Ucraina e la democrazia del Novecento. Cosa c’è che non va?

Bella domanda. Vi sono nella storia avvenimenti che segnano una cesura, un punto di non ritorno fra un periodo, una fase storia, un’epoca, e ciò che viene dopo. È da credere che con l’elezione plebiscitaria di un personaggio nuovo, manifestamente esterno al mondo che in senso lato potremmo definire politico. Un personaggio che avrà certo qualità comunicative efficaci, che non ha un partito o movimento che lo sostenga; neppure un deputato che a lui si richiami questo punto di non ritorno sia stato raggiunto. Tre su quattro  degli ucraini andati a votare, al ballottaggio.

Volodymyr Zelensky. Persona tutta da scoprire, dalle relazioni discutibili con magnati ex URSS, ecc. ecc. Tutte queste cosette sono secondarie rispetto al fatto, che è uno solo: il sistema precedente dei partiti è fallito e i cittadini hanno scelto il “nuovo”, persona di spettacolo ma nessuna esperienza politica. L’unica qualità “l’inesperienza politica” che ha fatto la differenza con quasi il 75% di preferenze.

Cosa succederà, quanto durerà, se Mosca riaprirà i giochi con Kiev o viceversa, non cambiano a questione: Il modo del far politica del vecchio sistema ha totalmente perso una credibilità qualsiasi. Ma Zelensky non è che l’ultimo arrivato degli outsiders politici apparsi vincitori un poco dappertutto nel nostro mondo globale. senza risalire a molti nni addietro, partiamo pure da Trump negli USA, venuto dopo Macrì in Argentina, e via… fino all’Europa con la Spagna di Podemos; arriva il Regno Unito con Farage,  avanti fino ai Gilet gialli di Parigi, passando per il governo giallo-verde italiano.

Andiamo al sodo: cosa è successo, quali sono le ragioni perché partiti e movimenti centenari  abbiano lasciando il passo a queste nuove “tendenze”, tutte dal sapore  antisistema. Perché questa ripulsa, il respingimento dell’offerta politica tradizionale.  Più esattamente: perché ai partiti gli elettori non credono più, nella grande maggioranza ?

La risposta non è nei sempre più frequenti fenomeni di distacco e di corruzione (ci sono sempre stati, sono sempre stati digeriti cambiando le persone). L’argomento più forte (non sarà il solo ma è determinante) è la fine della società affluente, della crescita continua del tenore di vita delle popolazioni (entro i singoli stati).

La globalizzazione ha spostato la tendenza all’insù dell’economia nei paesi meno dotati, più arretrati, più poveri. Sistemi produttivi avanzati consentono  di realizzare impianti moderni in Etiopia, nel Laos, in Sud America, nell’Est Europa. Prodotti e beni di consumo  che contengono un costo del lavoro accettabile per i paesi in cui sono prodotti, ma non praticabile in altri.

Il sistema democratico che ha tenuto per un paio di secoli (anche con tragedie  grandissime ma tutto sommato di breve durata), nel quale il consenso è stato facile con un sostanziale scambio di favori: benessere in crescita contro delega a gestire lo stato. Questo non regge più. Popoli interi, abituati a un tran tran tutto sommato accettabile, adesso si vedono fermi. Hanno di fronte un lungo periodo di stasi (o quasi). Al futuro sereno e solare si sostituisce l’incertezza, perfino la paura del domani.

Compito del far politica adesso è diventato convincere senza erogare ritorni immediati. Ci aspettano anni di ristagno, con una prospettiva del lavoro che si riduce. I costi del welfare state che crescono e diventano incompatibili sui livelli raggiunti in passato.  Sono diventati nudi, strumenti di potere che non migliorano il benessere diffuso, ma lo riducono: da qui perdita di credibilità, la vittoria (per ora) degli uomini nuovi (che, continuando come i vecchi,  non potranno realizzare ciò che promettono).

La sfida per i  partiti oggi è di quella che fa tremare i polsi. Proporre aggiustamenti progressivi che riducono le criticità sociali e riescono a  salvaguardare i livelli ottenuti nel welfare state. Non hanno ancora maturato la diversa prospettiva d’azione; per intervenire non hanno tempo da perdere e sarebbe grave, molto grave se avessero l’obiettivo di lasciar andare tutto per poi tornare a guidare sul deserto di un default globalizzato.

Sparirebbero definitivamente, sostituiti da uomini nuovi davvero, capaci di rendere credibile una prospettiva severa, dal contenuto olicarghico o plutocratico. Un compito immane e certamente non facile come quello di ieri: la distribuzione di quote di piccolo benessere, contro voti. Lo hanno fatto per molto tempo, adesso non è più possibile.

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  1. #1 scritto da Azelio il 24 aprile 2019 09:06

    Evviva la novità

    RE Q
 
 

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