Il cancro che ci tiene fermi e manda a ramengo il Paese?

Ricevo da David Arboit (per chi non lo sapesse responsabile del PD a Buccinasco) un commento al mio precedente articolo. Il tema del lavoro, del posto fisso millantato, delle vie per uscirne in positivo è troppo importante.  Lo pubblico e commento a mia volta.  Ecco il commento di Arboit.

Benché non prive di spunti di verità, le tue considerazioni Luigi peccano di ingenuità illuministica. L’illuminista ingenuo pensa che l’affermazione concreta (non teorica) del bene comune nei rapporti sociali sia il risultato di una discussione razionale e che l’evidenza del razionale si imponga quasi naturalmente. In realtà i rapporti sociali sono prima di tutto rapporti di forza, rapporti di potere, nella società civile, e in particolare nel sistema economico vale la legge della forza, dei rapporti di potere e non della ragione. Homo homini lupus (egoismo) è la legge dell’economia mondiale.
Che la legge sia questa lo dimostra l’attuale crisi economica e la cecità con cui le imprese hanno operato per deprimere i salari e di conseguenza i consumi, cioè per segare il ramo su cui il sistema economico poggia. Concordo con te quando scrivi che «il sistema delle regole deve cambiare, deve rinnovarsi», ma non si può far finta di non vedere il peso che hanno i rapporti di forza economici e politici sulle opzioni di cambiamento.

Su tutto ciò hanno inoltre un peso enorme ideali, valori e ideologie. Ideali, valori e ideologie implicano visioni dell’uomo e visioni del mondo: c’è chi dice che i milioni di morte per fame nel mondo (da noi disoccupazione e precarietà) sono una conseguenza inevitabile e naturale della economia di mercato; che chi dice che i milioni di morti per fame nel mondo (da noi disoccupazione e precarietà) sono una responsabilità della economia di mercato e quasi sempre una scelta precisa, libera, progettata, di politica economica basata sul principio “mors tua vita mea”.  Il più forte (per esempio chi è più capace di guardarsi in giro, di essere imprenditore di se stesso) è giusto che sopraviva, il più debole è giusto che “perisca”.

Il mondo della comunicazione televisiva, o a stampa, è parte in causa di questa lotta per il potere politico ed economicoLe differenti opinioni che esprime sono armi di disinformazione o di controinformazione e trattano di ideali, valori e ideologie. Errori e omissioni sono quindi scelte di comunicazione non certo attribuibili a cialtronaggine.  Ciò che viene detto e scritto dipende quasi sempre da chi paga e nei casi migliori dal sistema di valori a cui liberamente ciascuno aderisce.

 

 Faccio fatica a sopportare questo girare intorno al problema, parlare dei massimi sistemi di Arboit, questo che sembra un menare il can per l’aia.  Il posto fisso (che non esiste più e non lo costruirà più nessuno, Arboit dovrebbe saperlo) è un tabù che viene tuttora promesso e millantato, venduto come aspirazione legittima, da autodefinitisi rappresentanti dei lavoratori

Su questo obiettivo inesistente e semplice cercano il consenso,  fondano le fortune da “progressisti”  del terzo millennio. Perché questo falso obiettivo resti credibile i progressisti e i sindacati frenano o si oppongono a soluzioni di una gestione della società che risponda alla evoluzione dei mercati mondiali:

a) formazione permanente costruita direttamente; fornita in azienda; parte del welfare;

b) gestione  professionale del turn over che da stanza di compensazione  conduce entrate ed uscite (a carico dell’azienda in sostituzione o attenuando il TFR: invece di pagarti perché ti lascio a casa spendo questi danari perché tu possa trovare un’altra occupazione);

c) incentivazione alla gestione autonoma della propria professione promossa verso tutti i Cittadini (che viene vista come un boicottaggio di un sindacalismo fermo a moduli validi un secolo addietro).

 Altro che egemonia culturale: oggi i progressisti divenuti conservatori, gamberi dell’evoluzione, hanno l’egemonia dell’ignoranza, del disconoscimento di sistemi che oggi consentono in tutto il mondo di evolvere e crescere. Trasmettono e permeano di questa egemonia dell’ignoranza: partiti, sindacati, sistema di potere, comunicazione.

 Vanno avanti a promettere il posto fisso (quando dovrebbero adoperarsi per assicurare al Cittadino il lavoro continuo in aziende e mansioni diverse)… Rifiutano, si oppongono all’outplacement, frenano sulle agevolazioni per l’azienda che assume coloro che restano senza lavoro. Lottano per mantenere forme di welfare che si traducono in danari per lasciare le persone a casa, con il conseguente lavoro nero; in pensioni anticipate (costo per le generazioni future); in precarietà infinita.

Sono uno dei pilastri che tengono bloccato il paese.  Accusano chi propone il cambiamento di illuminismo ingenuo.  Arrivano a difendere un “quarto potere” inesistente, fatto per lo più di serventi, di pennivendoli… 

Ci stanno rovinando ma per fortuna stanno lentamente degradando;  finiranno per spegnersi (se non cambiano).  Nonostante tutto ciò, i Cittadini ce la dovranno fare a venirne fuori. Sono convinto che ce la faranno.

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  1. #1 scritto da David Arboit il 3 febbraio 2012 14:36

    Luigi io non meno il can per l’aia.

    È che da analista amo sempre inquadrare il particolare nell’universale, perché inquadrare il particolare nell’universale serve a trasformare le soluzioni da tampone, da tattiche o d’emergenza in soluzioni strategiche.

    Per guardare avanti bisogna saper guardare molto avanti, Serve a passare dal breve termine al medio lungo termine.

    Non perdo tempo fare proposte falsamente concrete come “la formazione permanente”.

    Dove il mercato tira la formazione permanente la fanno le aziende.
    Quando il mercato non tira parlare di formazione permanente è una balla spaziale.

    Non perdo tempo fare proposte falsamente concrete come il “turn over”.
    Quando il mercato non tira parlare ricollocare dipendenti in esubero è una balla spaziale.

    Se poi il dipendente in esubero è sui Cinquant’anni non se lo piglia nessun perché è molto meglio sfruttare un giovane.
    E non mi si venga a parlare di professionalità spendibile e che rende insostituibile il lavoratore perché anche questo è un’altra balla spaziale.

    E non mi si venga poi a raccontare fandonie come quella dei «sistemi che oggi consentono in tutto il mondo di evolvere e crescere» perché abbiamo davanti agli occhi una recessione spaventosa che alcuni abili mezzi di disinformazione confinano in Europa ma che è mondiale e che avrà a breve e medio termine effetti devastanti.

    Ciò che consente a una parte del mondo di crescere economicamente è lo sfruttamento bestiale del lavoro, la spremitura che il capitale fa del lavoro; gli esempi sono decine di migliaia.

    Te ne faccio uno letto oggi, mi pare sul Financial Times: gli ingegneri e gli operai che costruiscono l’ipad della Apple in Cina, lavorano dalle 60 alle 72 ore alla settimana per dei salari da fame (gli ingegneri 20 dollari al giorno) e vivono in dormitori aziendali che sono caserme.

    Non ho né le competenze né la quantità necessaria di informazioni da consentirmi di proporre qualcosa di veramente concreto.

    Per quanto riguarda il nostro paese credo che l’unico in grado di discutere e confezionare una soluzione veramente concreta, lontana dalle chiacchiere da bar, sia un tavolo tecnico a cui devono sedere le forze sociali (Sindacato per il lavoro, e Confindustria per il capitale) e il governo.

    Il governo dovrebbe avere la decenza di difendere la parte debole, che è senza alcun dubbio quella del lavoro, dal cieco egoismo del capitale, quel cieco egoismo che come tutti oggi ormai hanno capito ha prodotto la crisi economica che viviamo.

    Ci sono rigidità da superare nel campo del lavoro?
    Può darsi.

    Ma c’è soprattutto un insano egoismo e darwinismo sociale nel campo del capitale. E dopo l’ultima demenziale uscita del primo Ministro Mario Monti, temo che il governo non sia in grado di mantenersi equidistante rispetto agli interessi del capitale e agli interessi del lavoro, e per questo in grado di determinare equamente il ben comune del paese.
    Lo capisce anche un bambino che liberalizzare il mercato del lavoro significa favorire lo sfruttamento del lavoro e quindi produrre ulteriore recessione.
    Lo capisce anche un bambino che le aziende non assumono perché non c’è domanda e non certo perché il diritto del lavoro è troppo rigido.
    Lo capisce anche un bambino che la precarizzazione e la conseguente riduzione dei salari è la causa della recessione; dare ai giovani stipendi da fame, che impediscono di mettere su famiglia, vuol dire essere così ciecamente del profitto e dell’avidità, cioè idioti, da bloccare la più potente macchina sociale dei consumi: la famiglia appunto.

    RE Q
  2. #2 scritto da saccavini il 3 febbraio 2012 15:47

    Drammatica manifestazione di incompetenza (del resto poi candidamente ammessa).

    A giustificazione parziale la arretratezza culturale italiana sul lavoro del terzo millennio.

    Non sarebbe neppure il caso di spiegare ulteriormente, perchè il discorso diventa tecnico e di digestione faticosa.

    Solo quale briciola:
    a) non si può mettere in un unico calderone fasce lavorative basic (per le quali la formazione è oggi troppo costosa perchè abbia risultati) con il rimanente 75% di attività che richiedono competenze che vanno costantemente aggiornate (vi sono paesi che obbligano a dedicare all’aggiornamento un quid di ore mese, anche finaziandolo in parte)

    b) La realtà di piccole aziende (meno di 50 dipendenti che formano l’80% del lavoro non pubblico) porta con sé una frammentata e confusa realtà occupazionale nella quale si nasconde il sottocosto dell’impresa familiare, il grigio e il nero. La legislazione, anche quella del lavoro deve privilegiare l’accorpamento e lo sviluppo. Abbiamo una legislazione assurda che privilegia i piccoli (col sostegno di sindacati e partiti)

    c) l’outplacement e il turn over: un discorso da arretrati, che rifiutano il lavoro alternativo e puntano a stare a casa pagati. Il welfare deve investire sul lavoro non nel mantenere a casa (così si trova qualche lavoretto in nero che arrotonda, il sindacato ha il suo consenso e tutti chiudono un occhio)

    d) le 60 ore di lavoro che si fanno in Cina (non dappertutto) sono identiche delle medesime 60 ore che si facevano in Gran Bretagna a fine ’800, in Francia fino agli anni ’30, ecc. Per un lettore di Marx il concetto della “accumulazione originaria” qualcosa dovrebbe insegnare.

    Mi fermo qui:
    non guardare avanti, difendendo il vecchio ad ogni costo, attribuendo colpe a categorie generiche di sfruttatori (al cui interno magari vi sono ma sono marginali e non totalizzanti), quindi indirizzando le aspettative verso chimere come il posto fisso che non c’è più, tutto questo è il peggior danno che si possa arrecare al paese e alle future generazioni.

    Triste dover prendere atto che Arboit non è un caso isolato.

    RE Q
  3. #3 scritto da David Arboit il 3 febbraio 2012 17:05

    Non occorre essere esperti di diritto del lavoro e avere una perfetta conoscenza statistica del mercato del lavoro per capire che la distruzione del diritto del lavoro e liberalizzazione del mercato del lavoro non producono crescita economica, e anzi producono recessione
    Non prendiamoci in giro per favore.
    Triste constatare come anche una conoscenza professionale del mercato del lavoro non riesce a scalfire l’ideologia neoliberista dominante.
    Continuiamo a volare basso e a rattoppare una barca che è diretta a tutto vapore contro uno scoglio.

    RE Q
  4. #4 scritto da saccavini il 3 febbraio 2012 17:35

    Quanto sottolineato è l’unica affermazione che possiamo condividere.

    Arboit cerca di individuarne le cause in un colpevole sfruttamento da parte delle imprese, favorite dallo stato liberista. Le imprese che vogliono andare a fondo pur di evitare il lavoro fisso (chissà perchè)

    Io le individuo in un insieme di trappole che tengono ferma la capacità di attrarre risorse per l’investimento e lo sviluppo, per la crescita del lavoro.

    Purtroppo non è la favola degli asini legati a contrario e che tirano in direzioni opposte non riuscendo a mangiare la biada che è vicina.

    Qui l’asino impresa tira comunque, produce e rimane senza risorse perché lo stato costa troppo; andrà a produrre dove si può, lasciando all’asino partito un paese più povero e sempre meno biada su cui mangiare.

    La colpa però sarà sempre dell’asino impresa; l’asino stato avrà sempre ragione, sempre più magro, sempre più malridotto.

    Sai che soddisfazione per chi vive di lavoro, avere la ragione dell’asino stato.

    RE Q
  5. #5 scritto da David Arboit il 3 febbraio 2012 17:52

    Mi lascia basito vedere che qualcuno pensa che oggi per uscire o anche soltanto per alleviare la crisi sia necessario togliere i “lacci e lacciuoli” di carliana memoria e cioè «un insieme di trappole che tengono ferma la capacità di attrarre risorse per l’investimento e lo sviluppo, per la crescita del lavoro».

    La soluzione sta al problema come l’aspirina sta al cancro.

    Mi lascia basito vedere che c’è ancora chi pensa che per favorire gli investimenti la prima cosa da fare sia lavorare sul costo del lavoro e sulla flessibilità.
    Con queste idee non ce la faremo mai.

    Ma sono trent’anni che si dicono queste cose, e sono trent’anni che si praticano queste cose, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti… Ed è proprio questa l’arretratezza culturale italiana: si spaccia per nuova politica economica ciò che si teorizza e si pratica da trent’anni.

    E il discorso non è tecnico, perché lo capisce chiunque e in particolare quelli che lo pagano sulla loro pelle.

    RE Q
  6. #6 scritto da saccavini il 3 febbraio 2012 18:01

    Adesso basta Arboit.

    Che liberalizzare il sistema significhi proporsi di affamare il popolo è davvero troppo.
    Abbiamo il debito pubblico più grande del mondo, fatto dalla politica, e la colpa è delle imprese che si ripromettono la riduzione del costo del lavoro..

    Stasera dopo cena vedrò alcune persone per bene.
    Commosso dall’appello di Arboit mi priverò in parte minore del luculiano desco da affamatore sfruttatore, che vive sulla riduzione dle costo del lavoro, inviterò gli ospiti a sedere alla mensa perché per una sera possano recuperare un po’ di tono muscolare.
    (così lunedì renderanno di più…)

    fine

    RE Q
  7. #7 scritto da Andrea D. il 4 febbraio 2012 12:15

    Ciao David, è giusto che l’analisi sia portata al livello più elevato possibile per garantire una visione d’insieme che nel particolare si potrebbe perdere.
    Però poi occorre fare il percorso inverso e dall’analisi teorica occorre ritornare all’implementazione pratica.
    Altrimenti il tutto rimane un frivolo gioco di filosofia.

    Il sistema che hai in mente esiste da qualche parte nella realtà, c’è mai stato o ci sarà mai?
    Tutti vogliamo un mondo migliore! Non concordiamo su cosa ciò voglia dire e sul percorso per arrivarci.

    Per inciso la Cina non è un paese capitalista, non è una democrazia, non c’è libertà e non c’è la controinformazione, ma solo l’Informazione
    (sono solo piccole rinunce che occorre fare in nome dell’interesse superiore).

    Il diritto e il bisogno del singolo sono giustamente sacrificati e calpestati in nome dell’interesse della collettività!

    Credo che occorrerebbe fare molta attenzione quando si afferma la superiorità della forza sulla ragione.

    Qualcuno leggendo superficialmente potrebbe tornare a rimettersi il passamontagna e andare in giro a sparare (ma in fondo non ci può essere rivoluzione senza spargimento di sangue).

    RE Q
  8. #8 scritto da Rinaldo Sorgenti il 5 febbraio 2012 19:22

    Sono allibito dalle considerazioni di David Arboit che non credevo così legato a logiche ideologiche che, peraltro, la storia ha drammaticamente sconfessato.

    Le precisazioni di Andrea D. sono fondamentali per tentare di capire a cosa ci si riferisce e a distinguere tra ideologia e realtà.

    Leggendo l’introduzione di David, mi è tornata in mente una definizione che ebbi occasione di ascoltare al tempo delle manifestazioni della CIGL di Cofferati contro le iniziative dell’allora governo sull’art.18.

    In sostanza, quel signore lasciava intendere che, la principale ragione (e soddisfazione) dell’imprenditore è quella di licenziare i propri dipendenti, non quella di avere in azienda collaboratori motivati ed affidabili che, lavorando in condizioni più che ragionevoli, contribuiscono al benessere loro e dello stesso imprenditore!

    Certo che se si parte da tale punto di vista, è impossibile comprendersi ed evolvere.
    Rimarremo sempre condizionati dalle resistenze e dalle posizioni spesso incomprensibili di coloro che vogliono garantire tutto anche a chi di quel posto, quel lavoro, non ha alcun interesse e rispetto, a danno dei suoi stessi colleghi.

    Non mi pare che sia difficile andare a cercare in giro per il mondo luoghi e paesi dove l’assioma del posto fisso (e garantito) non esiste da tempo e dove vi è quindi una maggiore e salutare mobilità che porta l’imprenditore e lo stesso lavoratore a cercarsi la migliore possibile occupazione per soddisfare i reciproci interessi e vocazioni.

    Nella stragrande maggioranza dei casi gli imprenditori sarebbero super felici di poter avere dei collaboratori motivati e funzionali al proprio lavoro e quell’imprenditore farà il possibile per trattenere tali lavoratori nella sua azienda.
    Tutto si stravolge e complica (per tutti) quando invece si vuole imporre all’uno di tenersi a carico persone che di quel lavoro non hanno alcun interesse e che fanno di tutto per remare contro, nascondendosi dietro a guarantigie che, a parti inverse, sarebbe lui il primo a non volere.

    RE Q

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