Dove potrà mai andare l’Italia se l’economia la praticano politici sperimentali?

Post M5S debito e benessereNel corso del fine settimana mi sono imbattuto su facebook, sulla pagina di Alberto Schiavone, aspirante capo-popolo grillino, nel post qui a fianco. Il senso del post, quello che a mio avviso ricalca la classica comunicazione grillina che punta a colpire per fare rumore e avere ricaduta invece che a informare, è che il debito pubblico porti benessere e prosperità e che, come ci spiega il dottor Schiavone (che, bontà sua, sostiene di aver letto Krugman, l’avrà anche capito?), solo stampando moneta e gonfiando la spesa pubblica si può raggiungere la felicità.

Ne è nata una discussione alla fine della quale Schiavone, accampando la scusa di un fantomatico insulto (quale?), anziché apostrofarmi come la sua collega Castelli “questo lo dice lei” (in realtà a modo suo l’ha fatto, sarà un marchio di fabbrica grillino?), mi ha bannato dal suo profilo, come a suo tempo fece Pruiti; del resto a mio avviso i due si somigliano e non a caso nel 2012 erano uno accanto all’altro. In fondo alla pagina gli screen-shots così che il lettore possa farsi un’idea. Approfitto dello spazio non per parlare di Schiavone, non me ne potrebbe importare di meno, ma per fare un discorso generale sull’economia e sul debito (nulla di nuovo per chi segue questo blog).

Prima, però, puntualizziamo nel merito il post:

  • Non è vero che chi stampa moneta, come il Giappone, è uscito alla grande dalla crisi, mentre chi non può farlo ne ha sofferto. La Germania, ad esempio, che ha l’Euro tanto quanto l’Italia, è uscita dalla crisi molto meglio del Giappone!
  • Il rapporto debito/PIL in Giappone non è il 253%, ma circa il 200% (del perché un tale debito sia sostenibile, che ben poco ha a che fare con la possibilità di stampare moneta facoltà che avevano anche numerosi paesi che poi sono falliti e/o sono finiti strangolati dall’inflazione, ci occuperemo eventualmente in sperata sede).
  • Le ferrovie in Giappone sono in prevalenza private quindi poco c’entrano col debito pubblico.

Già questo basterebbe a far comprende la qualità del post, ma entriamo un po’ di più nel dettaglio. L’economia, strettamente legata all’azione umana, è fatta, per sua natura intrinseca, di cicli. Il mercato procede per prove ed errori: a fasi espansive seguono fasi (di correzione) recessive. Facciamo un esempio: verso gli inizi del nuovo millennio è scoppiato il boom dei telefonini. I primi negozi hanno avuto successo, guadagnavano bene, e sono stati imitati da una pletora di attori (fase espansiva). L’apertura di un numero eccessivo di punti vendita ha saturato l’offerta e serrato la competizione. Ben presto il mercato ha subito una correzione e molti dei punti vendita hanno chiuso (fase recessiva) ristabilendo l’equilibrio.

Le teorie keynesiane, semplificando, puntano a ridurre le oscillazioni del ciclo economico grazie all’intervento pubblico. Lo Stato spende nelle fasi recessive riducendo l’ampiezza e la durata della contrazione (correttiva) del mercato e favorendo una più rapida ripresa. Molto bello, in teoria, la realtà è ben più complessa ed è spiegata bene qui. Il perché l’intervento statale, lungi dall’essere risolutivo, rischi solo di rinviare, spazzare la polvere sotto il tappeto, se non aggravare le necessarie correzione è spiegato qui. Sullo stesso sito, che fa riferimento alla Scuola Austriaca di economia, liberista e libertaria, che si contrappone alle teorie keynesiane mainstream, ci sono moltissimi altri articoli interessanti per chi volesse scoprire un lato molto poco conosciuto dell’Economia.

Perché le teorie keynesiane sono così in voga? Tendenzialmente perché piacciono molto ai politici che così possono trovare una giustificazione al loro desiderio di spendere per acquisire consenso. Tanto è vero che tali teorie, se è vero che prevedono un intervento diretto dello Stato a mezzo di spesa pubblica (in deficit) nei periodi di recessione, prevedono anche una riduzione della spesa pubblica in periodi di espansione! Ma questa parte non piace ai politici che infatti la mettono raramente in pratica (in particolar modo in Italia)! D’altra parte perché ridurre l’intervento quando si può contare sul famigerato moltiplicatore? E così la spesa pubblica rischia di diventare una sorta di buco nero che inghiotte tutto ciò che trova sulla sua strada aumentando sempre più e con essa il debito.

Ma cos’è questo fantomatico moltiplicatore? Semplificando al massimo possiamo dire che la sua formula è 1/(1-c) e rappresenta l’espansione del PIL dovuta all’intervento dello Stato (di quanto la spesa iniziale si moltiplica).  Da notare che il denominatore (1-c) diventa più piccolo al crescere di “c”, che va da 0 a 1, e quindi il moltiplicatore diventa più grande. “c” non è altro che la propensione al consumo, cioè la quota di reddito che non viene risparmiata ma spesa. Con una propensione al risparmio (il complemento della propensione al consumo) di 0,2 (cioè il 20% del reddito disponibile viene risparmiato e l’80% speso) il moltiplicatore diventa 5, con una di 0,1 diventa 10, con una di 0,01 (il 99% del reddito viene speso) il moltiplicatore diventa 100. Facile no?

Non proprio. Supponiamo di punire severamente l’aumento di risparmio (con tasse altissime) e di ottenere quindi una propensione al consumo prossima al 99%, vorrebbe dire che uno stimolo in deficit di 17 miliardi di euro (l’1% del PIL) produrrebbe in teoria una crescita di 1.700 miliardi di euro, il 100% del PIL, in pratica avremmo risolto il problema del debito pubblico! Come dite? Troppo bello per essere vero! E infatti non è vero! Il moltiplicatore, diciamocelo Keynes, non aveva nella matematica il suo punto di forza, è stato stimato in maniera empirica (ad esempio qui) e, sorpresa (non dovrebbe se avete letto e capito i link che vi ho suggerito), è spesso risultato inferiore all’unità! Cioè la crescita indotta dall’aumento di spesa a deficit non basta a coprire il deficit creato e il rapporto debito/PIL aumenta. Del resto l’Italia per tutti gli anni ’80 ha avuto deficit intorno alla doppia cifra (e anche oltre) e, nonostante l’elevata inflazione spesso con tassi reali negativi, il risultato non è stato l’Eldorado, ma l’esplosione del debito pubblico che oggi grava come un macigno sulla generazione presente e anche su quelle future!

Negli USA, in particolare con Obama, hanno messo in pratica le teorie dello stimolo pubblico e il risultato non è stato entusiasmante: il rapporto debito/PIL, che pre-crisi viaggiava intorno al 60%, oggi è stabilmente sopra il 100% (qui)! Cosa ci racconta quindi il premio Nobel Krugman analizzando questi risultati (qui): che lo stimolo è stato benefico (anche se alla fine riconosce che è stato, globalmente, un fallimento), ma troppo timido! Queste sono le ricette che i nostri politici-economisti ci propongono per uscire dalla crisi? Spesa pubblica a deficit e denaro a pioggia, le famose helicopter moneyAuguri!

PS qui sotto le immagini del resto del post su facebook (cliccare per ingrandire)

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  1. #1 scritto da Rinaldo Sorgenti il 25 giugno 2019 11:33

    Grazie Andrea di questo utilissimo riepilogo e ripasso.

    Certo bisogna capirlo e poi essere in grado di valutare cosa nella realtà hanno sempre fatto i politici di turno al Governo, soprattutto negli anni ’80.

    Ora la situazione rischia di ripetersi per l’impreparazione e l’improvvisazione dei …
    dilettanti allo sbaraglio,

    il cui unico pensiero è la demagogia e l’occupazione del potere.

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 25 giugno 2019 21:57

    Grazie Rinaldo, in effetti i concetti non sono proprio semplici né intuitivi e per una piena comprensione occorre aver studiato un po’ l’argomento e le sue molteplici sfaccettature, fermo restando che l’economia non è una scienza esatta.

    Mi fa sorridere essere apostrofato da Schiavone come uno che vuol dare lezioni su tutto. Nulla di più falso, sono perfettamente conscio della mia ignoranza in tantissimi ambiti, ma sull’economia, beh, diciamo che, per formazione e passione, ne so un po’ più della media, probabilmente molto di più di un dentista di provincia.

    Mi si dice: “l’ha detto Krugman, un premio Nobel”, ignorando che anche von Hayek è stato un premio Nobel e diceva cose diametralmente opposte, Friedman è stato un premio Nobel e diceva cose ancora diverse o Buchanan che ha vinto il premio Nobel con la sua teoria sulle decisioni economiche e politiche e via discorrendo. La spesa pubblica potrebbe, in astratto, portare a benefici (superiori ai costi si intende), ammesso che i politici sappiano quello che fanno, cosa contestata, ad esempio, dagli esponenti della Scuola Austriaca (nessuno è in grado di fare previsioni esatte e il mercato procede per prove ed errori), e che i politici agiscano nell’interesse comune, ammesso e non concesso che lo conoscano (non esiste una funzione di utilità generale: posso al limite sapere, pensare di sapere, cosa sia meglio per me, non per tutti; chi ci prova di norma proietta sugli altri le proprie preferenze personali o le proprie aspirazioni e/o convenienze*) e non per interesse personale su pressioni di lobbies organizzate (Buchanan).

    In linea generale, sapere di non sapere è il primo passo verso la conoscenza, ignorare di non sapere, invece, è piuttosto grave e rende arduo progredire, pensare di sapere tutto (quando in realtà si sa ben poco), infine, è, a mio modesto avviso, sintomo di modesta intelligenza.

    Quanto al problema di chi governa oggi, purtroppo è uno dei paradossi della democrazia, dove una testa un voto. Dal momento che quello democratico è il miglior sistema che abbiamo, che fare allora? A me piace l’idea di uno Stato Minimo come suggerito qui. Più che altro un’utopia allo stato attuale, ma magari col tempo, chissà.
    (*)

    Lo Stato
    è la grande finzione
    attraverso la quale tutti
    cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri.
    Frédéric Bastiat

    RE Q
  3. #3 scritto da socrate lusacca il 25 giugno 2019 22:41

    L’economia non è una scienza esatta…
    va per tentativi, errori, correzioni, approfondimenti (semplificando molto):

    a) in chiave lieve, leggera (lo Stato osservatore benevolo che fa uso di una piuma quando deve intervenire) perché questa economia considera fattore primario lo sviluppo. Lo sviluppo che nella sua media complessiva, in un mercato aperto, esprime i suoi migliori risultati (medi) nel tempo e per tutti

    b) in chiave dirigistica, fino alla statalismo. Con il governo, la politica, ha incisivi poteri di intervento sul presupposto che in questo modo si riducono le differenze; il suo principio forte è che il mercato lasciato solo è non etico. Allora si attenuano le condizioni socialmente più critiche. economia che ha la pretesa di essere portatrice di un maggior valore etico. (dentro questa area vive felicemente Keynes nelle sue forme più consistenti).

    La realtà in epoca globalizzazione vede le due macro-categorie in qualche modo convivere, anche in forma mista.
    Ad esempio l’UE (ma anche gli USA) ha una politica monetaria che contempla un tasso di svalutazione minimo, anzi non inferiore, al 2%.
    Si potrebbe continuare: i discorsi sull’economia richiedono, anzi obbligano, una grande apertura mentale, esprimendo ogni volta giudizi o pareri con una quota di riserva e post-riflessione e verifica ( magri correggendosi).

    Da qui il valore straordinario del principio socratico basilare:
    La coscienza di essere ignoranti, di non possedere la verità assoluta.. mai.
    Vale per l’economia ma Socrate, ormai 2500 anni fa, ha per primo scoperto, sostenuto fermamente il principio… (come assoluto: la lode del dubbio)

    Solo in politica è consentito esprimersi solo per verità ferme e risolute, indiscutibili..
    Con il portato conseguente che: chi non pensa come “noi” sbaglia, è contro, è un nemico…
    La politica non ricerca la condivisione: è divisiva perché punta al potere, deve escludere “gli altri”.

    Brutta bestia la politica: antitetica rispetto alla ricerca diuturna del merito, del meglio, della verità…

    buona serata

    RE Q
 
 

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