Caporalato nel meridione d’Italia: per cambiare bisogna fare la rivoluzione

Riteniamo indispensabile conoscere la storia, quando si devono affrontare problemi secolari del nostro paese, come l’anti-stato  o il caporalato. Per capire come funziona nei fatti bisogna esserci, averci lavorato, individuato le false maglie della catena che permettono di nuotare nel mercato del lavoro, controllando tutti i passaggi. Agire perché le regole siano disattese, inapplicate, salvo qualche straccio che ogni tanto bisogna far volare, giusto per la scena.

Caporalato: cos’è? Una mediazione fra impresa agricola e le stagioni di lavoro, che sono molto intnse e durano qualche settimana l’anno. Quand’è la stagione del raccolto l’impresa ha necessità d iavere centinaia di lavoranti che all’alba si rovino sul campo (distante anche km dagli abitati), che arrivino di sicuro, affidabili, che abbiano un costo certo.

Il caporale è la persona riconosciuta nel paesotto o nella cittadina, capace di proporre lavoro,  scegliendo i candidati, magari nella piazza dela chiesa. Contratta prezzo, con l’impresa agricola, su quella base tratta compenso e trasporto. L’impresa paga il caporale, che poi è sostanzialmente libero di pagare i lavoranti. Gira tutto in nero, oppure viene regolarizzato tutto dopo, scrivendo ore e luoghi secondo comodo, o coscienza del caporale.

Il lavoro agrciolo nel sud è sempre andato così, sempre. I lettori si domanderanno: ma i sindacati, gli ispettori del lavoro  che ci fanno?  Semplice: abbozzano e fanno finta di non vedere. Poi sulla base delle presenze di lavoro scritte o pilotate dai caporali, raggiunte le 150 ore, finisce tutto. Il lavorante agricolo con quelle ore ottiene il diritto a percepire la disoccupazione agricola per il restante periodo dell’anno.

I sindacati, o le loro organizzazioni collaterali, compilano e presentano domanda di disoccupazione agli uffici del lavoro, che certificano e regolarizzano. A chi ha compilato l’INPS riconosce un compenso per l’aiuto dato al lavoratore. Ognuno ha il suo ritorno e tutto è a posto. Va avanti così da sempre. In questa illegalità di fatto si inseriscono anchecoloro che fanno peggio e spremono come limoni i lavoranti: vent’anni fa albanesi, poi cittadini dell’Est Europa (romeni, polacchi); adesso persone di colore.

Si continua così. Ma, si dirà è stata fatta la legge che ha inasprito le sanzioni, cheprevede il carcere, ecc. La legge c’è, ma sono distratti o assenti gl’ispettori del lavoro, i sindacati, ecc. e tutto va avanti come prima. Tranquilli che è così. Ma allora tutte le sceneggiate che ogni volta saltano fuori sui media, le dichiarazioni ferme e risolute, che fine fanno? Trascorsa una settimana, il loro posto è il cestino.

Allora? Il Governo del Cambiamento adesso interviene e farà smettere tutto questo teatrino, magari mandando a casa funzionari assenti, cambiando i CCNL dell’agricoltura, che paiono fatte apposta per far funzionare il meccanismo basato sul caporalato. Togliendo compensi ai sindacati per supporti burocratici, che si traducono in entrate.

Magari ci si mette sei mesi; si dovrà agire a macchia d’olio man mano ripulendo tutto. Per esempio, affidando la mediazione alle società interinali, rendendone obbligatorio l’impiego.   Qualche anno  di impegno straordinario per carabinieri, polizia e finanza, poi tutto rientra in una gestione normale e certa nei rapporti impresa  lavoranti, con una mediazione che non la fanno i caporali ma imprese autorizzate dl ministero che rischiano di andare a casa se escono dal seminato.

Il Governo del cambiamento che fa? Con i due vicepresidenti del Consiglio ripete pedestremente gl istessi riti di prima: assunzione d’ispettori del lavoro (uno spreco che non darà risultati, salvo qualche pacchetto di voti dai familiari degli assunti).  Allontanamento, respingimento dei lavoranti di colore: parole che non potranno tradursi in pratica sostanziale.

Nessun cambiamento, tutto resta come prima, con la probabile scusante che questi di adesso le cose qui scritte non le conoscono (quelli di prima lo sanno benissimo ma adottano la scusante ufficiale che nulla sanno). Per cambiare davvero le faccende bisogna conoscerle bene, sapere dove mettere le mani; capaci di tagliare i legami consolidati che rendono permanente questo scenario, dai contorni non dissimili da anti-stato.

  1. #1 scritto da Andrea D. il 8 agosto 2018 20:42

    Situazione ben nota e incancrenita,
    ma anche quelli sono voti
    (per non parlare delle implicazioni, a volte, con la criminalità organizzata).

    Aggiungiamoci il fatto che, spesso,
    l’agricoltura italiana non è competitiva,
    per cui se dovesse aumentare il costo del lavoro,
    i prodotti rischierebbero di andare fuori mercato.

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 9 agosto 2018 15:43

    Una riflessione economica andrebbe fatta sugli effetti di attività fuori mercato
    che riescono a reggere,
    sul para schiavismo,
    sul nero di quasi tutte le transazioni,
    su un PIL falso, tarocco.

    Il rispetto rigoroso delle norme minime non darebbe più ritorni.
    Imprese e mercato sarebbero obbligate a soluzioni aggiornate di produzione, cultivar e nuove produzioni.
    L’agricoltura italia può produrre solo sanmarzano di qualità eccelsa a prezzo adeguato, che merita (ad esempio)

    Si pensi cosa Israele riesce a produrre e commercializzare (a livello globale) in prodotti nuovi
    che quasi ogni anno arrivano sui mercati

    L’altra faccia della convivenza col il para schiavismo, le organizzazioni che dominano l’ingrosso generico privo di marchi di qualità.

    Una riflessione che lasciamo a tutti…. di qui e i là

    buona serata

    RE Q
 
 

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