizio era totalmente franco, gratuito per i frequentanti. Una scuola di poveri per i poveri: non poteva essere diversamente. I libri erano per lo più di devozione: vite di santi, qualche consunto abbecedario forse risalente alla dotazione di un secolo precedente. La carta per scrivere da tempo immemore ricavata dalla Premiata Stamperia Vinciani di Erba che metteva da parte gli sfridi e i fogli di scarto che avessero il verso bianco.

I costi aumentavano e il bonario Don Gliceri aveva posto al Sindic sciùr Bùndi, la richiesta di un contributo.  Poca cosa per le spese necessarie, neanche 100 lire per tutto l’anno. Bùndi e Lùnin si trovarono subito d’accordo nel dire di no.

Dati i tempi fra laici e socialisti la parrocchia era per definizione  oscurantismo, opposizione al progresso e al riscatto del popolo.  La contraddizione che fosse proprio la parrocchia, da un secolo e passa, a fornire ai fanciulli i primi elementi di conoscenza, con la scuola d’allora, non era avvertita da  Bùndi e Lùnin, i due fari dell’illuminismo locale . Che poi entrambi quanto a lumi, l’unico uso che con sicurezza ne potevano fare, era l’accensione del sigaro toscano.

Finché continuando il parroco a mantenere la scuola grazie a prestiti e piccole donazioni, si arriva alla pensata di Lùnin: per forzare il Ministero dobbiamo ordinare la chiusura della scuola parrocchiale. Se Patenasco rimane senza scuola  vedrai che i soldi per farla arrivano.

Detto e fatto, anche con il consenso di Bùndi, (un po’ dispiaciuto che la pensata non fosse stata sua), manda la guardia comunale con l’ordine di divieto per carenza delle strutture previste. Don Gliceri nella messa domenicale protesta e denuncia gli amministratori: atei contrari a Dio e allo sviluppo della cultura per i poveri e gli umili. Dal giorno dopo, dei patanin, nessuno più si toglieva il cappello incontrando il sindic sciùr Bùndi o el Pùlun (quest’ultimo senza appellativi).

Sorge però un altro problema, inatteso. Il figliolo del Pùlun di sei anni avrebbe dovuto frequentare il primo anno di scuola; l’imprevista chiusura in parrocchia aveva lasciato il Ninetto (Ninètt per i suoi amici patanin)  triste e solo. Il Pùlun, padre affettuoso di suo, era costretto: non poteva assolutamente consentire che il suo Ninètt frequentasse la parrocchia.

Perché la parrocchia era chiusa, ma la scuola continuava di fatto;  semplicemente l’entrata avveniva dalla porta laterale della chiesa, con i bambini contenti e il don Gliceri  timoroso che raccomandava prudenza aspettandosi qualche altra sparata dal duo Bùndi-Pùlun (anche il reverendo si lasciava andare con i pochi intimi nell’uso del termine che associa il volatile da cortile al consigliere).

Ninètt era rimasto senza amici, solo. Il padre aveva trovato un vecchio abbecedario, mancante di pagine e slabbrato. La sera qualche volta lo aiutava nella lettura (la mamma, come tutte, non conosceva lettere).  A Ninètt però mancavano i suoi amici di giochi e esperienze, si sentiva  proprio solo. Aveva chiesto aiuto alla mamma che, dopo qualche lite accesa col padre, si era rassegnata.

Sul lago di Pusiano quell’anno era davvero freddo. Già a fine Novembre il lago era ben ghiacciato e le lastre superavano la misura (il pollice)  per la curvé  (dal francese corvée) dei mezzadri.  I mezzadri dovevano consegnare dentro la ghiacciaia del signore un certo numero di carichi di ghiaccio da disporre nel “pozzo del ghiaccio”, contornato di fascine compatte ad isolare, perché si conservasse nel fondo per la bella stagione, a raffreddare liquidi e alimenti.

Il freddo era tremendo. Una mattina Lùnin all’uscita per il lavoro trova dietro la porta Ninètt, che tremava  ma che lo guarda con tenerezza e occhi grandi, quasi lucidi, mentre gli tende la mano, senza una parola, come volesse chiedergli “portami con te”.  Lùnin, di solito testone e caparbio, in questo caso  capisce al volo la muta domanda. Si ferma un attimo brusco, ma cede subito. La capisce fino in fondo, senza dubbi. 

Prende la mano del figliolo il quale ancora timoroso e però speranzoso che il babbo abbia compreso l’intenzione, lo segue. La strada per andare alla stazioncina passava per la chiesa ed era per questo che il muto colloquio di padre e figlio era stato da entrambi compreso. Accogliere e stringere  la mano del Ninètt aveva il significato di una decisione presa.

Casualmente, ma era proprio un caso o non un accordo con la mamma?  sulla strada si stava avviando a loro  incontro don Gliceri, col volto rigorosamente rivolto al muro della casa colonica di fianco.  Insomma una recita ove tutti sapevano già tutto e ciascuno era ad un tempo contento e preoccupato di non commettere errori, di non sbagliare.

“Non so cosa vuole mio figlio ma mi chiede di venire da lei, signor Parroco”.

“Buon giorno Lùnin, che sorpesa?  Che combinazione però (pensò per un attimo ad una scusa per l’incontro, che doveva essere casuale, ma si rese conto della sua inutilità)…. stai tranquillo Lùnin che in parrocchia Ninètt si trova bene, l’è propri un bravo fioeu.”

Ninètt era incerto e non sapeva che fare. Se avesse lasciato la mano del babbo, questi come avrebbe reagito?  Alla fine lo guardò in viso, alzando la testa, con uno viso rosso dal freddo ma  tutto l’insieme che tradiva il piacere, l’affetto, che superavano il timore ancora residuo, in un angolo del suo animo.

Lùnin gli mise la mano sul capo arruffandogli i capelli in un gesto che trasmetteva, rispondeva all’affetto del figlio; poi, sempre senza una parola, dette una leggera spinta sul cùpin spingendolo in direzione del don Gliceri.

“Però si ricordi sempre signor Parroco che il Progresso siamo noi e la scuola  statale la faremo il più presto possibile”.

“Ne sono convinto Lùnin, ma adesso lasciami dirti che al Ninètt hai fatto un grande regalo, la cosa migliore che potessi fare. Questo mi fa felice anche per te. Proprio un bel regalo di Natale.”

Venti passi insieme: verso la chiesa don Gliceri  insemma al Ninètt. Di fianco el Lùnin che camminava deciso alla stazione Pusiano della Tramvia Lecco Erba Como, sopravvanzandoli:  il viso rivolto all’altro lato della strada. Felice, con un sorriso appena accennato.

  1. #1 scritto da Azelio il 25 dicembre 2012 11:10

    Eh si’, proprio un bel regalo!

    RE Q
  2. #2 scritto da Loris Cereda il 25 dicembre 2012 18:38

    Bello, un po’ Vitali… un po’ Buccinasco… un po’, forse molto, Giambattista…(suspance)… Vico.

    RE Q
  3. #3 scritto da Saccavini il 25 dicembre 2012 18:54

    Se si va nel mondo fantastico-reale del racconto c’è sempre un po’ di tutto.
    La vita e l’esperienza dell’autore si fa impasto di tutto ed è forse questo che rende il racconto così proprio per chi lo scrive.

    I luoghi, da me conosciuti alla lontana, se non per le camminate da ragazzo nell’erbese prealpino, sono rimasti memorabili per gli scritti del Gadda, che proprio nei pressi del lago aveva la casa di campagna fatta costruire dal padre, da lui considerata alla stregua di un obbrobrio.

    Il nome fantastico dato al padre: Pirobutirro d’Altino, che deriva dal locale (o milanese d’epoca) péer butér (pere burro) che lui ricorda coltivate dal padre proprio nel luogo.

    Auguri sinceri di buon Natale cui aggiungo i ringraziamenti per l’apprezzamento.

    RE Q
  4. #4 scritto da Flavio, cittadino il 25 dicembre 2012 19:38

    Bravo Saccavini !!
    Mi tolgo subito “el cappell martin”,

    quello brianzolo, a mezza cupola, tondo ad ala circolare,
    detto anche “el mezza robioeula”, proprio dei formaggiai di Montevecchia.

    RE Q
  5. #5 scritto da Saccavini il 25 dicembre 2012 19:53

    Montevecchia nota allora e tuttavia (un omaggio manzoniano all’impiego dell’avverbio) anche per i caprini, che ricordo sopraffini (parlo di decenni fa).

    auguri rinnovati Flavio e grazie per l’apprezzamento.

    RE Q
  6. #6 scritto da Loris Cereda il 25 dicembre 2012 19:55

    Contraccambio gli auguri… Gadda… vero… non lo avevo colto… forse perchè mi arriva troppo forte con il pasticciaccio brutto (che, lo dico con vergogna, ho trovato sopravvalutato)

    RE Q
  7. #7 scritto da Saccavini il 25 dicembre 2012 20:32

    Bene Cereda: gli autori non sono eguali per tutti..
    Io ho trovato Gadda con “l’Adalgisa”, quindi con “la cognizione del dolore”.
    Il “pasticciaccio” è venuto dopo, sapendolo romanzo famoso e decantato, quindi sempre disponibile.

    Gadda è per mia impressione, modesta e senza pretese, forse il maggiore scrittore fra i molti del secolo scorso.
    Un autore da meditazione, come un vino piemontese invecchiato… Ogni parola, ogni frase è però densamente costruita e ricca di inaspettati risvolti e sapori.

    RE Q
  8. #8 scritto da Loris Cereda il 25 dicembre 2012 22:33

    Circa 6-7 anni fa un gruppo piuttosto eterogeneo e competente di esperti fece l’elenco dei 10 capolavori della Letteratura italiana del ’900, li lessi (e in qualche caso rilessi).
    Al n° 1 c’era il Pasticciaccio, gli altri 9 (non ricordo l’ordine) erano:
    Memoriale di Volponi che trovai stupendo,
    L’Isola di Arturo di Elsa Morante,
    Il Partigiano Johnny di Fenoglio,
    Libera nos a malo di Meneghello (che raccomandai a Carbonera perchè parlava, anche in dialetto, dei suoi posti),
    Sillabari di Parise (francamente sorprendente, forse perchè volevano comunque metterci, anche giustamente, un libro di racconti)
    I sommersi e i salvati di Levi (qui credo che, come nel caso della Morante con La Storia ci sia stato un po’ di snobbismo che ha portato a non indicare Se questo è un uomo.

    Gli altri 3 ora non li ricordo, quindi mi devono aver colpito poco (o forse mi ha colpito troppo il pasto di Natale).
    Io avrei sicuramente messo
    Il Deserto dei Tartari di Buzzati e
    La Vita Agra di Bianciardi

    RE Q
  9. #9 scritto da Saccavini il 25 dicembre 2012 23:00

    Grazie dei suoi ricordi Cereda, che fanno accomunare e nello stesso tempo meglio definire le proprie conoscenze.

    Dei titoli che elenca confesso un buco: Meneghello è per me non conosciuto come romanziere.
    Senz’altro una mia mancanza, una trascuratezza che andrò a colmare.

    Degli altri la distinzione fra una o l’altra delle loro opere è, credo, questione che trova spiegazione in scelte editoriali (nel senso di cassetta, di programma di vendita).

    Condivido la sua valutazione sul libro di Levi: Se questo è un uomo è il suo primo ed è un monumento, non solo di letteratura ma di testimonianza umana.

    Quanto a Morante ritengo l’isola di Arturo più importante de la storia.

    Mi sorpende l’assenza di Calvino (che forse è tra quelli che al momento lei non ricorda), così come per Moravia: io metterei senz’altro gli indifferenti, se non altro per la confessione/rivelazione di un vivere da piccola borghesia che negli anni ’30 sorprese e rivelò un talentuoso giovane scrittore.

    Poi chissà quanti ne sto dimenticando…. (so già che mi sentirò colpevole verso parecchi..)
    Del resto non è una questione di classifica… la lettura deve piacere e rivelare questioni ed aspetti del nostro vivere attraverso il suo contenuto.
    Le identificazioni fra sé e il libro sono infinite come i colori dell’iride.

    RE Q
  10. #10 scritto da Loris Cereda il 26 dicembre 2012 10:02

    Certo, grazie, il Barone Rampante era nei 10, qui la mia testa fa fatica a toglierlo dal file “letture scolastiche”, sbagliando.
    Moravia non era nei primi 10, questo sorprese anche me.

    RE Q
  11. #11 scritto da Loris Cereda il 26 dicembre 2012 10:03

    e a seguire eccone un altro… Il Gattopardo

    RE Q
  12. #12 scritto da Saccavini il 26 dicembre 2012 10:56

    Se andiamo avanti non la finiamo più, Cereda.
    Bontempelli, Sciascia, Tozzi, Malaparte e via ancora, per non parlare dei primi anni del Novecento come Verga, Pirandello, De Roberto, …

    Tutti libri da conoscere per gli schemi da cui veniamo, che fanno base culturale comune.
    Mezzi che oggi sembrano andare verso il superamento: troppo invasiva, facile e semplice, immediata la immagine televisiva, you tube, socialnetwork,…
    Meditazione e riflessione perdono appeal….
    Spero che si tratti di una fase transitoria, che poi il peso e l’utilità di un conoscere ed apprendere ove i ritmi non siano più dominati dal montaggio, dalla regia, da chi gestisce la macchina da presa.
    Oggi è richiesto un po’ di ottimismo, per questo auspicio

    RE Q

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