Governo del Cambiamento e globalizzazione

I cambiamenti  di natura, diciamo così ideologica, nel Governo del Cambiamento sembrano secondari rispetto alle urgenze elettorali del momento. Non se ne parla, mentre si affrontano le questioni più o meno contingenti. Uno degli elementi fra questi è la globalizzazione. Il processo divenuto impetuoso negli ultimi trent’anni, ha portato:

velocità delle comunicazioni e della circolazione di informazioni, l’opportunità di crescita economica per nazioni a lungo rimaste ai margini dello sviluppo economico mondiale, la riduzione dei costi per l’utente finale grazie all’incremento della concorrenza su scala planetaria

E’ evidente che in questo complesso movimento vi è chi beneficia di più, chi meno, chi magari si trova a dover affrontare crisi di cambiamento. Gli accordi commerciali continentali abbattono freni e costi alle merci, incentivano produzioni prima locali, mettono in crisi settori e mercati non più competitivi.

Si può capire che entro un paese, i mercati prima protetti, si trovino al vento, con la necessità di orientarsi. I singoli paesi avranno categorie che devono affrontare problemi. Così comodo andare avanti col  proprio mercato chiuso o protetto… fare le stesse cose senza concorrenza o molto atteuata. Tutto avanti così per anni, tutto regolare, quasi una rendita.

I singoli stati queste situazioni le devono prevedere, per graduarle, per progettare i necessari cambiamenti, per trasformare una possibile crisi  in un’opportunità di crescita, cambiando l’offerta, potenziandola.  Si può fare, sempre o quasi. In qualche paese in modo più organizzato, in Italia alla chissenefrega, chiascuno s’arrangi.

In questo secondo modo succede: che  quelli più preparati e svegli si adeguano e trovano modo di crescere, anche in termini internazionali. Una quota mediana anche consistente, lasciata a se stessa che ci mette tempo a comprendere le nuovecondizioni per adeguarvisi: lo fa con fatica e in tempi lunghi. Infine c’è chi non ce la fa e deve uscire dal mercato.

L’allevatore abituato a conferire il latte in cooperativa, che non capisce i prezzi del mercato internazionale e pretende il blocco. Dovrebbe essere indirizzato verso selezioni di allevamenti caratteristici, che mettano sul mercato prodotti e derivati riconosciuti e apprezzati. Magari producendo meno ma fatturando tre o quattro volte, su spazi molto più larghi. Si crea il successo.

Più facile sul piano della democrazia partitocratica coltivare le proteste per ottenere consenso. Bruciare aziende, famiglie e imprese in opposizioni senza futuro. Il politico ottiene voti, continua a promettere leggi che non possono più tornare… alla fine dando la colpa all’Europa, ai burocrati corrotti, auspicando il ritorno a prima, andando all’indietro.

Ciò che è successo e sta succedendo tuttora è proprio questo scenario. Una delle componenti di crisi continentale che stiamo con fatica attraversando si compone di questa separazione fra il mondo che cambia (e non potrà non cambiare, al massimo qualche frenata di non lungo periodo) e il sogno del mercato chiuso, povero, faticoso, mediocre, ma “sicuro”. La sicurezza di un mercato povero e piccolo.

A tutti i cittadini che sono attratti dal ritorno a ieri, che scene di questo genere ritengono un bengodi da sognre e per il quale impegnarsi a ottenere, a tutti costoro, inviamo caldamente il Consiglio di aprire e aggiornarsi. Lasciate perdere coloro che vogliono andare verso un futuro che ci riporta indietro di settanta o cento anni e più. Lascino perdere Heidi con le caprette e il nonno; uno sfondo anche piacevole ma che ha poco a che vedere con la realtà della globalizzazione (che resta la più grande rivoluzione economica realizzata dall’uomo).

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