manolete riesce a scrivere seicento parole senza essere triviale (ma non è lui…)

manolete si-fa-per-dire è incapace di scrivere di suo? Sembra così. Dalla performance che ci ha inviato, che ha per bersaglio il Consigliere di BucciRinasco Caterina Romanello. Facciamola breve: ha letto un articolo su Libero, autore Fabrizio Maria Barbuto: un giovane calabrese noto per aver scritto un libro che ha per tema l’inversione dell’usuale sentire: buono è male; cattivo è bene.

Da alter  ego,del sindaco,  deve averlo colpito l’articolo apparso su Libero Venerdì  8. Probabilmente colpito dal tema che lo ha intrigato, lo manipola e ne fa uso, contro la sua “nemica” politica. D fatto, se si fa uso semplice della psicologia, sta parlando di se stesso. Rendendo pubbliche queste pulsioni, attribuite a altra persona, ne diffonde il contenuto, che dell’invidia nella sostanza fa le lodi.

Questo sindaco è davvero curioso; portatore di stranezze e reazioni inusuali. Ricordiamogli una regola semplicissima del far politica: si discute sui contenuti, suoi progetti come sulle decisioni. Le posizioni e i pareri vanno affrontati nel merito. La descrizione che ne fa lui è strampalata per qualsiasi personaggio; contraddittoria. Caterina Romanello è serena, aperta, solare (come è d’uso adesso), davvero un’altra persona. Siamo convinti che sorriderà della pedestre copiatura.

Ma l’alter ego del sindaco, davvero non si rende conto di dare, in modo preoccupante, un’immagine penosa, miseranda del nostro primo Cittadino? Gli fa fare figuracce davvero evitabili (copiando testi altrui). Noi,  finché il sindaco non prenderà le distanze dal suo si-fa-per-dire, continueremo a prenderlo sul serio. Perché questo alias manolete è un presenza seria che plana sul municipio di Buccinasco. Se ne rende conto il sindaco?

(Manolete 10 Febbraio 2019 h 11,59) “Carissima” biliosa Romanello,  la tua invidia è evidenza,d’una  venerazione segreta, per il Nostro Sindaco. Nascostamente, sei una persona piena di ammirazione nei suoi confronti.  che senta di non poter diventare felice lasciandoti andare, e allora scegli di diventare invidiosa di ciò che ammiri». e di denuncia a carico dei cattivi sentimenti altrui nei propri confronti.  Perché è così: dell’ invidia tu ti vorresti sentir vittima, e mai colpevole.

Il tuo, è uno stato d’ animo riconducibile alla frustrazione ed al senso d’ inferiorità, non c’ è dunque da stupirsi che non sei disposta a dichiararti così fallace da esserne sopraffatta. Del resto è da tempo immemore che ci viene insegnato a diffidare di questo sentimento, identificato nella sfumatura umana più distruttiva, dall’ era di Caino e Abele a quella di Dante Alighieri, il quale volle che gli invidiosi, nel suo Inferno, avessero le palpebre cucite col fil di ferro, in modo da trattenere la negatività dei loro sguardi e da punire quelle empie pupille che avevano goduto della vista del male altrui.

Molto cambierebbe se ti concedessi la possibilità di rivalutare il valore sociale dell’ invidia: essa costituisce infatti una rappresaglia della mente volta a destare, in chi ne è preda, la consapevolezza dei suoi fallimenti, potrebbe dunque fare da stimolo all’evoluzione dell’ individuo mutandosi in voglia di riscatto. (ma non è certo il tuo caso (Sic!))

Ma se al contrario non ci si affranca dall’umiliazione di cui si rende causa, ecco che questo sentimento resta fedele all’idea che tutti hanno di esso: una miseria umana che cova in segreto l’ annientamento dell’ altro attraverso le più subdole strategie di discredito; prima fra tutte, il pettegolezzo e la calunnia.

Quando non si può gareggiare lealmente con il rivale che ha già raggiunto il traguardo nella “maratona,” lo si fa inciampare anche oltre la corsa, con la speranza che, nella caduta, gli si frantumi la medaglia che porta al collo. Il tutto non più allo scopo di vincere una gara le cui sorti sono già state definite, bensì per vedergli patire sensazioni simili alle proprie, come disonore e vergogna.

L’ invidia, a conti fatti, potrebbe contribuire a far di te  una persona migliore, destando  uno spirito di emulazione che ti conduca al raggiungimento dei traguardi sopiti, o peggiore, inducendoti a porre la disfatta dell’ altro in vetta alle classifica delle tue priorità. Questo paventato stato d’ animo lo potremmo definire come un bruco condannato a rimane tale, vita natural durante, a meno che non trovi da sé il modo di riscoprire le risorse necessarie a volgersi in farfalla, sulla scia del confronto con coloro che hanno spiccato il volo prima di te.

L’ acrimoniosa Romanello, anziché biasimata, andrebbe compatita (Sic!). L’invidia la rende infatti motivo di una profonda sofferenza, strettamente legata all’ elaborazione d’un dolore fisico,(ingrossamento alle vie biliari?)non facendola di certo, vivere bene.  Dev’ essere per questo che, “l’astiosa cronica,” fa talmente tanta difficoltà a familiarizzare con i suoi sentimenti, così da evitare a monte tutte le situazioni che lo assoggetterebbero ad un confronto dal quale potrebbe uscirne perdente.

C’è poi quello da “relazione adesiva”, ovvero colei la quale, per allontanare da sé l’ influsso di un accecante livore che gli impedisce di convivere pacificamente con se stessa, cerca di sviluppare con l’ antagonista un rapporto simbiotico, attaccandosi a lui a tal punto da condividere con l’emulazione, la sua stessa esistenza, così da fare suo, per identificazione indiretta, ciò di cui l’ altro è beneficiario.

Ma Il vincente non è colui che allontana da sé l’ invidia, bensì colui che se ne serve con dignità e rispetto di se stesso. È inutile negarlo: l’ invidia rende tutti un po’ più verdi biliosi, tanto vale abbinare la nuance con qualcosa che faccia pendant, ad esempio con la speranza di volgerla da miseria in virtù. Conpermesso

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