Europa, Banche tedesche e italiane: perché non se ne parla?

Già in altre occasioni abbiamo più volte ripetuto che in Europa il nostro interlocutore siamo noi e solo noi. Con tutti i diriti di stato fondatore. Partecipiamo alle decisioni (senza il nostro consenso l’Europa non può decidere). Che i governi italiani abbiano trascurato questa condizione, in pratica lasciando gli altri a farsi gli affari loro, quando fosse così, è solo colpa nostra, dell’Italia e dei nostri governanti pro tempore.

Un documentato e succoso contributo di Nicola Porro ci descrive la situazione in essere relativa al sistema banche in Europa, in particolare a quelle tedesche. Non possiamo che concordare con il titolo posto dal giornalista. I nostri media hanno coscienza della situazione e del compito essenziale che ha nella formazione della cultura Europa in Italia? Sembra proprio di no, mentre inzuppano ogni estemporanea affermazioni dei nostri governanti su ogni minuzia, perfino banale o ancora peggio. Invece precise e interessanti le descrizioni di Porro sul sistema Berlino.

VIETATO PARLARE DEL FLOP TEDESCO

(Nicola Porro - Sab, 27/04/2019 – 15:47 ilgiornale) È incredibile come si stia tenendo sotto traccia la situazione, drammatica, del settore bancario tedesco. Per anni la vigilanza europea, i grandi esperti, ci avevano raccontato che il malato sono le nostre banchette. Sono mesi invece che si cerca di trovare una soluzione, un salvataggio parliamoci chiaro, alle due reginette tedesche: Deutsche Bank e Commerzbank. Il terzo incomodo fu acquisito anni fa da Unicredit, e guarda caso oggi, almeno in Germania, è in sicurezza. Abbiamo pagato la follia della rigidità comunitaria obbligando le nostre banche a vendere alla velocità della luce i prestiti in sofferenza a cifre da saldo che giravano tra i 17 e i 20 centesimi per euro di capitale, e non ci accorgevamo che i giganti tedeschi stavano affondando.

Abbiamo preteso che non si utilizzasse il nostro privatissimo fondo interbancario per ristorare gli obbligazionisti subordinati intrappolati dal bail in e non ci rendevamo conto che Deutsche e Commerzbank, di cui una parte del capitale è in mano diretta al ministero delle Finanze tedesche, sommate insieme non valgono le quotazioni di Borsa di Intesa-Sanpaolo. Anzi ad essere più precisi le due banche tedesche insieme valgono 24 miliardi, mentre la sola Intesa ne quota 40 di miliardi. È incredibile e se ne parla troppo poco.

Una prima considerazione rende ancora più clamorosa la vicenda. La Germania che negli ultimi anni ha prosperato grazie al suo marco svalutato, e cioè l’euro, è sempre stata la locomotiva d’Europa, è sempre cresciuta a tassi superiori alla media Ue e di gran lunga maggiori rispetto all’Italia. Per essere più espliciti le banche tedesche hanno prestato soldi ad imprese che mediamente hanno sofferto la crisi meno di quelle italiane. E dunque la loro attività principale e cioè impiegare i quattrini raccolti dai risparmiatori in investimenti produttivi ha subito meno scossoni che da noi. Come sia possibile che le loro banche siano in acque così agitate, nonostante i loro investimenti tipici siano stati rivolti ad un tessuto produttivo che non ha subito la crisi è la domanda che ci si deve porre.

Una serie di risposte esiste. Forse le autorità europee invece di accanirsi sui nostri prestiti incagliati, avrebbero potuto ragionare in modo più complessivo. Tutti sanno infatti di una doppia peculiarità del mercato del credito tedesco.  La prima risiede nel fatto che ci siano una serie di superprotette banche regionali, equivalenti delle nostre banche locali, ma tutelate dai potenti politici locali. Ebbene esse sono di fatto fuori dal mercato. E spingono le due reginette, di cui sopra, ad una concorrenza piuttosto sleale. Deutsche quando combatte con la banchetta locale deve adeguarsi a condizioni non di mercato e dunque viene spiazzata. O se preferite deve trovare forme alternative di guadagno, tipicamente quelle da commissioni. Hanno spinto così fino all’inverosimile sull’investment banking, oggi in crisi, e su investimenti finanziari in derivati, la cui trasparenza è simile a quella di uno stagno nelle Everglades.

La seconda caratteristica del mercato creditizio tedesco è che banalmente il rapporto tra costi e ricavi è di molto superiore a quello italiano. Il folle sistema duale, che per qualche follia qualcuno vorrebbe introdurre in Italia, è rigidamente pensato, compreso per Deutsche e Commerz, con un importante peso della componente dei lavoratori in consiglio di sorveglianza. Quando l’economia tira, la cosa funziona. Ma quando c’è da tagliare, da ammodernare, da rivedere iniziano i guai. La fusione tra le due banche tedesche, è inutile girarci tanto intorno, in gran parte nasce dal fatto che i consigli delle due banche avrebbero dovuto votare anche il taglio di almeno trentamila lavoratori: sarebbe mai potuto passare con una governance di questo tipo?

Sia chiaro, anche in Italia si è proceduto ad una pesante ristrutturazione con le principali banche che hanno ridotto la loro forza lavoro fino ad un quarto del totale pre-crisi. Ma gli accordi sugli scivoli, cioè vai prima in pensione e ti garantisco per tot anni il 70-80% dello stipendio fino all’ottenimento dell’assegno previdenziale, ebbene questi accordi sono stati ottenuti con l’accordo del sindacato da una posizione di tipo contrattuale e non proprietaria.

La morale di questa storia è che il sistema bancario italiano, i nostri risparmiatori, hanno pagato un prezzo eccessivo per la crisi che ha investito la finanza nel post 2007, mentre quello tedesco, ritenuto a torto più solido, è stato tenuto falsamente in piedi, con la colpevole negligenza della vigilanza bancaria comunitaria così occhiuta nei nostri confronti. È stato ricapitalizzato per la bellezza di 240 miliardi di euro. E oggi ci troviamo, viene quasi da ridere a scriverlo, nell’imbarazzante situazione di trovare qualcuno che si accolli il fardello della Deutsche Bank e della Commerzbank e che ci metta dentro altro capitale per non farle saltare.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 27 aprile 2019 23:24

    Francamente non mi è chiaro il senso di questa litania e, onestamente, dal bravo Porro mi aspettavo qualcosa di meglio.

    Ci lamentiamo perché non ci sono state più operazioni come il fondo Atlante o più soldi pubblici in tali operazioni che avrebbero consentito alle banche di ottenere quotazioni migliori sulle sofferenze? Quanto ha reso Atlante, che si prefiggeva un rendimento del 6% annuo? Ha perso circa l’80% del proprio valore se non erro! E si rimpiange che non ci abbiano messo più soldi pubblici? Sicuri?!?

    Ci si lamenta che l’Europa, cattiva, impedisce al buono Stato italiano (almeno finora) di aprire i cordoni della borsa per ripianare, con i soldi di tutti, le perdite private di pochi? Come direbbe Fantozzi, com’è buono Lei (coi soldi degli altri, però).

    Si rimpiange il fatto che lo Stato non abbia potuto buttare più soldi nelle banche? E quando dico buttare intendo proprio buttare, sprecare, sperperare, dilapidare. Per capirci, quanto valevano le azioni MPS quando lo Stato, nel luglio 2017, ha ricapitalizzato? 6,5 euro? E oggi? 1,3? Lo vogliamo definire un ottimo affare? Vogliamo ricordare che a gennaio 2016, Renzi, quando le quotazioni viaggiavano intorno ai 60 euro, sì avete letto bene 60 euro contro poco più di uno oggi nonostante lo Stato ci abbia messo un pacco di miliardi per la ricapitalizzazione, disse: “a questi prezzi MPS è un affare”?!?

    Ci si rammarica per il fatto che in Italia non c’è un tessuto di banche locali controllate dalla politica? Cioè che i casi come MPS non siano la regola?

    Che dire? Svegliatemi quando l’incubo sarà finito!

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 28 aprile 2019 01:44

    Gli argomenti che nel testo di Porro sono sembrati degni d’interesse:
     L’uso del bail in preteso per l’Italia, perché il fondo interbancario è stato valutato pubblico anziché consorzio privato;
     La mancata integrazione Deutchbank Commerzbank ha la sostanziale motivazione in un taglio di 30mila posti che è praticamente impossibile realizzare sotto elezioni per il comitato di sorveglianza (i sindacati entro il C.d.A. delle banche);
     La doppia peculiarità del mercato del credito tedesco. La prima risiede nel fatto che ci siano una serie di superprotette banche regionali, equivalenti delle nostre banche locali, ma tutelate dai potenti politici locali. Ebbene esse sono di fatto fuori dal mercato. E spingono le due reginette, di cui sopra, ad una concorrenza piuttosto sleale. Deutsche quando combatte con la banchetta locale deve adeguarsi a condizioni non di mercato e dunque viene spiazzata. O se preferite deve trovare forme alternative di guadagno, tipicamente quelle da commissioni. Hanno spinto così fino all’inverosimile sull’investment banking, oggi in crisi, e su investimenti finanziari in derivati, la cui trasparenza è simile a quella di uno stagno nelle Everglades.
     Il sistema banche è stato ricapitalizzato per la bellezza di 240 miliardi di euro. E oggi ci troviamo, viene quasi da ridere a scriverlo, nell’imbarazzante situazione di trovare qualcuno che si accolli il fardello della Deutsche Bank e della Commerzbank e che ci metta dentro altro capitale per non farle saltare.

    Mi sembrano elementi su cui i partnr della Germania entro l’Europa, abbiano il diritto-dovere di discutere sul problema, nell’interese dell’Europa sia chiaro. Non certo in chiave antitedesca, come si avverte in venature dell’articolo di Porro.

    Credo siano elementi degni di riflessione: in chiave di gestione Europea.
    Senza polemica fra galline poste nel mazzo che si trova a Buxelles: i danni che vengono alle imprese europee sono responsabilità anche da inazione o sottovalutazione da parte degli stati partecipanti.

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 28 aprile 2019 18:37

    L’alternativa al bail-in è quella di metterci soldi pubblici, cioè a fronte di errori (di valutazione) privati, le perdite se le accolla la collettività. In pratica una deresponsabilizzazione degli individui che, come ben sappiamo, genera azzardo morale (tanto paga qualcun altro).

    Da che mondo è mondo le società pubbliche non hanno la necessità di rispettare le regole di mercato, perché tanto i soldi ce li mettono i poveri contribuenti che non hanno scelta. Di norma, però, la loro efficienza lascia a desiderare per cui difficilmente possono competere sul prezzo, in particolare in Germania dove il mercato è estremamente frammentato. In ogni caso sarebbe opportuno prendere come esempio gli altri quando fanno meglio, non quando fanno peggio!

    Lo Stato tedesco ha messo parecchi soldi nelle banche? E quindi? Ammesso che la cifra indicata sia corretta (non ho riferimenti in merito e probabilmente il dato si riferisce al periodo post Lehman Brothers, cioè oltre 10 anni fa, anche se i numeri che avevo io parlavano di 80 miliardi di ricapitalizzazioni che comunque non sono uno scherzo; per inciso, una banca viene ricapitalizzata dagli azionisti, se l’azionista è lo Stato allora ricapitalizza lo Stato, ma non c’è di che esserne allegri!), primo poteva permetterselo, l’Italia no perché li ha spesi (o meglio sperperati) prima (inoltre non ci sono banche pubbliche, o meglio non c’erano), secondo … ma davvero ci si lamenta del fatto che il sistema bancario non può scaricare le perdite sulla collettività?

    Di norma i sindacati tedeschi, coinvolti nella gestione non solo nelle banche, sono abbastanza lungimiranti, proprio a causa del loro coinvolgimento, e sanno che è meglio una riduzione degli organici da 30.000 unità piuttosto che un fallimento con una riduzione da 140.000 o giù di lì. Certo, se si ha la convinzione che lo Stato interverrà salvando tutti con i soldi dei contribuenti, allora la questione è diversa e finisce con l’assomigliare molto a quella tipica italiana (vogliamo parlare di Alitalia? Di Tirrenia? Di Ama? Potrei andare avanti a sfornarne per ore).

    L’Europa è un insieme di stati eterogenei che si basa su medie, come i due polli di Trilussa. Però, a fronte di lati negativi, che innegabilmente ci sono, di norma ci sono anche i lati positivi. Oggi, purtroppo, la retorica mainstream è quella secondo la quale con la Lira e le rotative della Banca d’Italia ben oliate si potrebbero risolvere tutti i problemi, nazionalizzare le banche, erogare prestiti a tutti, finanziare ogni tipo di spesa. Non è così, ma il cittadino medio, che ragiona con la pancia (e sono buono perché spesso non è nemmeno la pancia ma più in basso e dalla parte opposta) e non con la testa, preferisce credere alle favolette e illudersi che basti poco per trasformare la crisi nel paese del bengodi. Questa è la democrazia, diretta o delegata che sia non fa differenza.

    RE Q
  4. #4 scritto da socrate lusacca il 1 maggio 2019 16:54

    Intanto mi scusi per il ritardo nel rispondere: ho avuto un black out di salute per tre giorni.

    L’intento del’articolo forse non è stato compreso.
    I principi di economia iiberale ci trovano naturalmente concordi: chi investe lo fa a proprio rischio e pericolo e, ingolosito per qualche premio in interessi, poi fa flop è lui che deve rimetterci.
    Ciò stabilito, l’Italia sul bail-in i Europa ha agito malissimo, ed è questo mal fare che viene attribuito all’Italia in primis (per non aver proposto soluzioni europee), all’Europa nel seguire..

    Ciò che accade in Europa non è colpa degli altri stati ma della dabbenaggine con cui l’Italia approva le norme in Europa.
    Le criticità che oggi travagliano il sistema tedesco non sono un problema loro ma di tutta Europa e vanno risolte con equilibrio, facendo pagare chi sbaglia ma percorrendo un via di uscita per tutti: per l’Europa prima di tutti.

    Cogliere l’occasione che ci si presenta per riaggiustare metodi e comportamenti è un’occasione che va presa al volo.
    Un’occasione che deve portare soluzioni in positivo per tutti.

    Il vecchio modo di fare finanza, banche e stati deve trovare una risposta giusta, guardando avanti.

    I paesi europei più solidi devono cambiare percorso e smettere di far pagare errori e danni ai più piccoli, favorendo i più forti, come è stato fatto finora…

    buona serata

    RE Q
  5. #5 scritto da Andrea D. il 1 maggio 2019 21:49

    Caro Luigi, spero tu ora stia meglio.
    Sul bail-in non è questione di soluzioni europee. In caso di dissesto si deve decidere se i soldi li devono mettere i privati che hanno investito nella banca (azionisti, obbligazionisti junior e poi senior e, infine, correntisti oltre i 100.000 euro) o tutti i cittadini a seguito di un intervento pubblico.
    Per quanto riguarda un ipotetico fondo interbancario europeo, la questione si sposta sul profilo di rischio. Finché esistono sistemi che presentano forti squilibri la condivisione, che comporterebbe un travaso di ricchezza dai più sicuri ai meno sicuri, appare problematica. Anche lì, non è questione di europa e scelte condivise. E’ ovvio che che nessuno sia disposto ad accollarsi i costi della mala-gestione altrui. E ci mancherebbe! E’ vero che l’Italia è il paese dove la cicala è furba e la formica, poveraccia, lo prende sempre in quel posto, ma nel resto d’Europa non sono così gonzi!

    RE Q
  6. #6 scritto da socrate lusacca il 2 maggio 2019 08:43

    buona giornata,

    siamo d’accordo…
    le regole europee devono però essere valide e praticarsi per tutti i paesi he ne fanno parte, in un indirizzo che vada in tempi brevi verso l’abolizione dei bai-in.
    Non è accettabile, e indebolisce l’Europa, se si applicano due pesi e due misure..
    I fondi interbancari sono un sovraccosto spalmato sui clienti delle banche, di cui benefciano i clienti delle banche pasticcione…
    bisognerà adottare un percorso che uniforma applicazione e criteri, che sia unico, che vale per tutti.

    buona giornata

    RE Q
 
 

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