Savona deve sbottare tirando le orecchie ai suoi colleghi di governo

Paolo Savona non è quel che si dice “bamba” (si diceva, più frequentemente in Lombardia), sinonimo di stupido. Scopro adesso che la parola ha antecedenti nobili, addirittura Boccaccio: nella versione maschile: bambo, lo cita nel Decameron. Ultraottantenne di vaglia Savona, con studi rilevanti  in Italia, al MIT collaboratore di Modigliani, con specializzazione di natura monetaristica (banche centrali, come Bankitalia). Ministro dell’Industria con Ciampi.

Sui media le sottili svalutazioni  delle sue posizioni, sottotraccia ma non tanto, proprio non le merita. Ha la grande colpa di aver previsto non poco delle problematiche proprie dell’impostazione data all’Europa e poi alla moneta unica. Avere quote di ragione su sviluppi politici continentali non è faccenda che passa inosservata.

Ai vincenti, i personaggi di questa taglia sono temuti, anche dopo, anche quando il tempo trascorso ha consolidato e percorso le sue strade e il ritorno indietro non è più possibile. Infatti tutti ricordiamo ciò che è successo alla nascita del governo  attuale: una soluzione nella quale rimane ministro, ma per gli Affari Europei, di fatto secondario rispetto al Ministro dell’Economia. La lettura sintetica delle sue posizioni la troviamo bene illustrata da Wikipedia:

I temi di ricerca che predilige sono il sistema  monetario internzionale, i contratti derivati, i divari di produttività tra Centro-Nord e Mezzogiorno d’Italia. È autore e coautore di numerosi scritti sui problemi dell’economia reale, monetaria e finanziaria e sui temi metodologici. Tra le sue attività di ricerca hanno particolare rilievo quelle sui tassi dell’interesse e le loro relazioni sulle scelte di investimento, le analisi pionieristiche sulla base monetaria internazionale e l’eurodollaro, e sugli effetti macroeconomici dei contratti derivati,… Dalla metà degli anni 1990 ha avvertito sulla insostenibilità dello sviluppo del mercato dei derivati, avvertendo che le banche centrali avrebbero dovuto servire, come poi accaduto, la liquidità necessaria per impedire un collasso del sistema finanziario mondiale.

Fin dalla firma del trattato europeo del 1992  si è dichiarato contrario all’accettazione dei parametri di Maastricht sostenendoli privi di base scientifica e troppo rigidi per un’economia che richiede flessibilità; ha inoltre considerato impreparata l’Italia a entrare nell’euro esprimendo il suo dissenso in un pamphlet intitolato “L’Europa dai piedi di argilla”. Nonostante ciò, Savona sostiene che il mercato unico sia una cosa positiva per l’economia italiana e che necessiti di una moneta unica: il problema è la mancanza di uno Stato unitario dietro l’emissione della moneta. Savona propone quindi una serie di misure e di riforme atte a rendere l’Europa più unita. Contemporaneamente però, a fronte di eventi monetari improvvisi e di rottura, prepara anche un piano “B” di emergenza sul come sia possibile uscire dall’euro. La critica più forte di Savona è proprio all’Europa attuale: secondo lui “non esiste, è solo una Germania circondata da pavidi”. Una Germania che secondo il suo pensiero sta imponendo ancora una volta una volontà di potenza, non più militare, bensì finanziario/economica.

Una personalità di spicco come questa non si inchioda sulle posizioni che gli vengono attribuite; soprattutto non bada alla sedia e non sgomita. Certo non intende neppure fare da riferimento colpevole di una politica quando questa si rivela superata o addirittura critica rispetto all’evolversi  in negativo della congiuntura. Ecco allora che, evidentemente non ascoltato appieno in Consiglio dei Ministri, esterna le esigenze di correzione che si impongono (VEDI). Riportiamo la sintesi, perché coloro che hanno l’impegnativo onere di gestire il paese, ci rifletta e ne tenga conto.

“Per affrontare questa congiuntura – scrive Savona – dobbiamo discostarci dal rientro nei parametri fiscali europei concordati dai precedenti Governi per garantire, d’ accordo con le autorità europee, stabilità economica e politica; la proposta permetterebbe ragionevolmente di ritornare in un triennio sul sentiero del riaggiustamento del deficit di bilancio strutturale e della riduzione del debito pubblico sul Pil”.

“Ma un passo indispensabile di questa strategia deve essere il rilancio degli investimenti pubblici e privati. In tal modo si rafforzerebbe la fiducia dei mercati sulla solvibilità del nostro debito pubblico, già di per sé solida per l’ esistenza di un’ ingente ricchezza finanziaria nelle disponibilità degli italiani (3.500 miliardi di euro netti) e di un flusso annuo di risparmi in eccesso (circa 160 miliardi nel triennio 2019-2021) testimoniato dal saldo positivo degli scambi con l’ estero”.

“Dobbiamo ripristinare la fiducia sul futuro dell’ economia italiana, in modo specifico sui titoli di Stato attraverso crescita reale e stabilità politica. Non aiutano certo a questo fine le dichiarazioni delle autorità europee, come pure di parte di quelle interne, che continuano a manifestare perplessità sulla possibilità di stimolare la crescita e la stabilità del debito pubblico, invocando il rispetto dei parametri fiscali indipendentemente dall’ esistenza dei tre problemi indicati. Quando l’ attenzione della pubblica opinione e l’ impegno della politica si concentrerà sul rilancio degli investimenti, rimuovendo gli ostacoli esistenti, l’ intero dibattito sulla situazione dell’ Italia e la sua collocazione in Europa cambierà di segno.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 3 dicembre 2018 18:35

    E’ un gioco strano quello dell’attuale governo.

    Lanciano il sasso e poi nascondono la mano, tutti, Savona compreso.

    Per inciso Savona fa parte di quella nutrita schiera di economisti di regime che credono che lo Stato, con le sue politiche monetarie e fiscali, sia il motore della ricchezza e del benessere.
    (sostengono che, ndr) Lavorando sui tassi di interesse e sull’offerta di moneta si stimolano gli investimenti e si produce crescita, così come gli investimenti pubblici sono il volano per l’Eldorado del benessere diffuso.
    Pie illusioni e falsità patenti.

    In astratto, le teorie interventiste potrebbero forse avere una propria logica, ammesso e non concesso di riuscire a fare previsioni affidabili ma, nella pratica, non è così.
    In concreto i politici, lo sappiamo bene, fanno i loro interessi e quindi i soldi vengono investiti non dove sono più produttivi ma dove generano maggiori consensi (per non parlare, poi, della corruzione, per cui si investe dove ci sono più tangenti, tanto non sono soldi loro).

    Le politiche monetarie, poi, inducono una serie di investimenti che, in condizioni normali, non incontrerebbero preferenze di lungo periodo dei consumatori, le uniche che davvero contano, generando quindi investimenti che la gente non desidera e che verranno abbandonati alla prima occasione utile.

    Morale della favola, non si produce reale ricchezza, ma si scalcia un po’ in avanti il barattolo.
    E’ come scopare la polvere sotto il tappeto: dai oggi e dai domani alla fine sotto il tappeto si forma una montagna che ci fa inciampare e finire coi denti per terra
    (anche perché le politiche di riequilibrio sono sempre troppo blande, visto che a nessuno, ai politici in primis, piace l’idea di porre un freno alla crescita (della spesa, ndr), in particolare se la stessa è di piccola entità, per cui gli errori si sommano nel tempo e generano mostri).

    In definitiva le politiche monetarie non producono benessere reale e duraturo, ma sono prodromiche a crisi di più ampia portata.

    RE Q
 
 

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