Ricchi, ceto medio e flat tax: spieghiamo di che si tratta al Governo del Cambiamento

Chissà se qualcuno avrà spiegato a Di Maio cosa s’intente per flat tax (ma senz’altro si). Si tratta di una tassa fissa sul reddito annuale prodotto. Reddito che può essere molto alto o magari nullo in un determinato  anno.  Il termine “ricchi”, invece, non è strettamente economico: definisce una situazione patrimoniale fatta di beni diversi, mobili o immobili, che può essere anche dal valore molto alto. Non necessariamente genera reddito (con flat tax ha relazione potenziale, ma anche nulla) .

Un esempio classico è un immobile destinato a luogo di culto: valore a volte perfino inestimabile, ma redditi generati pochissimi o zero addirittura. Nel termine “ricchi”, tanto apprezzato da Di Maio che lo ripete a colazione e a pranzo, comprende chi fa impresa, magari con migliaia di dipendenti e con reddito conseguente. Se tasso oltremisura questo reddito posso generare un danno non tanto all’impresa e ai suoi azionisti, provoco la riduzione della capacità di rinnovamento e investimento, cala la possibilità di crescere, competere, assumere, generare ricchezza.

La flat tax genera una minore tassazione a chi fa impresa, aumentando capacità competitiva e possibilità di sviluppo; almeno questo si propone il sistema a tassa piatta. Poi tra i ricchi possono esserci società finanziarie, immobiliari, di servizi,  di tutti i tipi. Tutte attività che in modo diretto sono sistemi organizzati per fare margini, per svilupparsi, se riescono. Se hanno maggiore reddito possono competere meglio con paesi che hanno minor costo del lavoro; possono crescere, investire, assumere, ecc.

Poi c’è il ceto medio, verso cui il vicepremier si dichiara più disponibile a considerare la riduzione della tassazione, con aumento della capacità di generare reddito o tenore di vita dignitoso (qui ottiene consenso entro categorie che pesano nella formazione del voto). Ceto medio che in tutto il mondo occidentale sta subendo una prolungata crisi di sistema, provocata, in particolare, dai big data che man mano generano applicativi che riducono il valore delle prestazioni e qualità.

Si parla delle professioni, dei piccoli artigiani e commercianti. Si tratta dei funzionari pubblici, di medici, avvocati, commercialisti, ingegneri, insegnanti e via lavorando: ceto medio. Ridurre le tasse in questo caso genera reddito a chi ne beneficia ma non necessariamente crescita di economia, lavoro, ricchezza per il paese.

Tuttavia la flat tax si propone di compensare un ridotta capacità di reddito: una scelta dal carattere più sociale che di stimolo all’economia.  Il tema è importante e delicato, ma non si risolve con la flat tax (di avvocati ce n’è troppi, come di commercialisti, ad esempio): il loro costo grava sul sistema intero come un onere. Così come nel caso di dipendenti pubblici, insegnanti, sistema della giustizia.

Tema molto complesso  quello delle condizioni del ceto medio; la tendenza vede un ridimensionarsi nel tempo.  Categorie che hanno di fronte un periodo di sovrabbondanza rispetto al lavoro della professione, che i nuovi sistemi andranno a ridurre (basti l’esempio della fattura elettronica  e al suo impatto sui commercialisti).

I termini che utilizza il politico spesso sono troppo semplici e possono diventare sbagliati. Dagli esempi è chiaro che una tassazione ridotta per le imprese che generano ricchezza e lavoro ha un impatto positivo, anche i “ricchi” che le gestiscono  ne vengono facilitati. Mettere tutte le imprese nello stesso sacco dei “ricchi”, come categoria privilegiata ingiustamente,  può generare invidia sociale, contrasti sociali. Una volta si chiamava “lotta di classe” (ma sembra un altro mondo, che ora non c’è più, … e meno male).

  1. #1 scritto da Andrea D. il 14 aprile 2019 15:43

    Francamente non è chiaro cosa il governo voglia fare, oltre che bombardare il potenziale elettorato con annunci roboanti.
    Si parla di flat tax, ma con diversi scaglioni, nuovo ossimoro o se preferite stupidaggine epocale per poveri gonzi. Va da sé che una sensibile riduzione del prelievo (abbassamento delle aliquote, che sia una o più), costa e quindi bisogna trovare i soldi. Buona parte potrebbe, volendo, provenire dal taglio delle tax expenditures, avendo ben chiaro che in tal caso non sarebbe un vero abbassamento delle tasse, ma una rimodulazione delle stesse con criteri, probabilmente, di maggior equità e, certamente, di maggior trasparenza. Solo che così facendo, a fronte di qualcuno che paga meno, ci sarà qualcun altro che paga di più (elettoralmente non un buon risultato ecco perché prevedo che alla fine NON metteranno mano alle tax-ependitures, creando un mosto mai visto).
    Ad essere duramente colpiti dalla flat-tax, ammesso che mai arrivi davvero, pura e non annacquata all’Italiana (il “mostro” di cui sopra, per intenderci), sarebbero commercialisti, consulenti e CAF vari visto che il principale pregio della flat-tx è proprio la semplificazione senza leggi stratificate e ultra-complicate che richiedono l’intervento di un professionista specializzato. Guadagni X? Paghi Y? Facile e immediato!

    Per quanto riguarda le imprese, invece, il nodo principale è quello dell’IRAP per due ordini di motivi. Il primo è il peso percentuale enorme; benché l’aliquota nominale sia relativamente modesta viene calcolata su una base imponibile completamente diversa e finisce col pesare come un macigno sulle imprese. Tanto per capirci il gettito IRAP (dati 2018) vale circa ‘l’80% del gettito IRES (che ha un’aliquota nominale del 24%)! Il secondo, e ben più grave, è che il peso medio (aliquota del 19%, cioè l’80% del 24%, per un complessivo e “allucinante” 43%) assomiglia alla storia dei due polli di Trilussa; nella realtà ci sono imprese – per lo più grandi gruppi i quali, grazie a un efficace tax planning, ruling e benefici vari – che riescono a comprimere la tassazione complessiva addirittura sotto il nominale, mentre per altre il peso arriva al 60/70% e, in alcuni casi, come certificato da uno studio su 1.000 imprese del bolognese durante gli anni della crisi, a un folle 110%! Si avete capito bene, 110%, cioè realizzo 100.000 euro di utile e pago 110.000 euro di tasse! E’ chiaro che in una situazione del genere le imprese hanno due alternative: fare del nero, con buona pace di tutti proclami anti evasione, o chiudere.
    Aggiungiamoci il fatto che gli utili, dopo essere stati falcidiati da una tassazione abnorme, quando vengono distribuiti pagano anche la tassa sulle rendite finanziarie e il quadretto è completo! Tralascio, per carità di patria, che in alcuni casi, soci lavoratori di una Srl commerciale, vengono richiesti anche i contributi pensionistici sugli utili distribuiti!!!! Insomma, utile 100, tasse 60, distribuito 40, sul quale si pagano 10 di contributi pensionistici e 8 di tassazione sulle rendite, per mettersi, finalmente in tasca, 22! Non male, eh?

    La questione, tuttavia, è che per ridurre davvero le tasse, cioè ridurre le entrate, non c’è altra strada che ridurre le spese (volendo mantenere i conti in equilibrio e non potendo fare ulteriore debito) e, finora, nessuno lo ha fatto (tagliare non genera consenso, mentre spendere, soprattutto a debito, sì!).

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 14 aprile 2019 22:57

    Parole sante… ma da quelle parti si parta dei “ricchi”…
    i perenni sfruttatori dei lavoratori disperati…
    partendo da questo concetto, aiutare le imprese on la riduzione del cuneo fiscale è un’assurdità…

    RE Q

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