La crisi dell’Occidente e il momento della verità: un paragone fra Italia e Francia

In questi giorni le manifestazioni che stanno avvenendo in Francia spiegano molte cose, che cercheremo di spiegare. Intanto, cosa che passa sotto traccia sui media, la motivazione di fondo delle proteste deriva dalla manovra finanziaria sul bilancio 2019. Una di queste riguarda l’incremento sui carburanti che per il settore agricolo è rilevante; il che certamente ha mobilitato gli agricoltori, ma ciò è una delle cause, neanche la più rilevante.

Se si confrontano le linee d’azione di Italia e Francia, dei due governi, si possono individuare condizioni di partenza situazioni simili, parallele. Su tutto il costo della macchina pubblica: lo Stato, la spesa pubblica, pesa troppo rispetto alle entrate e il deficit è strutturale, da decenni. La Francia ha affrontato la crisi del 2007 con un debito pubblico molto inferiore rispetto all’Italia: ha potuto sostenere l’economia facendo debito in misura maggiore dell’Italia. Questo vantaggio ormai è finito, con il debito ormai prossimo al 1005 del PIL.

Nel bilancio 2019 i due paesi hanno preso percorsi diversi: l’Italia ha deliberato spese per sostenere le criticità sociali, lo fa nonostante un debito pubblico oltre il 130%. La Francia di Macron (VEDI) ha dato un segnale di inversione alla spesa, riducendo una serie di benefici, aumentando alcune tasse, proclamando una riduzione dei dipendenti pubblici di 200mila entro il 2022. Il tutto per sostenere gl’investimenti alle imprese, per sviluppare il lavoro.

Gli effetti sociali delle due politiche si fanno sentire e le vediamo in questi giorni: in Italia chi governa aumenta il consenso e evita criticità sociali e di ordine pubblico. Viceversa per la Francia, che propone di tirare la cinghia per riassestare la macchina pubblica, cercare di andare in pareggio con i conti, aumentare PIL e lavoro, ripartire con l’economia. Facile prevedere che non verrà rieletto (a meno di sorprese).

Il segnale che viene dalla Francia non riguarda il costo del carburante (solo quello), ma la politica complessiva del governo. Il rifiuto di un periodo con alcune ristrettezze, per quanto della durata di alcuni anni, da parte di fasce della popolazione minoritarie forse, ma sufficienti a mettere in crisi la stabilità di chi governa.

Si dimostra l’impossibilità dell’attuale sistema democratico, basato sul consenso, di affrontare  le fasi prolungate di recessione. Le popolazioni dell’Occidente hanno nel sangue i decenni del secolo scorso nei quali il tenore di vita ha continuato a migliorare; viene automatico il rifiuto, la reazione contraria, che comincia a essere violenta.

Magari ciò che appare impossibilità oggi, vedendo la situazione francese, può trasformarsi in incapacità cercando una condizione nuova del condurre lo stato. Il meccanismo facile di  raccogliere consenso con erogazioni o migliorie varie, a categorie più o meno ampie della popolazione, non può più continuare, nell’Occidente. Si deve cambiare rotta e metodo: la comunicazione ma non solo, deve mutare.

Se si vuole l’adesione a politiche di riequilibrio, bisogna parlar chiaro e prospettare percorsi credibili, lo può fare una classe politica che ha l’autorevolezza adeguata, che esprime la volontà, la determinazione di risolvere le situazione nell’interesse del paese,  dell’intero paese. Oggi è davvero difficile trovare queste condizioni nelle strutture, nei governi dell’Occidente. La crisi la vediamo un po’ dappertutto.

Questo è il problema che abbiamo di fronte: come rimodulare la democrazia consentendo al sistema di poter gestire le situazioni critiche mantenendo il consenso, l’adesione convinta dei Cittadini (non del popolo “sovrano”, sinonimo di “bue”). Per essere credibili i Cittadini vanno coinvolti e trattati da Cittadini, dicendo le cose come stanno. Invece di cercare di cavarsela con slogan, bisogna tornare al Vangelo: pane al pane, vino al vino.

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