Unione Europea e Euro: il problema c’è. Urge una soluzione

Quando nacque nel 1999, si ricorderà il non breve, anzi insistito dibattito sull’ipotesi di un euro a due velocità: una più strutturata, nella quale i paesi praticavano già da anni una gestione economica basata sull’equilibrio (in pratica, non keynesiana, poco attratta dal deficit svalutativo). Qui si iscrivevano i paesi mitteleuropei occidentali e paesi scandinavi.

L’altra fascia riguardava i paesi ove la svalutazione era prassi da decenni: i paesi latini e del Sud. Da comprendere anche i nuovi dell’Est. Abituati a 40 anni di pianificazione e quasi nulla propensione all’indebitamento, ma strutturati nell’utilizzo delle risorse per contenere criticità sociali, con un occhio al consenso.

La discussione fu ampia e i consigli tedeschi, ai paesi latini in particolare, si sprecarono. Per l’Italia l’interlocutore di punta fu Ciampi, il quale si dimostrò convintamente contrario a un’area europea di serie B nella quale collocare, sia pure a tempo medio, l’Italia in particolare ma anche Grecia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio (e Irlanda).

Trascorsi vent’anni, questo tema prende un’altra forza. Se si escludono i “piccoli” (Irlanda prima, Belgio poi), questi sono riusciti a integrarsi nell’euro unico come impostato: basato sull’equilibrio di bilancio con un 2% di svalutazione annua consentito. Di tutti gli altri in questi vent’anni si è assistito a un incremento del debito pubblico: non ce l’hanno fatta a passare…

Di questi l’Italia sta peggio, perché, già molto indebitata, ha avuto meno spazi. In pratica non è cresciuta più. Stiamo vivendo una situazione di ristagno prolungato come il Giappone. Paese fermo o quasi, che invecchia. Così non possiamo andare avanti; è evidente.

Il problema non è solo dell’Italia. Riguarda la moneta euro come concepita, cui noi non siamo capaci di adattarci; non solo noi. In misura meno grave, ma tuttavia importante, la questione riguarda altri paesi europei. Il problema UE riguarda l’euro e si deve riflettere sulle soluzioni possibili che permettano di uscire dall’impasse.

Le soluzioni possibili sono diverse, con meccanismi di riaggiustamento che prevedano anche parziali prelievi forzosi; accompagnati sia da una maggiore flessibilità gradualmente da ridurre, sia da una definizione irrigidita del limite massimo di spesa che, pure gradualmente, arrivi a normalizzarsi. Scelta molto complessa, su cui dovremmo lavorare e riflettere.

Un periodo transitorio di euro flessibile che convive con l’euro propriamente definito, un piano progressivo, non troppo lungo, di avvicinamento, che porti alla parificazione, riunificando. Superate le attuali croniche incapacità dei paesi vissuti e cresciuti per decenni sulla svalutazione prima del 1999.

Non affrontare il problema farà male a tutti: all’Europa intera; ai paesi più solidi, che vedono deperire dimensioni e importanza dell’UE; ai paesi “cicala”, costretti a politiche di rigore da parte dei governanti, che non padroneggiano i meccanismi. Che portano alla gestione monetaria oggi richiesta dall’Europa. Un tema caldo, che non sembra trovare attenzione entro i pensatoi della BCE e di Bruxelles (almeno finora). Non parliamo di casa nostra, poi …..

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