Industrie strategiche in Italia: ceduta interamente AVIO. Una perdita gravissima

Tutti i lettori ricorderanno gli anni Novanta caratterizzati dalla fregola della de-industrializzazione. Il Regno Unito  ma non solo, che ha preso più sul serio l’ardita teoria dell’industria destinata a ridursi, mercato solo per i paesi in decollo. Noi ci siamo entrati con ritardo e male. Stiamo perdendo industrie strategiche, stiamo perdendo lavoro. La nostra strada va verso un paese che rischia  davvero di limitarsi a servizi turistici e poco altro.

Per chi si ricorda, si può risalire alla fine degli anni sessanta, con l’uscita dalla chimica fine e dal farmaceutico, poi proseguita negli anni. La cessione cui è seguita la chiusura dei centri di ricerca.  L’uscita dall’informatica: Olivetti antesignana dei PC, sbaraccata. La Telecom prima azienda della comunicazione a fare le centraline totalmente elettroniche messa in crisi (non stiamo a raccontare tutto). Per non parlare della cantieristica navale, statalizzata, resa inefficiente in un mercato globale fortemente competitivo ma ove avremmo avuto molto da dire e da fare.

Il tentativo di creare un polo globale dell’alimentare sfumato per l’opposizione di Ferrero, Barilla e PSI (quest’ultimo per ragioni politiche perché l’imprenditore era De Benedetti). Ceduto alle multinazionali Unilever e Nestré, alla francese Danone. L’Italia che non ha un leader globale nell’alimentare è un assurdo, ma così è: coltiviamo piselli e carciofi per olandesi e svizzeri che li vendono e ci fanno margine.

Fiat Avio: una industria di motori aeronautici e ricerca relativa; una produzione avanzatissima di componenti per aerei civili e per lo spazio, ceduta qualche anno fa ad un fondo con un 25% (che avrebbe dovuto essere strategico) di Finmeccanica. Adesso viene acquistata per intero da General Electric, uno dei più grandi gruppi mondiali, una potenza davvero globale (VEDI).

Nel settore spaziale rimane Alenia S.p.A. che ha produzioni di pregio ma fa componenti. Una attività da gregari che non ha potenzialità di sviluppo, non ha strategie di crescita. Che limita la ricerca in comparti meno strategici, anche avanzati ma di nicchia.  Nell’elettronica siamo anche qui sottodimensionati con una azienda catanese quotata (STM), che non ha prodotti di punta. Il mondo va verso la globalizzazione e noi stiamo perdendo  anche l’automotive: Fiat  ha oggi strategie e ricerca e sviluppo a Detroit, quasi tutto lì.

Quando si riflette sulla assenza di strategie industriali del nostro paese c’è davvero da indignarsi, da arrabbiarsi. La nostra classe imprenditoriale senza strategia che non sia la consociazione. Succube e prona alle esigenze politiche o delle multinazionali europee o di oltre oceano.  Conseguenza di una elaborazione della politica sindacale e partitica da statalismo centralistico, ben contenta di limitarsi a difendere le cooperative di lavoro  che fanno pulizie o gestione magazzini; le costruzioni quasi solo in Italia; disinteressandosi del resto.

La notizia di Avio che appare oggi su ilsole24ore è posta quasi in ultima pagina, in basso… “ma chissenefrega….” sembra di capire. Tanto adesso vengono i regressisti a creare lavoro nuovo, a pretendere il posto pubblico “socialmente utile” (leggi: che non produce ricchezza, che non da utili, che non fa crescere l’economia ma garantisce un posto purchessia): noi il lavoro lo facciamo per decreto. Le imprese che il lavoro e la ricchezza la creano le vendiamo: “fuori i capitalisti dall’Italia!”

Nessuno ha nulla da dire ed andiamo avanti a vendere aziende strategiche, che fanno ricerca e innovazione. Non solo: incoraggiamo le industrie globali a lasciare il nostro paese (i sindacati che difendono i “diritti” di chi un posto lo ha già, gli garantisce la pensione anticipata; porta voti regressisti e tutti sono contenti). Salvo agitare la demagogica salsiccia della lotta sindacale contro la Fiat, contro Marchionne, contro il “capitalista che si abbevera del sangue proletario.”

Invece di  fare di tutto perché imprenditori ed aziende siano invogliate a venire in Italia. No!  Adesso le aziende piccole e medie lasciano il varesotto e il comasco per  trasferirsi in Svizzera, in Germania, in Irlanda! Lasciano il Friuli e il Veneto per andare in Austria, in Slovenia o Croazia, oppure in Serbia. Triste situazione, triste Paese. Scusate lo sfogo, ma queste situazioni devono pur essere descritte. Dobbiamo davvero indignarci se vogliamo dare una svolta. Se vogliamo e dobbiamo…

 FERMAREILDECLINO!

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  1. #1 scritto da Saccavini il 21 dicembre 2012 08:33

    Un saluto a Sorgenti,
    rileggendo stamani l’articolo ci rendiamo conto che fra i disastri del disinteresse verso i settori strategici e globali (che sono il motore dle lavoro) non è stato neppure accennato all’energia.

    Un altr oenorme disastro e giacimento di inefficienza che non genera ricchezza, che non genera posti di lavoro, che ci fa importare energia sia direttamente sia nella forma di gas e petrolio.

    Un ulteriore rammarico, che merita una riflesisone apposita anche alla luce del piano energia di un paio di mesi fa, finora trascurato.

    Purtroppo fra i nostri politici è prevalente l’idea che il lavoro ce lo dia una legge o una disposzione ministeriale…
    il concetto (allora innovativo e accattivante) espresso dall’art 1 della nostra Costituzione, forse ha contribuito involontariamente a questa mentalità partitico/burocratica sul lavoro.
    Che certo è un diritto, ma che non cresce nell’orto come i rapanelli…

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 21 dicembre 2012 09:21

    L’art. 1 della Costituzione, come quasi ogni altro, è frutto dei tempi e della mentalità prevalente di allora: solo un sistema socialista può garantire il lavoro “di stato” a tutti, ma a che prezzo lo abbiamo visto, ad ogni latitudine del mondo.
    Ma allora, nel 1946, si credeva ancora (qualcuno ci credeva e, ahimè, ci crede ancora oggii!!!) che l’URSS, patria del socialismo reale, agognato paradiso dei comunisti del pianeta e modello di ogni società avanzata, sarebbe diventata la prima potenza al mondo per benessere, produzione industriale etc. etc.

    L’Unione Sovietica è evaporata, la Costituzione resta, immutabile (e, per certi versi, ancora in parte incompiuta) neanche fosse stata incisa su tavole di pietra e ricevuta in dono sul monte Sinai!

    Intendiamoci non è che la Costituzione sia tutta sbagliata: i principi di fondo, di libertà e giustizia sono capisaldi di ogni democrazia, ma in tante, troppe, parti occorrerebbe riscriverla da zero, tenendo conto dei tempi e delle mutate esigenze.

    E, in alcun casi, andrebbe anche integrata per mettere al riparo i cittadini dalla voracità di politici senza ritegno (ben più di quanto non accada ora) con un limite chiaro e invalicabile del peso che lo Stato, e quindi la pressione fiscale, può avere!

    Va superata definitivamente la mentalità statalista e, conformemente alle direttive europee, va anzi espressamente previsto il divieto di intervento diretto dello Stato a meno che non di dimostri che esso si rivela assolutamente e inconfutabilmente necessario!

    Non c’è libertà di scelta tra Stato e mercato: si sceglie il mercato tranne quando risulti evidente che è impossibile (monopoli naturali) o dannoso (market failure, evento raro e spesso superabile) e allora si sceglie lo Stato (che però deve gestire con modalità il più possibile concorrenziali).

    Le due modalità sono alternative e non dovrebbero coesistere! Non può e non dovrebbe esistere un misto pubblico/privato: non ha senso! Lo Stato non è un imprenditore!

    Non ne è capace: non lo erano gli stati socialisti, che facevano gli imprenditori per definizione, e che sono tutti falliti, se non legalmente, almeno nella concretezza e nel livello di vita che garantiscono ai loro cittadini.

    Garantire un diritto non vuol dire “fornirlo”! Un cambio di mentalità epocale al quale buona parte delle forze politiche attuali non sono preparate.

    RE Q
  3. #3 scritto da Saccavini il 21 dicembre 2012 09:50

    Un elenco che appare il decalogo delle cose da fare nel nostro paese, sul piano dei principi e delle strutture fondanti.

    Interamente condiviso, Andrea.

    RE Q
  4. #4 scritto da Roberto il 21 dicembre 2012 12:28

    Saccavini buongiorno,

    stamattina ho avuto notizia che anche la SOLFRENE una ditta che era a Buccinasco qualche anno fa, e si era trasferita quì vicino verso Lacchiarella, CHIUDE in italia e andrà in mano tedesca!

    Evidentemente nei confronti con i tedeschi ormai siamo forti solo a calcio…!!

    In VENETO c’è un detto quando qualcuno si lamenta e suona così :

    “sà ghètu i tà copà el mussò ? “

    Ebbene sì, in ITALIA ci hanno ammazzato l’economia trainante che stà al Nord….e mi vengono in mente le parole di Gianfranco Miglio che in questi casi “basterà saper aspettare e la SECESSIONE arriverà da sola”…..!!
    Saluti.

    RE Q
  5. #5 scritto da Saccavini il 21 dicembre 2012 14:20

    Mi spiace deluderla Roberto: fosse così, andrebbe ancora bene.

    Il Nord Italia da solo, senza aziende globali, sarà solo terreno di lavoro e conquista.
    Ci tocca: apertura di fabbriche straniere (o acquisti di italiane che non ce la fanno, o che non hanno continuatori) valide finché il lavoro costerà poco.
    Poi chiusura e delocazzzazione.

    Sia Italia tutta, sia il solo Nord o la sola Lombardia (ammesso che mai queste diventino strutture a se stanti), nulla cambia.
    E’ così.

    Naturale che con le aziende globali se ne vada lavoro, ricerca, innovazione.
    (quello che promettono i politici sono salsicce elettorali per i gonzi).

    Vicevesa si segni questo aggiornamento:

    Avio oggi occupa in Italia 4.500 dipendenti e produce motori e componenti per arei (soprattutto).
    Ha un proprio reparto di ricerca e innovazione, vende componenti, motori e progetti a General Elecrtic. il maggiore produttore mondiale di motori per aerei.

    Stabilisca quanti anni ancora la progettaazione, la ricerca e la produzione di qualità resterà in Italia.
    Quanti dipendenti avrà AVIO (o come si chiamerà) fra 5 anni…

    Finmeccanica, che ha quota di minoranza ma dovrebbe avere il diritto d’opzione sull’acquisto, cede e in borsa il valore cresce.
    Ha fatto un affare?
    Forse come azienda. Il Paese ha venduto un atout!

    Fra 5 anni noi compreremo gli aerei e i loro motori dalla General Electric e non sapremo più produrli e aggiornarli, non potremo venderli.

    Nel frattempo dovremo esportare alla grande, aumentare il PIL positivo per ridurre la montagna del debito…

    Nessuno dice nulla…! si lascia che il Paese vada a rotoli (Padania compresa)

    RE Q
  6. #6 scritto da Saccavini il 21 dicembre 2012 17:32

    Roberto, un bell’esempio di giornata, a Buccinasco.L’ufficio stampa del Comune se ne esce con questo comunicato:

    Buccinasco (21 dicembre 2012) – Sarà un Natale amaro per i 150 lavoratori della PALL Corporation, multinazionale americana leader mondiale nel settore della filtrazione, separazione e purificazione dei fluidi. È presente a Buccinasco da circa una decina d’anni ed è tra le aziende più grandi del territorio per numero di dipendenti. Tutti assunti a tempo indeterminato e fino a poco tempo fa certi di poter mantenere un posto sicuro anche grazie ai fatturati dell’azienda.
    Ieri però i lavoratori hanno incrociato le braccia per chiedere alla proprietà di fare un passo indietro. Secondo quanto riferito all’assessore alle Attività produttive che ha incontrato i dipendenti in sciopero fuori dalla sede di via Emilia, la proprietà avrebbe deciso di spostare all’estero alcuni reparti importanti (amministrazione e magazzino). Alcuni dipendenti sono stati licenziati, altri trasferiti. Il timore è quindi di una forte riduzione del personale, nonostante – sostengono i lavoratori – il fatturato quest’anno non abbia subito la crisi economica che ha investito tante altre aziende.
    “Siamo vicini ai lavoratori della PALL, alcuni sono anche residenti a Buccinasco – afferma l’assessore – per questo abbiamo convocato la dirigenza per un confronto e abbiamo invitato i lavoratori ad essere presenti al prossimo Consiglio comunale”.

    Che dire:
    la globalizzazione comporta scelte mutevoli entro un contesto sempre più vorticoso dei mercati, della concorrenza, della ricerca esasperata del costo competitivo.
    Siamo dentro questa realtà e non possiamo nascondercelo.

    Non abbiamo una politica industriale; fino al governo Monti il Ministero dell’Industria era chiamato: “Ministero dello sviluppo”…
    Fra quanto tempi stabilimenti e posti di lavoro AVIO vedranno il film che oggi ci propone PALL Corp?

    Certo che, se il nosrtro paese avesse normative più rispondenti al mutare dei mercati, più flessibili e accoglienti verso le imprese, maggiori sarebbero gli ingressi, più contenute le uscite.

    Dobbiamo abituarci a veder crescere questi rilocalizzazioni, questi cambiamenti, IN OGNI CASO, COMUNQUE.

    Non possiamo farci proprio niente perché questo è il mercato globale e tornare indietro è impossibile.

    Quante cose abbiamo da cambiare, Roberto…

    RE Q
  7. #7 scritto da Luca il 7 gennaio 2013 15:15

    E cosi’ come e’ grave l’assenza di un gruppo leader mondiale Italiano nel settore alimentare, che dire del settore della Moda/Lusso, che perde anno dopo anno i suoi pezzi piu’ pregiati, relegandoci di fatto a produttori di capi di abbigliamento.

    E che dire dell’auto/moto?
    Lamborghini, Ducati sono in mano straniera, Alfa e Lancia quasi defunte.
    Fiat sulla via della dismissione in Italia…
    E’ finita.

    Saremo presto come la Spagna.
    Senza industrie, produttivita’ zero, meta turistica low cost per i paesi del Nord Europa…

    RE Q
  8. #8 scritto da Saccavini il 7 gennaio 2013 15:32

    Che dire Luca, confermo il quadro se lo fermiamo all’oggi.
    Certo, ciò che perdiamo non tornerà più indietro salvo casi eccezionali.

    Forse se lo ricorderanno in pochi: Barilla, per divergenze di visione entro la famiglia venne negli anni settanta venduta ad una multinazionale USA.
    Il padre della generazione che seguì, riusci a ricomprarsela qualche anno dopo e se la riportò a casa, generando uno sviluppo e facendo crescere uno staff di buon livello.
    Uno dei tanti imprenditori eccezionali del nostro paese.

    Abbiamo ora forse una possibilità. Labile, difficile, faticosa.
    Sarà una lotta immane far uscire il paese dal declino, sbloccare i vincoli dei conservatori regressisti che rifiutano cambiamenti (poi si inalberano se qualcuno lo fa loro notare).
    Ce la possiamo, lo dobbiamo fare.

    Uscire dal pantano delle beghe da cortile e mandare su Cittadini che programmaticamente si pongono fuori dalla politica di mestiere.

    Dobbiamo FARE per FERMAREILDECLINO

    RE Q

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