Tasse, evasioni e spesa pubblica: occorre ripetere perché aiuta a capire

Nell’arco di pochi giorni abbiamo udito il presidente del consiglio dire in sequenza: “la lotta all’evasione è come una guerra, ci costa 270 miliardi”; “la situazione dei conti sta migliorando  e forse potremo fare qualche riduzione per le tasse; ancora poco, però”. Non l’abbiamo ancora sentito sul lato della spesa forse perché la revisione della spesa appena approvata è ancora troppo vicina e avrà temuto di smentire se stesso.

Monti sa benissimo che: UNO. La lotta all’evasione richiede un programma di un decennio e va condotta con metodo costante per tappare i buchi e ottenere la riprovazione generale su chi evade (la colpa non è della TV). DUE: le tasse è indispensabile ridurle se si vuole avere una ripresa seria dell’economia, senza la quale il nostro debito pubblico non riusciremo a metterlo sotto controllo e non calerà lo spread.

TRE: per poter ridurre le tasse la spesa pubblica deve calare con un programma deciso. Certo, socialmente compatibile come dice Napolitano, ma senza aver paura e studiando le contromisure prima che gli effetti di una riduzione comme il faut: come è richiesto dalla malattia,  ricadano in misura pesante sulle categorie socialmente più deboli.

Poi c’e altro. A cominciare dal lavoro, ma questo tema richiede una  analisi fuori dalle solite querimonie che lasciano tutto come prima. Ne parleremo in altri articoli, perché è importante e ciò che si sente e si legge ha molto di confuso. Adesso parliamo della spesa pubblica e degli sprechi: ce ne sono ancora molti e da molte delle categorie ora intaccate si cerca di vanificare gli effetti di questa spending review (che è solo un primo assaggio). Un morso di prova del topolino alla forma di grana della spesa, tanto per sentire se si può proseguire.

Cominciamo col modificare l’orario di lavoro dei dipendenti pubblici mantenendo le 36 ore ma spalmate su cinque giorni con orari compatibili con le esigenze dei Cittadini? Apparentemente una riforma che non fa risparmiare: di fatto si riducono di molto i doppi lavori. Quello pubblico regolare e il secondo in nero (in proprio o da dipendente) perché il dipendente pubblico non può svolgere altre attività.

Proviamo a togliere il monopolio all’INPS sulla gestione del sistema pensionistico, aprendo alle assicurazioni private? Occorrono regole ferree e autorizzazioni revocabilissime per chi solo tentasse di uscire dal seminato. Avremmo una domanda di lavoro molto forte nelle nuove attività. Si avrebbe un parametro di concorrenza oggettivo per l’INPS (oggi qualsiasi cosa spenda va bene, perché non vi sono raffronti sul mercato).

Proviamo ad ampliare il sistema sanitario privato al di fuori dei pagamenti a piè di lista delle Regioni, consentendo a ospedali e cliniche di competere in termini di costi rispetto alle strutture pubbliche? Una rivoluzione; sarebbe un terremoto in quasi tutte le strutture pubbliche ed un fuggi fuggi verso i privati efficienti, una corsa a sistemarsi e organizzarsi bene per le strutture pubbliche ben gestite (ce ne sono, ma spazi di miglioramento anche lì non mancano).

Un risparmio, una riduzione della spesa pubblica da portare tutta a diminuzione dell’imposizione fiscale. Perché Monti non lo fa? non può farlo perché ogni giorno vi sono i partiti storici e meno storici che lo tirano per la giacchetta, ricordandogli i propri interessi che così si intaccano.  Perché questi partiti dinosauri antidiluviani perderebbero la distribuzione di posti, di incarichi, il consenso dei dipendenti pubblici. 

Forse diventa un po’ più chiaro quali sono i nostri problemi. Del paese  ma anche degli enti locali, amministrati allo stesso modo e con i medesimi criteri di favori e consenso costruito con la spesa pubblica: LE TASSE DEI CITTADINI.

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