Patenasco: un Natale felice per el Ninètt

Per Melantone era un periodo no. 

Sembrava agli amici e alla sua congrega che tutto andasse bene: un uomo di successo a Patenasco, paesetto dell’alta Brianza sulle rive del “vago Eupili mio”, settecentesca, indimenticata definizione del lago di Pusiano.

La quarantina passata da poco, l’aspetto fisico sano ed una capigliatura folta e liscia, quasi nera, i capelli bianchi difficili da trovare. Tutto contribuiva a farne un giovane nella non folta schiera dei paesani che, pagando tasse superiori a  100 lire l’anno, potevano far valere la capacità elettorale passiva (così si chiamava allora e si dice anche oggi la possibilità di essere eletti).

Naturale che la fedina penale fosse bianchissima, anche priva di procedimenti in corso. Che non avesse debiti insoluti o cambiali protestate oppure, non fosse mai, macchiata da assegni a vuoto. Così richiedeva la credibilità e la solidità fuori discussione nel Regno d’Italia Umbertino del 1894,  nel quale questa vicenda si ambienta.

Un Cittadino eleggibile quindi, Melantone, di nome faceva Apollonio, (abbreviato in Puloni nel vernacolo dell’alta Brianza)  nome che non apprezzava perché fin da bambino nella scuola parrocchiale era dai suoi coetanei abbreviato e distorto in Pulùn, che significa tacchino, ma anche cappone. Poi divenuto più amichevolmente diminuito in Lùnin, anche ad esprimere una statura inferiore alla media.

Lùnin era dunque uno dei non molti patanin (i residenti del luogo, in vernacolo, con un significato di ragazzini sempliciotti) in grado di leggere e scrivere con sufficiente sicurezza, essendo il Lùnin impiegato telegrafista alla stazione della ferrovia di Pusiano sulla Lecco Erba Como della SATEC Societa Anonima Trams Elettrici Comensi. Capace nell’uso del telegrafo:  chi lo conosceva lo definiva velocissimo: “una mitragliatrice quel picchiettio. Conosce tutti i trucchi del mestiere, in grado di trasmettere a chi vuole lui, anche di mandare messaggi sotto mentite spoglie”.

Un mestiere prestigioso fra i patanin, anche se poco retribuito. Quasi come il medico Leonzio che si vedeva un giorno la settimana, in un ambulatorio spoglio e freddo ricavato in una stanza al piano terra del Municipio.

Municipio sito in fabbricato residuo della villa Pirobutirro, famiglia milanese: venuta lì, per un funzionario delle dogane che però  aveva scelto la collocazione meno felice riguardo a esposizione e umidità.

Melantone, perché era in auge?  Nel comune era da un semestre assurto alla gestione del comune di Patenasco, grazie ad un accordo con il politico Abbondio Oggioni (sciùr Bùndi nell’alta Brianza). Vecchio marpione per i patanin e nel contempo una pasta d’uomo. Nomea meno condivisa, non uniforme e solida per i politici e notabili della zona. Per non parlare dei lecchesi: incerto ed ondivago, un vecchio innocuo socialista mantenuto lì in mancanza di meglio.

Nelle elezioni comunali fra el sciùr Bùndi e Lùnin (sive Puloni.  Pulùn come ancora definito dagli avversari) era nato un accordo, inizialmente per non farsi male litigando. Entrambi collocati entro la Sinistra storica, mentre la destra si trovava debole per qualche vicenda oscuramente tramata entro la Destra medesima, altrettanto storica,  per denunce e liti sulle costruzioni e le licenze sulle tranvie…. Storie dell’epoca. 

La Chiesa estranea ad indicazioni esplicite, povera di consensi essendo il suffragio universale ancora di là da venire.  Quindi non in grado di mettere in gioco il consenso dei semplici e fervidamente credenti. Il consenso cattolico si limitava ai quattro possidenti, soci nella Banca Mutua Popolare di Lecco e Brianza. Litigiosissimi negli affari riguardanti i patanin, inesorabilmente antitetici al partito d’ordine laico, anzi laicissimo e legato al Governo nazionale.

I popolari (cominciavano a chiamarsi così) altrettanto distinti nell’appoggio al loro candidato ufficiale Ambrogio Majnoni (sciùr Brusin) e il dottor Anacleto Zerbi (vulgo dutùr Zerbi): benestante questo ma fermo difensore dello Stato laico. Si favoleggiava  in paese, dal farmacista o dal tabachée di un rito stabile nel pranzo del venerdì santo, fatto di  sanguinaccio (salame di sangue porcino raggrumato con un impasto di pane a mollo e cioccolato) e pancetta. Anche così si intendeva allora affermare le proprie convinzioni laiche.

Fatto è che, per effetto delle divisioni incrociate (aiutati anche da voti trasversali dai popolari, per dispetto)  la coalizione Bùndi – Lùnin (o Bùndi – Pulùn, per i detrattori) era riuscita vincente ed è per ciò che, nell’approssimarsi del Natale, appena sei mesi dalle elezioni che li vedeva trionfare, Lùnin Melantone era considerato in auge, per generale convinzione dei patanin.

I guai erano venuti e stavano crescendo, però. Una volta insediati, il duo Bùndi-Lùnin è tornato a distinguersi. Il carattere deciso, perfino aggressivo di Lùnin Pulùn, con la presa del potere non si è frenato più. Chiunque non fosse d’accordo con lui subito diventa un nemico. Bùndi compreso. Un matrimonio forzoso; da far fatica anche a salvare le apparenze. Liti si seguono un giorno dopo l’altro e sempre più spesso Lùnin che diventa Pulùn anche per i suoi, si trova ridotto in minoranza, quasi solo.

Bene o male continuano e si sistemano ma non tutto e non sempre è però così semplice. Le convinzioni (definirle “strategiche” nel piccolo mondo dei patanin sarebbe eccessivo)  e gli indirizzi della nuova amministrazione sostenevano la priorità della scuola di Stato, che anche a Patenasco doveva assolutamente aprirsi. Infatti la struttura scolastica pubblica non era ancora nata, nella piccola comunità dei patanin.

Suppliva la piccola canonica del parroco, don Glicerio Maestroni (sciùr curat, o più colloquiale don Gliceri) ove i piccolini facevano un triennio dedicato ai figli dei villani e  locali dai pochi mezzi. Gli altri, il poco ceto medio e gli abbienti si spostavano ogni giorno ad Erba, distante sei kilometri. Il trasferimento avveniva con un tiro a due su carrozza chiusa, una berlina si chiamava allora, gentilmente prestata dal possidente Majnoni, con sei ragazzi che frequentavano le cinque classi statali. Da due anni il mezzo viene  sostituito dalla tramvia (così era chiamata).

Promettere la scuola di Stato era più facile che ottenerla, come ognuno può capire. Promesse sì, da politici e deputati di Como (el sciùr Carcano, grande setaiolo del capoluogo). I tempi però lunghi: richiesta condivisa, tanti sì e buone parole, ma chissà quando. Al Lùnin era allora venuta un’idea: per forzare la mano al Ministro dell’Istruzione (Guido Baccelli, nominato l’anno prima, il 1894, da Crispi) creo difficoltà di funzionare alla scuola della canonica e a Roma saranno costretti a stanziare i soldi per la nostra scuola.

A questo intendimento viene incontro, inconsapevole, il sciùr curat: don Gliceri svolgeva la funzione scolastica adempiendo ad un lascito del defunto Pancrazio Majnoni (bisavolo dell’attuale laicissimo Ambrogio), il quale l’aveva destinato alla parrocchia “perché i giovani rampolli del contado e della servitù ricevano l’istruzione del leggere e dello scrivere, elevando le conoscenze e le capacità loro”. Così recitava la targa in marmo posta fuori dalla canonica A.D. XXII SEPT. MDCCLXXVIII: 22 Settembre 1.778).

Fine prima parte.

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