Ancora Europa: quanti problemi. Dove è possibile andare?

Viste le premesse storiche e del periodo in cui stiamo vivendo, che rendono non solo utile ma che ci obbligano a costruire una realtà comune continentale “Europa”, entro la quale preservare i valori originari di ogni stato precedente ma soprattutto in questa fase consentire al continente di esprimere verso il mondo globalizzato l’enorme potenziale apporto che porti a una Terra dalle minori disparità con il massimo dei vantaggi possibili per tutti.

Ci sembra giusto mettere a fuoco gli elementi che oggi l’Europa ancora non esprime o peggio, sembra restia a intraprendere. L’Europa è un’enorme costruzione tuttora non compiuta, un progetto molto grande che diversi degli stati aderenti preferiscono oggi in sosta. La crisi che viene dalla globalizzazione, che riguarda tutto l’Occidente genera incertezze e riduce le disponibilità a cambiamenti che possano tornare di danno al proprio stato. Insomma si tirano i remi in barca.

In parole povere l’Europa è a metà del guado, con spinte che, influenzate dalle criticità dei mercati finanziati, non ultimo il trend d’inversione che registra il PIL mondiale per la politica di Trump. Difesa del mercato USA significa riduzione degli scambi, del PIL nei paesi in sviluppo, il fiato sospeso sugli effetti che avrà sulla Cina. Dove andrà a finire questo revival dei mercati a scompartimenti che frenano gli scambi globali, è presto per dirlo. Non dovrebbe durare a lungo.

L’Europa degli stati agisce in ordine sparso, incapace di una politica integrata del proprio mercato (inteso come complessivo) . Le segreterie nazionali stanno con la mano sulle maniglie, pronte a serrare se vi sono avvisaglie di calo. Non vi sono aspettative di passi avanti, tranne CETA, l’accordo di libero scambio EU-Canada, che nel primo semestre provvisorio ha visto per l’Italia risultati consistenti di maggiore export tutto su prodotti a maggior valore aggiunto.

Dato contro corrente rispetto alle aspettative: l’apertura dei mercati obbliga gli operatori ei diversi comparti  ad adeguarsi a un mercato che si ingrandisce. Il Canada certamente esporterà grano a valori competitivi per le qualità standard. L’Italia troverà un mercato nuovo che assorbe produzioni di pregio, come il grando duro. Ma l’Europa fatta di stati è ricca di gruppi locali che difendono la loro nicchia protetta da dazi e altri vincoli. Non vogliono cambiare, non vogliono raccogliere la sfida.

L’Europa è un continente che non ha oggi un suo sistema satellitare per geoposizioni e reti. È priva di un sistema continentale sulla logistica; schiava di Amazon, come schiava di Google, Facebook, ecc. Siamo già nettamente superati dalla Cina che questi sistemi continentali ha già realizzato. Ciascun paese lavora per difendere le proprie aziende contro le altre, per un primato continenatale fra molti. L’Europa d’oggi è condannata a rimanere nano; area dalla moneta più sicura del mondo, che non sviluppa il suo futuro.

L’Europa d’oggi ha un governo eletto da 28 partiti nazionali; non esiste un partito dal respiro europeo; i 28 partiti poi si aggregano a Bruxelles continuando a fare melina su scambi di favori reciproci. Non esiste una politica europea, ma degli stati, ciascuno dei quali fa proprie aggregazioni ap roprio favore e danno a chi ne è fuori. Un’Europa così può andare avanti ancora così? Anzi può restare ferma, inchiodata a questa aggregazione incompleta composta da interessi contrapposti?

Chiaramente non si può e le elezioni prossime sono la certificazione che non si prospettano cambiamenti. Manca un respiro europeo autentico, che guarda a tutti con l’obiettivo di arrivare a un gruppo coeso che si muove compatto, salvaguardando le rispettive specificità, con un progetto Europa che abbia il respiro globale che richiede la Terra, ancora troppo differenziata, su cui investire e tornare protagonisti  dell’Umanità come lo siamo stati negli utimi trecento anni.

Con un’Europa così come dobbiamo agire? Quale il compito degli italiani, degli europei? Progettare l’Europa partendo dall’esistente e dai suoi limiti per superarli, recuperare e divenire protagonista fra gli altri, per costruire il mondo nuovo. Non per tornare indietro, cosa che ci farebbe male e lo sarebbe per tutti. C’è molto da fare, per noi e per tutti. Una sfida epocale, affascinante: potremmo chiamarla la nuova frontiera d’Europa.

  1. #1 scritto da Andrea D. il 27 settembre 2018 14:39

    Le politiche protezionistiche di Trump avranno quasi certamente effetti recessivi,
    aumentando i costi e riducendo gli scambi Una soluzione non ottimale che, però, ha il pregio di mettere il dito nella piaga.

    La Cina NON è una democrazia piena e, a mio avviso, non avrebbe mai dovuto entrare nel WTO!

    Fu un errore ammetterla e sarebbe un errore ancora più grande continuare a ignorare il problema.

    L’Europa è e resterà un insieme di stati nazionali ed è normale e comprensibile che ognuno cerchi di portare acqua al suo mulino.

    La soluzione, come sempre, è quella del meno stato e più mercato, non quella di improbabili partiti europei
    che altro non sarebbero se non organizzazioni di rent seekers trasversali anziché nazionali.

    RE Q
 
 

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