Statalismo e sindacalismo pubblico: le basi che orientano Di Maio fanno male al Paese

Vice premier e maggior esponente del gruppo politico più rappresentato in parlamento Luigi Di Maio, si esercita in duetti con il suo pari carica Matteo Salvini, in una serie quotidiana di dichiarazioni che dovrebbero chiamarsi “politiche”, che tali non sono. Sono messaggi di natura elettorale volte a consolidare, irrobustire il consenso.

Riprendendo e facendo il conto delle dichiarazioni effettuate da entrambi, o solo da Di Maio, sarebbe un florilegio di dichiarazioni superate, fuori luogo, sbagliate, perfino ridicole. La comunicazione oggi si mangia tutto in poche ore e continuamente, a ondate-cavalloni, continua e rinnova. Non c’è più il tempo per rileggere e rimeditare.

Il che fa il gioco dei comunicatori di cui si sta parlando. La cavolata detta ieri quanto rimane fra le notizie? Ancora poche ore, tanto più che arriva pronta la dichiarazione sostitutiva su un nuovo argomento: sopra le righe, per colpire l’immagine. Avanti così, fino a oggi e così si continuerà: impossibile che oramai cambino regia, e tornino sui loro passi. Il percorso avrà la sua stazione d’arrivo dall’Europa: il capolinea del problema Italia. Vogliamo però parlare di un altro tema, un di cui che sottostà: lavoro e sindacati.

Luigi Di Maio è ministro del Lavoro e tratta gli argomenti (le azioni possibili) sulle aziende in crisi. I lettori che ricorderanno le posizioni ILVA, con l’ipotesi dichiarata di finirla con la siderurgia e fare altro, qualcosa di ecologico e avveniristico, mandando  mare la trattativa già firmata con i franco-indiani della Mittal. Non è finita così, ma ciò che rileva per la nostra valutazione, è il contenuto dell’ipotesi.

Chiudere l’ILVA avrebbe comportato una cassa integrazione straordinaria di cinque anni a stipendio pieno, per 20mila dipendenti; idea cullata negli ambienti sindacali e in fette rilevanti degli occupati tarantini. L’uso strumentale di welfare statalistico pescando nelle casse pubbliche già vuote. Un tentativo che non ha retto, perché esageratamente anticipatore e di pesanti effetti sociali e pratici.

Un altro esempio di sindacalismo dalle origini pubbliche lo abbiamo dall’assunzione prevista di 40mila dipendenti pubblici nei Centri per l’Impiego (CPI). Erano 83mila nel 1998, poi gradualmente trasferiti e non rinnovati, ridotti oggi a 8mila, senza nessun effetto negativo nel lavoro, perché questi uffici non hanno mai intermediato fra domanda e offerta. Riportare indietro l’orologio, sarebbe un disastro.

Un costo annuo di due miliardi destinati a stipendi inutili. Non è ancora legge il decreto “dignità” e subirà cambiamenti prima di diventare legge, ma anche qui rileva la proposta, il contenuto. Tecnicamente è semplicemente impossibile ricreare il CPI rendendolo efficiente mettendoci 40mila dipendenti nell’ambiente vecchio. Bisogna entrare e fare una rivoluzione: un turn over con nuovi dirigenti e progetti; almeno un paio d’anni per ripartire avendo cambiato passo (ciò che fece Passera con le vecchie poste).

Adesso viene la dichiarazione su Alitalia: una mega concentrazione su un progetto fantasioso che non ha eguali nel mondo globalizzato. Fondere ferrovie e Alitalia, metterci soldi e farla ripartire. Salvaguardando l’occupazione, magari accrescendola, “in accordo coi sindacati”. Tenendo un 15% di partecipazione pubblica (a garanzia dei dipendenti?). Staremo a vedere oltre le parole (per altro in questi termini già più volte dette in passato) .

Alitalia è la certificazione dei risultati disastrosi di una conduzione mista sindacati-politica romana. Alitalia: esemplare dissesto di un’azienda gestita malissimo, abortita. E’ costata un patrimonio, ha erogato condizioni spesso fuori mercato per il personale Alitalia, viaggiante e di terra. Un accordo che riguardi Alitalia deve compiersi lasciando fuori i responsabili del disastro, lasciando mano libera sul personale e la sua organizzazione a chi interverrà per un progetto di rilancio. Riproporlo è un’assurdità.

Conteranno i risultati del dopo Alitalia, il lavoro si consoliderà grazie allo sviluppo. Riguarderà anche la vecchia guardia ma nel contesto nuovo di chi subentrerà mettendoci del suo e rischiando. Poi si farà o non si farà; di queste dichiarazioni, proclami che  non valgono nulla o quasi, non ne vogliamo più. Abbiamo capito lo “spirito pubblico” di Di Maio: come impiegare le risorse per aumentare o garantire occupazione, distribuire denaro per raccogliere consenso, senza curarsi dei ritorni in efficienza. Non ci piace; concludiamo che, il meglio per il Paese (ma anche per M5S) è che se ne vada da quel ruolo e quel posto.

I Commenti sono chiusi.


SetPageWidth