Statalismo che ritorna: è questo il Governo del Cambiamento?

La combinazione giallo-verde si compone di provenienze ideali distinte. In prevalenza sostenuta da pulsioni e principi dell’impresa (piccola soprattutto poiché l’Italia è fatta così, ma non solo piccola, soprattutto nelle regioni industrializzate), nella  quale più si ritrova l’area che si richiama alla Lega.

Di spinte soprattutto dirigistiche, dalla diffusa sfiducia e scarsa considerazione verso l’iniziativa privata, qui si trova il nuovo che si identifica in M5S. Ne abbiamo avuto espressioni ripetute, violente addirittura, in relazione alla tragedia del ponte Morandi di Genova, ma non solo. I contratti internazionali sulle infrastrutture, nella loro generalità vengono visti con diffidenza.

Occasione per appalti milionari  dalla durata pluriennale e dall’utilità dubbia, decisamente contestata (TAV, TAR, su tutti, ma anche ILVA). Sono ormai tre mesi e su  questioni di questo genere non si vede un passo avanti; con ipotesi di blocco o di statalizzazione. Cosa non illegittima in sé, ma oltre al dilemma pubblico/privato sono importanti i contenuti di progetto e le simulazioni  che attestino risultati migliori.

Insomma cosa ci si propone, con quali  cambiamenti? Quali sono i risultati economici e funzionali ci si attendono dalla nuova e diversa impostazione? Numeri: dare e avere e risultati finali, messi a confronto. Ma fare, però… non parole, non proclami ma decisioni. Lo statalismo ripensato e reso efficiente può essere una soluzione? Noi dubitiamo, ma sta a chi propone la dimostrazione che può funzionare.

Lo statalismo è radicato nella cultura pubblica italiana; facile che trovi consensi negli apparati ministeriali. La tendenza, diciamo così elettorale, appare evidente, quasi obbligata, a un M5S orientato verso distribuzioni che compensano la mancanza di lavoro, generando nuovo debito in assenza di entrate che coprano le uscite.  Poi ci sono altri apparati pubblici statalisti, entro i quali il supporto  arriva da tutti, compreso un ministero Lega, tale Marco Bussetti, che regge la Pubblica Istruzione.

Questo ministro leghista (da cui ci aspetterebbe uno statalismo residuale o nullo), che si propone il ritorno ex quo ante rispetto al progetto Buona Scuola, che Renzi ha clamorosamente sbagliato nel volere mettere in atto prima del referendum costituzionale, può far parte del Governo del Cambiamento? Torniamo ai concorsi nazionali, all’assegnazione delle cattedre per titoli ed esami, al preside che fa il burocrate e non conta nulla?

In due parole ripetiamo ciò che è indicibile presso i media di ogni colore: la Buona Scuola era un primo passo che si proponeva un cambiamento funzionale. Smontare i posti assegnati per esami sul territorio nazionale; introdurre (timidamente) il contratto locale; dare la possibilità al dirigente scolastico di selezionare i docenti secondo le esigenze della sua scuola. Smontare il mastodontico sistema nazionale ripartendolo in aree territoriali, riportando alla scuola il potere di gestione.

Riforma timida, soprattutto fatta nel momento sbagliato. Tutto il mondo della scuola ci si è messo contro e ha contribuito massicciamente alla sconfitta del referendum (e del PD).  Di limiti Buona Scuola ne ha senz’altro e modifiche sono utili e urgenti. Il Governo del Cambiamento può muoversi nella direzione timida originaria, sviluppando e completando la semplificazione di nomine e assegnazioni nazionali di posti, dando maggiore organicità a ciò che viene dopo.

Se invece si agisce da statalisti, Buona Scuola si può azzerare tornando al passato, rafforzando l’autonomia didattica e funzionale del docente che si vede assegnato il posto da un concorso nazionale. Della scuola ove gli è assegnato il posto ne viene un diritto a prescindere. Ecco, è ciò che si sta realizzando, con la felicità della grande maggioranza dei dipendenti pubblici della scuola, addirittura inserendo meccanismi spreconi che fanno nascere diritti a tornare a insegnare vicino a casa.

Il Sud sovraccarico di posti, il Nord con  docenti che vengono dal Sud per assumere il posto in Friuli o Piemonte, avendo come impegno primo quello di tornare al proprio paese d’origine. Con tutto il contorno di assenze, d’inefficienza, di  sprechi e perdita di qualità della scuola. Questo agire, si può ancora fregiare del titolo Governo del Cambiamento?

Certo: comprensibile che la massa di voti rappresentata dal sistema pubblica istruzione deve essere conservata e se possibile aumentata. Comprensibile se consideriamo l’interesse oggettivo di partiti e movimenti del “nuovo che avanza”. Fa il loro interesse e ne avranno il ritorno atteso (sperano). Purtroppo però questo agire statalistico, questo retrocedere al passato non è l’interesse del Paese.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 30 agosto 2018 18:02

    Perché quello che pomposamente si definisce
    governo del cambiamento

    non è altro che il governo della continuazione
    nel solco della spesa pubblica,

    a debito,

    con l’aggiunta di rigurgiti sessantottini
    di chi ritiene,
    per definizione,

    lo Stato buono e i privati cattivi.

    RE Q
 
 

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