Europa del terzo millennio: facciamo un poco di storia

Oggi l’Europa va nel mondo globalizzato come la culla dell’industrializzazione, l’Eden dove è nata la Scienza modernamente intesa, la chimica, la meccanica, lo sfruttamento sistematico delle miniere, la ferrovia, il telaio meccanico, la produzione industrialedi serie  con l’abbattimento dei costi, l’incremento fino ad allora impensabile di prodotti e macchine, l’istruzione sistematica richiesta dalla industrializzazione, la democrazia.

Tutto vero, sostanzialmente reale e ben poco contestabile. L’Europa è l’Eden del secolo scorso (e del precedente). L’Europa però è, è stata anche altro: l’inferno sulla Terra.  Di cui l’uomo è stato capace come mai prima.  55  milioni di morti fra civili e militari nella seconda guerra mondiale, cui sono da aggiungere altri 17 milioni nella prima guerra.

Sono morti dovuti all’Europa: è l’Europa dove sono generate la prima e la seconda guerra mondiale. Tutto da attribuire a interessi confliggenti su terreni e miniere europee, oltre che sulle colonie;  la loro spartizione. Sono nate in Europa le scintille delle guerre, paesi europei, esclusivamente europei. Ecco, noi europei dobbiamo essere coscienti di questo enorme debito contratto nei confronti dell’Umanità. Quel mondo globalizzato che ci sembra oggi un cortile.  Perché i popoli più avanzati del mondo si sono resi responsabili di queste tragedie?

Si deve conoscere, per capire, ma soprattutto per vedere se vi sono compiti che a noi europei oggi sono assegnabili al fine di garantire comportamenti che non portino fatalmente al ripetersi di un’ennesima guerra che trovi la sua miccia in Europa. Abbiamo il compito di agire in modo che queste condizioni non si ripetano. Un compito morale ma anche sostanziale dovuto ai milioni di morti di cui tutti siamo responsabili (chi più, chi meno, ma tutti siamo coinvolti).

L’origine: l’Europa è l’area in cui si sono per primi affermati gli stati nazionali moderni, i nazionalismi che hanno posto lo Stato su un piedestallo superiore a tutto. Forza della competizione, lo Stato. Politica e economica, che si regge su strutture governative e militari assolute, tali da poter imporre gli indirizzi politici in sede anche di rapporti fra Stati. L’Europa è composta da diversi Stati “forti” e radicati, nati nel Seicento o in seguito.

Già dopo la Grande Guerra finita nel 1918 il presidente Wilson si è battuto per un’Europa meno fatta di Stati, più di Stati confederati. Con scarsi risultati per l’opposizione della Francia ma anche di Gran Bretagna e altri.

Venne fondata la Società delle Nazioni come strumento di mediazione internazionale (che ebbe un esito modesto). Le pesanti sanzioni alla Germania, insieme alla privazione di Alsazia, Lorena e smilitarizzazione della Renania. Una pace fatta  fra gli Stati, con intenti punitivi, che non funzionò.

La fine della seconda querra finalmente vide un internto internazionale più deciso. Nel 1949 la NATO (con quasi tutti gli stati europei, tranne la Germania, entrata in seguito): struttura militare europea a controllo USA. Segui nel 1951 la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), primo nucleo di un mercato comune, che faorì non poco l’Italia del boom economico. Seguì nel 1957 la CEE (Comunità Economica Europea), ancora dalla base economica ma dalla più larga e decisa integrazione fra i mercati.

Un passo decisivo è avvenuto nel 2002 con l’istituzione dell’Unione  Europea. Fermiamoci qui, perché molto altro sarebbe da aggiugervi. Il processo di unificazione è stato lungo, durato oltre mezzo secolo, sorretto da un trattato di Lisbona che si propone quattro pilastri che sempre più normalizziano e integrino l’Europa.

Un percorso ancora incompiuto, certo. Un percorso incerto tuttora da perseguire; che richiede uno sforzo di tutti perché si arrivi a un punto di equlibrio condiviso. L’Europa può e deve farsi con la volontà condivisa di tutti o comunque a larghissima maggioranza. Processo che vede intoppi e perfino passi indietro (si sperano provvisori).

L’Europa deve essere cosciente che per quanto difficili i punti di contatto comune, non si può rimandare all’infinito la loro attuazione, lo sforzo deve proseguire con l’impegno e la collaborazione attiva dei paesi membri. Deve proseguire: abbiamo un debito verso l’Umanità intera che dobbiamo ancora saldare. Le spinte a chiudersi entro il singolo Stato (ciascuno a casa propria), oltre a essere antistoriche riportano indietro l’orologio della storia.

Storia che bisogna tener presente, non dimenticare. La nostra storia è fatta di grandi, enormi successi, mischiati a epocali tragedie. Un popolo che dal passato rifugge, che non trae lezioni nel dover scegliere il percorso da compiere, è destinato a essere emarginato dalla Storia: non ha futuro.

Pensiamo adesso sulle pretese confliggenti fra Francia e Italia che riguardano l’assetto della Libia. Cosa potrà mai succedere se domani l’Europa tornasse ad essere un gruppo di Stati autonomi che hanno in comune solo qualche limitato accordo commerciale e normativo? Un esempio; ma più l’Europa si allontana dalla integrazionee, maggiori sono i rischi. Oltre a trovarci con un continente meno competitivo, nel quale tutti hanno da perdere sul piano economico e dello sviluppo, più soli; costi maggiori; minore competitività. Davvero vogliamo questo futuro per l’Europa?

  1. #1 scritto da Flavio Lanati il 19 settembre 2018 21:03

    Dal mio punto di vista, l’articolo è perfettamente condivisibile.
    Aggiungerei, solamente, che, mentre l’Europa balbetta in modo disunito e bambinesco sul come risolvere il problema dei migranti,
    la Cina ci sta soppiantando in Africa.

    La Cina sta costruendo strade, ferrovie, aeroporti nei Paesi ricchissimi di materie prime, che vengono messe a disposizione delle industrie cinesi.

    I cinesi stanno costruendo città fantasma che verranno abitate dai cittadini del dragone.

    Ad oggi lavorano in Africa 700.000 cinesi! Chiudo, ma ci sarebbe moltissimo da dire.

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 20 settembre 2018 00:59

    Ben trovato Flavio,

    Pensa un po’ quanto lavoro ci sarebbe in Africa per l’attuale generazione,
    Investimenti che sarebbero sicuri perché basati su un baratto di materie prime essenziali di almeno pari valore.
    PIL in crescita in Africa ma anche in Europa..

    L’Europa però è, come si diceva duecento anni fa: “un’espressione geografica” …
    un nano politico, composto di tanti nazionalismi miopi,
    che la condannano alla vuota forza politica, nonostante raggruppi la prima area mondiale per PIL…

    Vedremo cosa succederà fra otto mesi…. che tipo di Europa verrà fuor

    buona serata

    RE Q
 
 

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