Parliamo del Venticinque Aprile: una data che unisce (che non deve dividere)

Il nostro paese nel secondo  dopoguerra ha avuto pochi statisti degni del termine. Un atto che viene alla mente e che ogni tanto ritorna  è un provvedimento di condono che viene riepilogato così (come si legge in Wikipedia):

L’amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio, pene allora punibili fino ad un massimo di cinque anni, i reati commessi al Sud dopo l’8 Settembre 1043  l’inizio dell’occupazione militare alleata al Centro e al Nord.

La data di questa amnistia: il 22 Giugno 1946 (millenovecentoquarantasei!). Neppure quindici mesi dalla fine della guerra, che in Italia si concluse come guerra civile  Divenne  giorno della Liberazione. Cosa stava succedendo in quei mesi dalla fine della guerra è stato raccontato diffusamente dopo: una prosecuzione strisciante di un farsi giustizia da sé, mischiato a vendette personali, all’approfittarsi del clima per compiere atti incivili, perfino inumali. Una scia di sangue che segue ogni guerra civile: triste ed inevitabile.

Bisognava dargli un taglio, era necessario mettere fine al clima, agli orrori, agli odi di ogni guerra civile. Diventava prioritario fare in modo che la guerra civile non seppellisse il significato della Liberazione. Sappiamo che il Ministro di Grazia e Giustizia  fu Palmiro Togliatti. Una delle  colpe di allora attribuitegli dalle ali estreme del suo partito (altra fu  la adesione senza riserve al voto alle donne proposto da De Gasperi). Uno segno del tempo, della necessità che il Segretario dell’allora Partito Comunista firmasse il decreto e la successiva legge.

Il 25 Aprile di Liberazione: da che? Da un vecchio sistema di potere monarchico finito nell’ignominia l’otto Settembre 1943. Che dopo essere stato assente per vent’anni, prono verso un Governo-Partito di cui approfittò per quanto gli veniva da guerre di occupazione, firmando leggi ignominiose, fino al titolo di Imperatore (d’Albania!) e altri fronzoli. Che lasciò dichiarare, che firmò una guerra immotivata ed insulsa per poi abbandonare il paese spaccato in due;  un esercito privo di ordini pur si salvare la pelle scappando a Brindisi.

Da questa vergogna il 25 Aprile diviene per me la Liberazione. Gli italiani divisi in due. Quasi tutti casualmente, chi andando in montagna avendone la occasione oltre che le convinzioni, chi assoldato nell’esercito repubblichino per convinzione morale, per il “senso dell’onore”  (così si chiamava all’ora), oppure intrappolato e inquadrato casualmente. Italiani divisi, a fare una guerra civile di cui pochi riuscivano a capire un senso.

Italiani che il 25 Aprile vennero liberati da un ruolo del quale erano  convinti (non sempre) ma anche  costretti dal caso o dalle occasioni. Di cui spesso percepivano l’illogicità, l’orrore del farsi la guerra fra fratelli, parlando la stessa lingua, avendo i medesimi pensieri e sentimenti. Spesso perfino gli stessi valori: le stesse qualità, anche gli stessi difetti. Per questo odiandosi, perfino di più, per dare motivazione alla guerra fratricida.

Una liberazione per tutti, da parte di tutti, liberi dal ruolo che la vergogna di uno Stato imbelle e opportunista aveva costretto ad assumere. Questo è il mio 25 Aprile di 67 anni fa. Un liberarsi dalle divisioni, un riunirsi nei nostri valori (anche nei nostri limiti, per superarli) per rinascere e farlo insieme. L’abbiamo fatto insieme il nuovo paese: la Repubblica, la Costituzione, ecc. Al governo o nel parlamento, approvando o negando il voti alle leggi.

Per troppi anni la legge di amnistia del 1946 è stata disattesa da molti politici che sono venuti dopo. Ancora adesso vi è chi ritiene di doversi impossessare di una Liberazione che ritiene propria, tenendone fuori “gli altri”. In una continuazione ideale di una guerra civile finita 67 anni fa. Le ragioni e i torti di allora, non fanno parte della Liberazione. Per troppi anni ho visto qualcuno, di chi allora si trovò a vivere dall’altra parte, reso estraneo, a volte cacciato. Me ne sono fatte le motivazioni. Non le ragioni, che non lo ho mai accettato. Non giusto.

Se ancora c’è qualcuno che intendesse profittare della festa della Liberazione per perpetuare, rinverdire una guerra civile di cartapesta (senza averne vissuto le tragedie) ebbene, la pianti lì, la smetta di atteggiarsi a partigiano finto, di comodo. Ricordiamo e onoriamo i protagonisti a cominciare da coloro che per ottenere questo riscatto soffrirono e morirono. Ricordiamoci che tutti, proprio tutti, da una parte e dall’altra, lo fecero con l’intento di superare la divisione, di tornare ad una Italia unita, una Italia di tutti. Liberazione di tutti quindi.

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  1. #1 scritto da saccavini il 24 aprile 2012 18:01

    Non nomino un candidato sindaco che è fermo al 1984 (o al 1945..) e che rimpiange la divisione, la guerra civile, la successiva guerra fredda.
    La vorrebbe ancora oggi: fra chi fa adesso il partigiano di cartapesta e gli “altri”: vede in giro i fascisti di Salò che minacciano la democrazia, dopo 67 anni.
    Come siamo mal messi…

    Pensa il nostro eroe, al paese diviso sfrucugliando (Totò) il peggior armamentario da guerra fredda.
    Il 25aprile, festa della Liberazioone, dà lezioni di democrazia “autentica”, quella per lui unica, quella che divide chi la pensa come lui dagli “altri”.
    Lo sa che in tal modo si sta ispirando al “pensiero unico” di Orwell: 1984 appunto, che vuole tutti eguali ?

    Siccome si autodefinisce cristiano, concepisce il perdono (ove però lui detiene il possesso, per qualche sua misteriosa ragione).
    Perdono erogato dal piedistallo, dall’alto della sua morale, con i nipoti degli italiani che allora per onore o per ventura si trovarono o scelsero la parte sbagliata. Proni, in ginocchio a patirlo, il perdono.
    Gli manca solo lo stivale nero lucido e il frustino nervosamente picchiettato sul polpaccio.
    Questa è per lui la Liberazione di tutti?

    Non si rende conto che facendo così commette il peggior insulto a chi per l’Italia nuova, l’Italia liberata e riunita si è immolato, ha sofferto, ha coraggiosamente rischiato.

    Nessuno di questi protagonisti avrebbe mai pensato che 67anni dopo il loro sacrificio ci sarebbero stati sedicenti continuatori ad utilizzare il loro sacrificio per dividere, per tenere diviso il paese.

    Personaggi così si propongono di amministrare e rappresentare una comunità che vogliono divisa, essendo loro gli unici dispensatori di patenti di democrazia.
    Il suo partito lo ha scelto, lo propone candidato sindaco, a rappresentare tutti i Cittadini.

    Non sono questi i nipotini di De Gasperi o perfino di Togliatti.
    Fossero oggi attivi, li destinerebbero ad altre incombenze a far meno danni.
    Abbiamo qui una delle ragioni per cui il nostro paese è così mal ridotto.

    Essendo chiamato a scegliere, il Cittadino sappia pesare bene questi limiti e, nel rispettarli come Cittadini, abbia cura di tenerli fuori dalla amministrazione della nostra Casa Comune.

    RE Q
  2. #2 scritto da Paolo Caimi il 25 aprile 2012 22:04

    Parto dalla fine, l’ affermazione relativa alla ricerca dell’unità del paese è perlomeno tutta da verificare, ma certo è facile dire che questa unità non sarebbe stata uguale in un caso o nell’altro.

    In occasione della serata di presentazione della candidatura di Fiorello Cortiana, SosteniAMO Buccinasco ha distribuito una copia della Costituzione a tutti i presenti, ecco basta questo per dire quanta differenza poteva esserci.

    Concordo nella considerazione che tanti giovani sono finiti da una parte o dall’altra non avendone sempre totale consapevolezza, ma la storia ci insegna che quello che conta è alla fine la parte in cui ci si trova a fare la differenza e dire che in questo caso non ci fosse differenza è come dire che non esiste il bene e il male.

    Se poi il tema è quello della pietà per tanti giovani che hanno avuto la vita stroncata in quell’orrenda carneficina, è banale dire che si è d’accordo e questo vale per tutti coloro che giovani e meno giovani vi si sono trovati coinvolti.

    Ma questa è la pietà che si può e si deve avere nei confronti di vittime alla fine inconsapevoli, nessuna pietà e nessun perdono nei confronti di chi ha invece spinto questi giovani al sacrificio, nessuna pietà e nessun perdono per chi ha continuato, anche dopo la nascita della nostra Democrazia Repubblicana, a tramare per distruggere i valori che la guerra di Liberazione, io continuo a chiamarla così, ha portato nella nostra vita, anche attraverso la Costituzione.

    Il tema non sta nel fatto che qualcuno voglia fare propria questa Festa, ma nel fatto che qualcuno continui a non considerarla una Festa.

    Un unico appunto mi permetto di fare a chi tiene vivo di anno in anno un ricordo così importante. Per i giovani 67 anni sono tanti, fanno fatica a ricordare, e forse è davvero utile fare in modo che si rendano conto che la difesa dei valori della Democrazia non è finita con il 25 aprile 1945, ma è cominciata allora.

    Ricordiamo gli uomini, semplici uomini, che si sono sacrificati per questo, da Ambrosoli, a Guido Rossa, ad Aldo Moro a tutte le altre vittime che senza neanche l’eroismo del combattimento hanno avuto la vita sacrificata per la nostra Libertà.

    Il resto mi pare inutile chiacchiericcio elettorale senza valore alcuno, ma che avrei assolutamente evitato vista l’importanza della data, da questo punto di vista ognuno si prende le proprie responsabilità.

    A proposito di elettorale, oggi ho visto alla Festa del 25 aprile tante facce che non avevo visto negli anni passati, spero che il valore dell’esperienza odierna li abbia convinti ad essere puntuali anche il prossimo anno, senza elezioni a breve.

    RE Q
  3. #3 scritto da saccavini il 26 aprile 2012 00:02

    Tenderei a distingue la Liberazione, la festa di Liberazione, da un esame storico politico della guerra civile in Italia, del paese spezzato in due.

    Ha vinto la parte giusta: tutti i partecipanti che scelsero o casualmente si trovarono, oppure scientemente e per opportunità preferirono una parte anziché l’altra, già nel momento della scelta avevano chiaro chi sarebbe risultato vincitore e chi il perdente.

    Finì come doveva finire: con la Liberazione da un incubo che il paese ha vissuto per 5 anni.

    La democrazia oggi è radicata e diffusa, con tutti i limiti che ha (con una occupazione del potere da parte della politica che certamene è estraneo agli intenti dei costituenti).

    Mi fa piacere di condividere quella di oggi come una partecipazione meno rituale ed una presenza più consapevole e ampia.
    Dimostra che la nostra preoccupazione, la mia e tua Paolo, quella che ci fa oggi essere presenti da Cittadini ad assumere un diretto impegno nella amministrazione della Casa Comune, non è solo nostra: è diffusa.
    Questo impegno, questa sensibilità diffusa è il sale della democrazia: la rende viva e degna di essere vissuta.
    Deve essere di tutti; in essa devono potersi riconoscere tutti.

    Festa della Liberazione: io commentando la giornata a questo mi riferisco.

    Non festeggiamo la guerra (fatto storico incontrovertibile) ma la unità ritrovata.

    RE Q

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