Europa e governo italiano: dove stanno le differenze? I numeri non dicono bugie

Le idee di Bruxelles(18 paesi su 19) non collimano con quelle che sostiene il Governo del Cambiamento. In termini economici, ogni divergenza è sempre riconducibile ai numeri. La querelle sta sugli effetti della manovra, che ipotizzano due futuri diversi. Roma sostiene che il trasferimento dallo Stato ai Cittadini di 16 miliardi genera una crescita del PIL dell’1,5%.

I 18 su 19 stati dell’Europa (di cui comunque facciamo parte) sostengono l’opposto: potrebbero addirittura rallentarne la crescita. Chi ha ragione?  Per capirlo occorre stabilire come le somme destinate dallo Stato generano aumento di PIL. Ogni euro immesso dallo stato, quanto PIL produce? La  valutazione cui si affidano a Bruxelles, stabilisce che per un euro erogato dall’Italia con il programma che il governo ropone, si arriva a una crescita del PIL pari a 0,5: cinquanta centesimi. Vediamo perché.

La spesa pubblica genera un aumento degli interessi passivi, contrastando gli investimenti privati, sia delle imprese che delle famiglie. Secondo gli scenari  fanno anche ipotizzare che consumi e investimenti si riducano mangiandosi l’intero aumento della spesa pubblica. Naturalmente tutto ciò in una situazione che fa ipotizzare un rallentamento della locomotiva USA, con effetti evidenti sul ciclo globale, dopo dieci anni di continua crescita.

La situazione alternativa: l’effetto moltiplicatore di quanto sale il PIL per ogni euro di riduzione delle tasse, viene stimato in due euro se non di più. L’effetto è tanto più forte se alla riduzione delle imposte si accompagnano annunci credibili di riduzioni graduali della spesa pubblica con lo scopo di mantenere il deficit sotto controllo.

I numeri insomma non fanno tanto una questione di deficit 2018, ma guardano soprattutto alla politica complessiva che il bilancio triennale prefigura. Premiare investimenti, impresa, assunzioni e lavoro, renderebbe il famigerato 2,4% di secondaria importanza se le risorse fossero rese disponibili nel far sviluppare la competitività del paese.

Qualche segnale in tal senso crediamo stia venendo dall’Europa. Certo, dobbiamo capire che i temi elettorali del Governo del Cambiamento , con annesso Contratto di Governo, vedono come priorità le spese (soldi a chi non ha lavoro, il cosiddetto Reddito di Cittadinanza; la semi liquidazione della legge Fornero sulle pensioni e altre).

Una soluzione si deve poter recepire spostando di un paio d’anni queste “priorità”. Non di agevole accoglimento, è comprensibile, ma se questa è la strada per trovare una quadra, sarebbe atto di responsabilità  propria di chi ha responsabilità di governo. Le erogazioni elettorali arriverebbero in una condizione migliorata se il rapporto PIL deficit vedrà realizzati gli obiettivi.

Fra pochi giorni siamo a limite per una risposta da dare ai nostri confratelli dell’Europa. Questa riflessione è una micro-goccia nel mare di dichiarazioni e prese di posizione di tutti i paesi dell’UE. Convinti che abbiamo un percorso comune infinito in Europa, da condurre insieme. Passando anche attraverso divergenze di vedute o contrasti, ma avendo ben chiaro il bene rappresentato dall’area del continente Europa, cui restiamo legati in modo indissolubile.

NB: la presente riflessione trae spunto dall’editoriale de ilcorrieredellasera del 12 Novembre a firma Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (economisti di formazione USA: MIT e Harvard ove oggi insegnano, oltre a Bocconi) di matrice liberista, fra i più apprezzati a livello non solo nazionale. Il titolo dell’editoriale è proprio: I NUMERI NON DICONO BUGIE.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 14 novembre 2018 00:55

    Purtroppo è così e c’è ben poco da aggiungere.
    Queste mance elettorali servono ad accalappiare voti in vista delle europee, ma non genereranno crescita stabile.

    Non lo hanno mai fatto in passato o in altri paesi e non lo faranno ora in Italia.
    Se fosse vero che deficit di spese correnti generano crescite vigorose, la Grecia, che faceva deficit al 10%, sarebbe il paradiso in terra e non un paese sull’orlo del fallimento.

    Stucchevole, poi, la retorica secondo la quale le ricette del passato hanno fallito e occorre cambiare.
    Non si sta cambiando NULLA.

    Non c’è differenza tra i 10 miliardi degli 80 euro di Renzi e quelli del cosiddetto reddito di cittadinanza. Stessa linea, stessi risultati.

    Altro che governo del cambiamento, questi sono la riedizione del peggio della politica degli ultimi 50 anni.

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 14 novembre 2018 10:17

    Riguardo alla “politica” di questo Governo del Cambiamento, si sta delineando un percorso statalista da PCI degli anni cinquanta.
    Bastonare le imprese interinali (con le regole introdotto si profila un calo nell’ordine del 40% e forse più)
    per favorire (agevolandole) forme destrutturale come partite IVA e coop più o meno fasulle…

    In pratica questo governo sembra favorire il sottolavoro precario (semi-schiavista) che tanta fortuna ha ancora oggi soprattutto al sud.
    Con la benevola indifferenza degli ispettorati e dei sindacati locali…

    In questo modo si genera un fare impresa sul sottocosto del personale; attività che reggono in modo distorto
    Altro che dignità!
    Così cresce una forma di fare impresa basata sullo sfruttamento (questo sì sfruttamento)

    ….. un dramma si sta profilando… se non si cambia musica presto

    RE Q
 
 

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