Mercato, economia, lavoro e globalizzazione: qualche considerazione

M5S quale componente del Governo del Cambiamento, si sta distinguendo come una  riproposizione, adattata,  di princìpi socialisteggianti del secolo scorso. Lo stile è proprio dei tempi iniziali del secondo Ottocento: l’impresa (il padrone) che sfrutta, che fa le sue fortune sulla miseria di un lavoro senza diritti. Allora il movimento socialista ha avuto una funzione rilevante nello sviluppo delle relazioni sindacali, crescita del lavoro e delle imprese, riscatto degli umili con il suffragio universale, ecc.

Vedere con simpatia questi moti e idee è comprensibile; uniformare ai tempi nuovi questo modo di impostare e fare politica nel terzo millennio può anche andare. Non in modo piatto, però. Soprattutto aggiornando i presupposti, partendo dall’oggi  in cui ci si trova.  Siamo nel terzo millennio, con un mondo mai così sviluppato e in movimento, con crescita complessiva che richiede ogni tanto aggiustamenti.

L’ottica con cui sono da esaminare le normative sui mercati, deve necessariamente essere internazionale. Avendo cura di metterci mano con  misura e cautela: l’errore che reca danni all’economia di un paese è dietro l’angolo. La scelta su cui si  sta parlando in questi giorni riguarda l’apertura degli esercizi commerciali nelle domeniche e festivi, di cui viene proposta l’abolizione (o riduzione drastica).

Lavorare la Domenica, si motiva, interviene sulla vita familiare riducendo i momenti comuni (per le persone impegnate nel settore commerciale). Certo, la proposta è socialisteggiante e populista: come si fa a non convenire che, lavorando la Domenica, i giorni festivi con i familiari si riducono. Ma quali sono le ricadute, le conseguenze? quanto costa al paese? Nessuno se lo domanda dalle parti del Governo del Cambiamento?

Sono giovani questi nuovi reggitori: possono non sapere dei carusi siciliani di dieci anni, a estrarre nudi nelle zolfatare per dieci e più ore al giorno (fino agli anni cinquanta). Neppure bergamaschi, comaschi, lecchesi pavesi e altri da ogni dove, a prendere il treno alle 4.30 ogni mattina per essere a Milano Greco per il turno delle 6 (alla Pirelli o alla Breda), sostituendo chi aveva fatto la notte, ecc. Il lavoro, allora come adesso,  c’è dove si trova, mica lo si stabilisce per legge.

SI REGOLA L’IMPIEGO, NELLE ORE, TURNI E CAMBI, NON SI VIETA IL LAVORO!

Un conto è modulare orari e riposi nella normativa del lavoro; stabilire dei limiti, obbligare a turnazioni. Le aziende si attrezzano e risolvono. Vi saranno un poco di lavori full time in meno, contro una crescita di contratti a termine. Non va bene? La botte piena e la moglie ubriaca non si può avere; occorrono scelte,  senza esaltare le occupazioni indeterminate sicure fino alla pensione, che saranno comunque destinate a ridursi.

Intanto qualche dato: la Domenica è il giorno della settimana secondo in termini di vendite. Una bella perdita per tutti gli esercizi. A parte il personale, tutti gli altri costi fissi della struttura, a cominciare dall’affitto locali, oltre al resto compreso, devono essere spalmati sui giorni di apertura. Per stare in piedi il negozio deve risparmiare o guadagnare di più. Un settimo dei costi totali significa il 14% totale, il 2,4% in più di costi giornalieri.

Poi: il personale che non lavora la Domenica starà a casa… non si vorrà obbligare l ‘azienda a tenersi i dipendenti che non lavorano, è da sperare (facciamo 20mila posti di lavoro in meno?). Di questi tempi?   Ancora: l’Italia è un paese poco ordinato e affidabile. Lo si vede anche dalla paura del domani: la propensione la risparmio, notevolissima,  seconda nel mondo solo al Giappone. I depositi liquidi nelle banche si valutano quasi il doppio del debito pubblico (4.200 miliardi).

Aumentare le possibilità di consumo/spesa durante il fine settimana genera un incremento delle vendite/acquisti. In buona sostanza cresce il PIL, e tutti sappiamo quanto ne abbiamo bisogno. Ovvio che se chiudiamo, questa crescita la perdiamo e il rapporto con la spesa pubblica, e di conseguenza lo spread, peggiora. Per finire c’è l’e-commerce, che cresce impetuosamente: dargli occasioni ulteriori aggrava le criticità del settore. Se ne rendono conto i nuovi governanti quando escono con dichiarazioni di questo genere?

Gli effetti che recano, le incertezze sull’Italia, gli investimenti nel paese, poi si tramutano in calo delle aspettative, il “sentiment”.  Quindi c’è chi disinveste in bond italiani, le quotazioni calano, le banche (che hanno in pancia miliardi di nostri bond) devono ridurre il capitale a garanzia per le operazioni  di impiego, e via di questo passo.

Affermazioni del genere aiutano a raccogliere pezzetti di consenso, difendono i voti. Ma hanno conseguenze serie per il paese, molto serie. Ora chiediamo ai neofiti della politica nazionale: è più importante aver cura di accrescere il proprio consenso o prendere decisioni avendo presente il benessere, la gestione del paese? D’accordo: “nessuno nasce imparato” dicono i romani, con una locuzione che ormai è diventata italiana (potevano tenersela).

Quando si ricoprono incarichi di così alta responsabilità, prima di aprire bocca si dovrebbe ascoltare e riflettere. Tanto più in una fase come questa nella quale buttare fiato con poco costrutto capita sempre di più anche in altri paesi,  anche più importanti dell’Italia. I mercati vibrano, le corde sono tese come violini e le reattività immediate; come si dice nel gergo finanziario, i mercati sono volatili. Se ne tenga conto, perché poi a pagare, oltre al Paese,  sono sempre i più deboli.

  1. #1 scritto da Andrea D. il 11 settembre 2018 14:51

    L’unico cambiamento che questo governo sembra incarnare è quello dalla padella alla brace e ogni giorno si hanno nuove conferme.
    Quella delle chiusure domenicali è l’ennesima.

    Ma perché, poliziotti, medici, infermieri, pompieri etc etc che da sempre lavorano anche i festivi o le notti sono tutti divorziati e con i figli tossici?

    Dovremmo forse impedire alle aziende di fare i turni per non fare concorrenza sleale alle piccole imprese o agli artigiani?
    O come sostiene il loro “filosofo” Fusaro, chiudere indiscriminatamente le frontiere
    (qualche spunto di riflessione qui andrebbe fatto, ma su basi diverse per mancanza di reciprocità)
    col protezionismo per favorire le imprese locali e il lavoro?

    Ma con quali conseguenze per il paniere di beni desiderato dai consumatori?

    Meno scelta e prezzi più alti (senza alternative se non per qualche ricco fortunato), tutto qui!

    L’attenuazione della competizione e il sussidio per via statale non farebbero che peggiorare la qualità nel lungo periodo e scaricare le inefficienze sui consumatori: alla fine degli anni ’80 il tedesco dell’Ovest viaggiava in Mercedes o in Volkswagen, quello dell’Est, quelli fortunati, in Trabi!

    Aprite gli occhi e connettete i neuroni se potete!

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 11 settembre 2018 15:01

    Stanno facendo fatica a entrare nella gestione economica reale.
    Vivono gli slogan elettorali come priorità da realizzare,
    ne sono così convinti che quasi ogni giorno ne esce una nuova.

    Preoccupano i mercati le incertezze sugli investimenti in corso,
    su cui la volontà di stop o cambiamento sembra prevalere…

    Poi alla fine prevale il buon senso, almeno per alcune proposte,
    ma le incertezze e i tempi che si allungano per il paese sono un costo severo…

    Speriamo bene

    buona giornata

    RE Q
 
 

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