Servizi pubblici locali: la rivoluzione in Italia comincia da Roma?

Teoricamente già la legge 142 del 1990 aprì il settore, sia pure timidamente, a dinamiche concorrenziali, sotto la spinta dell’influsso comunitario. La riforma del Testo Unico sugli Enti Locali (l. 448/2001) si spinse oltre, definendo come “prioritario” l’obiettivo dell’apertura al mercato nei servizi pubblici locali. E così via, di riforma in riforma, senza tuttavia riuscire a intaccare la sostanza: oggi come trent’anni fa, nei servizi pubblici locali le società a partecipazione pubblica rappresentano la stragrande maggioranza degli operatori attivi sul mercato.

Le aziende comunali, provinciali o regionali in Italia sono nella quasi totalità a controllo pubblico (fanno capo ai comuni; alcune sono tanto grandi da essere quotate in Borsa, mantenendo il controllo pubblico sostanziale). L’Europa, la vituperata Europa, sono ormai trent’anni che ha sviluppato indirizzi “di mercato” sul presupposto che la condizione di concorrenza porta a ridurre sovracosti e sprechi. Nei servizi pubblici si voleva portare a migliori servizi con costi minori per i Cittadini.

Quanto riportato all’inizio è uno studio di IBL (Istituto Bruno Leoni) (VEDI) in una relazione di 12 pagine (07 02 2018). Precisa, analitica, quanto severa sulle modalità con cui la nostra politica di ieri (confermata ancora oggi) non abbia mollato l’osso della gestione dei servizi pubblici (trasporti, energia, rifiuti, acqua, ecc.). In trent’anni ha inventato le società “in house” (cioè le aziende “di casa”, trasformando le municipalizzate in società formalmente private, dal controllo però pubblico. Un cambio di facciata lasciando le cose come prima.

IBL a Febbraio nel suo scritto propone un meccanismo che obblighi l’ente (il comune) ha prendere atto di offerte che vengano dal mercato prima di giustificare scelte “in casa”, perché si aprano ipotesi di gestione in termini di mercato. Una proposta non rivoluzionaria, diremmo prudente, che riguarda un mercato che la politica ha blindato e non intende mollare. Naturale che anche la proposta della sola ipotesi di un attore non pubblico genera contrarietà nei politici di ieri e di oggi.

Adesso si sta aprendo un’ipotesi a Roma che riguarda l’ATAC (l’equivalente dell’ATM a Milano). Cittadini hanno proposto un referendum perché la gestione ATAC possa essere affidata a imprese private. Su questa proposta, sviluppata dal Partito Radicale, sono contrari quasi tutti oltre naturalmente ai sindacati. Favorevoli, oltre ai radicali, parte del PD (probabilmente motivato da ragioni di schieramento che vedrebbero in crisi M5S, schierato sul no).

Non succederà, anche se vincesse il SI, è da presumere. Anche perché l’esito positivo del referendum non obbliga il sindaco a privatizzare. Che sia la Raggi o l’eventuale successore, sarà molto difficile che il partito che sta al Campidoglio si privi di 12mila dipendenti ATAC, che con le sue decisioni può manovrarne il consenso. Dipendenti che, ad esempio, continueranno con un assenteismo stabile del 12% (ogni giorno 1.600 assenti!).

Tuttavia un segnale di volontà referendaria che ponga il problema non potrà essere del tutto sotterrato. Al primo referendum ne seguiranno altri in tutta Italia e da qualche parte si comincerà: inizierà una competizione fra municipalizzate e aziende di mercato. Inizierà con i trasporti pubblici per poi allargarsi negli altri comparti: una possibile rivoluzione dei Cittadini. Cittadini che davvero il cambiamento lo vorranno (mentre gli attuali nuovi governanti sembrano più che tiepidi su questo tema).

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