Chi ha interesse a far guerra all’Europa?

L’attuale gestione di Washington sta spingendo in ogni modo il confronto con gli stati in termini economici (chiamate sanzioni). La guerra, adesso più che mai, si fa con le sanzioni, anche forzando i paesi alleati ad adeguarvisi. Un modo di agire meno sanguinario e disastroso: ciò che conta sono i risultati. Spinta che viene dalla crisi che colpisce l’Occidente a causa della globalizzazione, con la crescita delle nuove aree economico produttive.

Gli USA stanno cercando di risolvere i problemi loro (sostanzialmente il cronico deficit commerciale). Nel riequilibrio badano poco alle conseguenze che derivano sul mercato globale. In questo contesto variegato, è in crescita e sembra diventare primario l’obiettivo Europa. Anche trovandosi compagni di strada inusuali, come la Russia di Putin, che ha subito nei due decenni scorsi la spinta europea verso l’Est, fino all’Ucraina.

L’Europa ha sue debolezze strutturali: è un’area economica potente, omogenea ma ancora in divenire, da consolidare. Ridurne il peso, apre opportunità agli altri. L’intento può anche riuscire: cercando di sgretolare l’insieme di 29 paesi che si sono aggregati. Ecco che le spinte centrifughe interne dai competitor vengono viste con interesse: terreno su cui lavorare può generare qualche uscita di peso (ad esempio Regno Unito e Italia).

Dati PIL 2018 (mld di $): USA 20,5mila; Unione Europea 18,5mila; Cina 13,5mila; Giappone 5,1mila, e via a scendere. L’Europa è un cantiere permanente nel quale i cambiamenti devono susseguirsi. Molto più velocemente di quanto si sta muovendo in questi anni. Quali le scelte di ciascuno dei 28 paesi. Bastano i numeri per decidere. Fare i “sovranisti”, uscire dall’euro è intento puerile.

Ridurre il peso globale dell’area euro apre prospettive; in particolare riduce il peso di un potenziale primario competitor, in un mondo globale che con i dazi tende a ridurre il PIL globale.Chi da fuori ci riuscisse, aprirebbe spazi per stipulare accordi con singoli stati UE. L’Europa si sgretola. Non serve fare nomi dei potenziali interessati: gli interessi economici e geopolitici rendono la situazione praticabile.

Si deve tenerne conto, in Europa? Deve tenerne conto ogni singolo stato che è entrato farne parte?  Certo, ci sono differenze nazionali: l’Ungheria è cosa diversa dal Portogallo, ad esempio.  Se poi la questione si pone a uno dei sei paesi fondatori, come l’Italia, la risposta è nelle cose. L’Italia nell’euro ha un potere contrattuale globale molto forte: da sola ridurrebbe il suo peso. Per un paese manifatturiero e esportatore come il nostro sarebbe un evento dalle conseguenze molto serie.

La valutazione europea dell’attuale momento geopolitico diventa cosa obbligata, seria. Da considerare assolutamente. Non solo per l’Italia. Certamente però, l’Italia in questo contesto deve attribuire al tema l’importanza che merita. Purtroppo non se ne parla. Leggendo e ascoltando i media, sembra proprio che non interessi.  Oppure vi sono orecchie e megafoni che in Italia sembrano lavorare nella direzione dei competitor globali.

C’è da restare basiti di fronte a azioni e scelte partitiche di questo periodo: sembrano proprio non rendersi conto del contesto globale entro cui le scelte del Paese devono misurarsi. Non si vuole pensare che da noi agiscano personaggi “venduti al re di Prussia”; sarebbe assurdo. Eppure sta diventando prudente che noi Cittadini se ne tenga conto. Rifiutando le politiche che privilegino gli aspetti critici per l’Europa. Difficoltà all’Europa comporta farci male da soli.

L’Europa (e l’euro) è scelta primaria. Il che dovrebbe voler dire che il primo valore cui dobbiamo dare peso è il contesto Europa. In Italia vi sono state in questo anno e mezzo troppe scelte e indirizzi anti europei. O meglio, che vedono l’Europa come ente sovrastante che schiaccia l’italia, mentre l’Europa siamo noi. Noi che ne determiniamo le linee e le scelte, con la nostra partecipazione alle diverse istituzioni, di cui l’Italia resta uno dei principali protagonisti, con le responsabilità che ne seguono, se si facesse poco bene o si fosse assenti.

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