Logistica globalizzata e via della seta. Stanno sbagliando in molti

La globalizzazione prosegue, a ritmi altalenanti perché il passaggio è fra i più complessi mai affrontati dall’Uomo nei suoi due milioni di anni da che calca il pianeta. Globalizzazione: inesorabile come l’acqua che scende: può solo scendere perché non si è mai vista l’acqua tornare indietro. Fra le infrastrutture globali necessarie per rendere il nostro minuscolo pianeta un tutt’uno organico, si rende necessaria una logistica adeguata agli scambi intensi che il globo integrato di sicuro porterà.

Del sistema logistico globale chi sembra essersene accorto prima di altri è la Cina.  Sarebbe molto meglio che della logistica globle si occupasse un ente generale (ONU, o qualcosa del genere). Questo però è vero anche per i programmi generalisti di PC, per il web, per 5G, per i sistemi integrati di finanza. Finora le soluzioni appropriate al mondo che sta cambiando non hanno trovato strumenti  di gestione globali..; chi è arrivato prima ha vinto tutto il piatto.

La conseguenza della disattenzione sul tema, del  mondo politico, che ancora  adesso non si è accorto di ciò che sta succedendo (o preferisce non vedere) porta ad aspetti disorganici e effetti distorti. La politica resta indietro, generando i rischi che ci troviamo davanti.

Tornando alla logistica globale, la Cina è impegnata in modo massiccio a realizzare canali logistici intercontinentali, avendo coscienza che già ora servono e saranno fonte di redditi, di lavoro, di PIL.  Scelta pericolosa? Resta il fatto che i vecchio mondo Occidentale, quello che ha finora beneficiato dal muoversi singolarmente in anticipo, rema contro e sparge  paure.

Paure interessate e di poco senso. La logistica non è cosa diversa rispetto ai 5G o Google. Ciò che sta realizzando la Cina è un sistema che occupa le aree confinanti di continenti a Est e a Sud. Progettarle in modo articolato facendo partecipare  tutti i paesi interessati sarebbe meglio, più razionale, più efficiente e economico. Tutto però finisce lì, perché il sistema logistico è per sua natura basato su centri d’interscambio.

Sono i centri d’interscambio:  i sistemi portuali che avranno in mano il pallino. Di queste destinazioni e rimandi è vitale non perdere il controllo. Un poco come  per il sistema aereo:  contano più gli hub, i mega aeroporti o le compagnie aeree? Lo stesso per i porti di destinazione di ciò che in Italia abbiamo definito “via della seta”, richiamandoci a Marco Polo.

Il ritorno in termini di intensità di traffico lo faranno le dimensioni e l’efficienza del sistema portuale e gli investimenti che si richiedono non sono banali. Il traffico navale che dalla Cina arriverà a Trieste o Genova/Savona, poi… ripartirà vuoto?  oppure avrà bisogno di caricare e fornire le destinazioni intercontinentali di merci europee (e italiane!) che là saranno richieste?

È evidente che il sistema portuale valido dovrà essere in grado di avere un retroterra logistico efficiente, veloce e modulare. Quindi tutti i discorsi sui collegamenti di terra in Europa assumono una differenza qualitativa che rende la Torino Lione una piccola stupidaggine; questione stantia sul nulla. Non è ora che a Roma come a Torino, in Val di Susa come a Milano, si cominci a trattare in termini appropriati la questione logistica intercontinentale?

Attenti poi ai moduli alternativi di traffico, che sembrano futuribili come le TAV intercontinentali (una direttrice Cina/Germania, altro che Torino Lione)  o, più tardi,  sistemi di aviotrasporto poco inquinanti e meno costosi. Tutto sta girando in fretta e ogni cosa che abbia una valenza infrastrutturale sul tema dei mercati globali deve essere seguita, assumendo decisioni tempestive e coerenti con lo sviluppo e lo sfruttamento dei vantaggi logistici del Paese.

Così come, e ancor più pesantemente, le polemiche interessate di Francia e Germania sui rapporti italiani con la Cina dimostrano la distanza strategica di questi che, agendo in questo modo  nel mondo globale, restano paesucoli locali destinati al declino se continueranno a guardare l’orticello mitteleuropeo come l’ombellico del mondo. Come gli USA, l’Europa sta cumulando ritardi su ritardi per assenza di comprensione dell’esistente, dell’oggi e dei movimenti su cui il globo sta girando.

Entro questo far beghe da cortile nel nostro vecchio continente, l’Italia resta fra i meno dotati, più abituati a riverire l’oltreoceano come è stato dalla fine della seconda guerra mondiale. Quei tempi sono finiti. Occorrono idee chiarissime e progetti di lunga lena. Soprattutto:  che finalmente il nostro paesetto ondivago alla ricerca del vantaggio momentaneo la smetta; nel rispetto degli impegni presi, diventi finalmente un paese serio e credibile (quanto ne siamo lontani!).

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