Una riflessione impotente sulla strada che l’Italia deve prendere. Tutti vogliono la crescita, ma quale crescita, come muoversi, dove andare? Trovo un articolo da il sole 24 ore, firmato Luigi Guiso ed uscito 3 giorni fa, che mi sembra di grande interesse e sarebbe degno di maggiore attenzione e riprese sui giornali e sui media (VEDI): invito a leggerlo.
Il problema infatti non è solo l’esigenza di crescere, di risparmiare per dedicare risorse alla crescita, ecc. Stabilito che è imperativo crescere se si vuole cominciare ad intaccare il debito pubblico (su questo convengono tutti) bisogna individuare la qualità della crescita ed il percorso perché questa sia duratura, inserita in un percorso che si autoalimenta.
I nostri governanti se pensano agli investimenti hanno in mente grandi opere, le infrastrutture e altre che colpiscono l’immaginazione, secondo un modello che credo ormai non più sufficiente se non superato. Qualcosa come i grandi eventi: EXPO 2015, il ponte di Messina, ecc.
Credo che ci si debba rivolgere altrove anche e soprattutto altrove: il tessuto della piccola e media industria, le attività produttive che generano esportazione. Anche rinnovando e rendendo efficienti le normative in modo da attrarre capitali: meglio, molto meglio produrre in Italia beni che in Italia hanno un mercato, realizzati da aziende e capitali stranieri. Generano PIL, generano occupazione, aumentano il fatturato e fanno crescere competenze e sviluppo.
L’esempio, che cito in modo ricorrente ma che ritengo efficace e rende chiaro quello che secondo me è l’obiettivo, riguarda l’auto: l’Italia acquista auto per quasi 2milioni di pezzi l’anno. È arrivata a produrne ormai meno di 600mila: perché non deve essere possibile una politica che favorisca nuovi insediamenti produttivi? Perché le auto tedesche e francesi che si acquistano non possono essere prodotte nel nostro paese?
Quindi non più o comunque molto meno il sostegno ai consumi, alla domanda interna, bensì e soprattutto il sostegno e l’agevolazione a chi realizza l’aumento dell’offerta di beni: ai produttori. I Tagli di spesa come quelli decisi in questi giorni, riducono la ricchezza disponibile e deprimono la domanda, generano stagnazione e mettono a rischi odi recessione (succede non solo da noi).
Chi reclama queste politiche ritiene che il Paese debba essere riportato lungo un trend di crescita permanentemente più ripido e questo può avvenire solo migliorando la capacità di produrre delle imprese, arricchendo il contesto in cui operano, eliminando ogni ostacolo al dispiegamento delle energie imprenditoriali, promuovendo e incoraggiando la fantasia creativa, premiando chi rende di più e chi mette più impegno in quello che fa. Alleggerendo il peso dello stato e migliorando la sua regolamentazione, eliminando quella ridondante e rafforzando quella che effettivamente contribuisce al funzionamento delle interazioni economiche e sociali. Ovvero riformando in modo duraturo l’intero contesto in cui avviene la produzione e lo scambio, adottando quelle che nel gergo, ormai quasi venuto a noia, vengono chiamate riforme strutturali.
Riporto questo periodo del bel contributo di Luigi Guiso: dovrebbe essere scolpito ed esposto nelle aule del Parlamento, ma soprattutto entrare nella mente di tutte le organizzazioni e i Cittadini interessati al sociale e alla cosa pubblica: della politica.
In una fase così critica, costretti ad affrontare questioni impegnative e a ridurre la ricchezza disponibile, a impoverire il paese, le proteste e il lamento sulla situazione non sono sufficienti. Rischiamo di rimanere a guardarci l’ombellico mentre dobbiamo guardare avanti e programmare il nostro futuro. Reagire ed agire per lo sviluppo del nostro paese, impegnare al massimo e sfruttare le nostre capacità di lavoro, di inventiva, di innovazione. Possiamo tornare ad essere un grande Paese.
#1 scritto da Andrea D. il 1 settembre 2011 12:10
Ottima riflessione. Effettivamente le due cose non sono mutuamente esclusive, anzi sono strettamente complementari se l’obiettivo di favorire lo sviluppo e l’impresa fosse prioritario: per ché occorre alleggerire lo Stato. Così facendo si ridurrebbe la spesa pubblica. Di conseguenza si potrebbe alleggerire il prelievo fiscale, favorendo i consumi.
L’unica nota stonata: “premiando chi rende di più e chi mette più impegno in quello che fa”.
Perfetto, ma occorre anche poter “punire” chi non fa! Non possiamo più permetterci di mantenere uno stuolo di lavoratori parassitari il cui costo si ripercuote su chi invece lavora e produce, aumentano i costi e diminuendo la produttività complessiva, cioè rendendoci meno competitivi.
Riallacciandomi a un altro post, in Italia si producono (la FIAT produce) 600.000 auto. Quanti dipendenti servono per farlo? Oltre ventimila!
Quanti dipendenti ci sono negli stabilimenti della FIAT in Polonia? Circa seimila. E quante auto produce la FIAT in Polonia? Lo stesso numero di quelle che produce in Italia, circa 600.000.
Lo stesso dicasi per il Brasile: novemila dipendenti per 700.000 auto prodotte.
Certo il numero di auto prodotte non è , di per sé, un parametro indicativo: auto diverse possono richiedere più manodopera (Audi produce un milione di auto con circa 50.000 dipendenti, ma opera in segmenti premium al top del mercato).
Giusto per fare un raffronto Fiat nel 2009 ha venduto poco più di 2 milioni di veicoli per 26 miliardi di fatturato, mentre Audi nel 2008 ne ha venduti un milione, ma con un fatturato di 34 miliardi di euro.
Senza tener conto del minor costo del lavoro della Polonia rispetto all’Italia, se questo fosse un esempio, anche solo orientativo, della produttività italiana, come potrebbe uno straniero venire a produrre qui?
#2 scritto da saccavini il 1 settembre 2011 13:25
Interessanti i dati esposti, Andrea; davvero di aiuto a capire il problema del lavoro e di come il paese dovrebbe muoversi.
L’osservazione su quella che Andrea vede come nota stonata: mi sembra che l’articolista non si riferisca ai dipendenti ma al sistema normativo ed economico rivolto alle imprese.
Se la mia interpretazione è corretta, credo che un meccanismo che invogli a investire e assumere, dando ritorni in benefici economici, sia di per sé efficace.
Le aziende che non investono, non innovano, non crescono, non avranno benefici.
Quanto all’insieme dei dati sull’automotive e il gap produttivo Italia:
UNO: l’Italia è un paese che acquista in prevalenza auto di comparto B e C, di questi segmenti l’Italia produce poco, che si vende poco. Quindi importa.
DUE: la vocazione di Fiat corrisponde poco alla domanda del mercato italiano.
E’ richiesta una politica industriale (ed è compito del Ministero il quale chissà perché non è più Ministero dell’Industria ma dello Sviluppo): un accordo Fiat perché produca ed esporti auto del comparto B e C che il mercato italiano assorba; favorire l’ingresso di un produttore dall’estero (comunque utile per generare competitività).
E’ questo elemento, come sostiene Andrea, che consente di produrre auto a maggior valore aggiunto ed essere competitivi.
Se Fiat in Italia continuerà a produrre automobiline, finiremo per essere un paese che di automotive produce solo modellini da soprammobile o Ferrari.
Non fare nulla e lasciare che Fiat decida a piacimento se produrre Suv o citycar la vedo come una seria ignavia; estraneità dalle esigenze di lavoro e di sviluppo del paese (non dimentichiamo tutto l’indotto che l’automotive genera).