Democrazia del terzo millennio. La delega ok ma il controllo?

Fin dal Settecento il problema di un sistema democratico basato sulla delega ai rappresentanti scelti dai Cittadini ha approfondito e discusso il contenuto della delega. La democrazia diretta (che comprende anche il controllo dei Cittadini sugli eletti) è stata messa in soffitta. L’esempio svizzero, che prevede il referendum per ogni incremento di spesa e per gl’investimenti, è rimasto un esempio chiuso in mezzo all’Europa.

Per quasi due secoli è andata bene così. Gli eletti strutturati in partiti hanno colto presto il contenuto di “potere” che c’è nella delega con un voto solo, ogni cinque anni. I referendum sono stati regolati escludendo le voci di spesa (ma va?). Quindi la delega è diventata potere di spendere senza contropotere significativo. I partiti sono diventati i proprietari del bilancio dello stato.

Giù giù, anche gli enti locali hanno il medesimo meccanismo. Quasi tutti comprendono nello statuto il referendum,  sempre che esclude la possibilità di annullare una spesa, un progetto di spesa, ecc. Per cui  spendere mezzo milione per azzerare un viale alberato, e non ci puoi far nulla. Il contrario della democrazia nella quale il controllo è indiscutibile. Vuoi spendere 100 per asfaltare una strada?

Perché sia valida la spesa, deve essere votata dalla maggioranza dei Cittadini. scegli la strada asfaltata sapendo che poi il costo 100 te lo trovi ripartito sulle tue tasse, o preferisci risparmiare? Se la maggioranza preferisce evitare la spesa, la strada non si fa. Con l’effetto che presentando progetti, chi amministra starà attento a misurare i costi, per non trovarsi poi con un progetto da buttare nel cestino.

In questo modo i Cittadini detengono il controllo della spesa, delle loro tasse. Una condizione che se ci fosse stata, non ci proveremmo oggi con un debito di 2.300 miliardi di debiti, sull’orlo dell’abisso, di un possibile default.  Su questo aspetto sarebbe bene soffermarsi quando il tema del controllo sulla spesa, nella versione M5S di democrazia diretta, viene esposto nei media.

Certo, la preparazione di coloro che ne parlano è spesso  estranea al secolo di pensatori e giuristi che hanno affrontato il tema. Le dichiarazioni assumono frequentemente toni da giudizio universale che, se hanno il pregio della semplicità, portano il difetto della generalizzazione rivolta verso un futuro lontano, che rende facile metterla in burla da parte della vecchia politica. Ecco l’esempio di una dichiarazione di Gianroberto Casaleggio (colui che ha teorizzato la circolazione dei dati e la praticità della rete per progettare il futuro di una demorazia diretta, teorica):

Se introduciamo la democrazia diretta non abbiamo più bisogno di partiti: su base egualitaria decidi qualunque cosa, sia a livello locale sia a livello nazionale. (Gianroberto Casaleggio)

La questione però è in questo periodo molto più seria e urgente nelle democrazie occidentali, che tutte devono affrontare la perdita di credibilti del sistema basato sulla sola delega; che non regge più perché è venuto meno il lungo periodo della società dalla crescita ininterrotta. È stato facile per i sistemi partitici verniciare la democrazia con iniezioni di cortisone fatte di spese elettorali in economie in cui il domani era comunque migliori dell’oggi.

I partiti non possono più vendere un futuro migliore di oggi. Non ci crede più nessuno. Ed ecco che si stanno diffonendo tentativi surrogati di sovranismo centralista. Il ritorno a condizioni passate  magari meno assolute. L’attenzione verso semplificazioni decisioniste è un tentativo che alletta, che ha la possibilità di convincere sempre di più i Cittadini “medi”, in assenza di contenuti che superino la crisi.

Questa appare come una di quelle crisi epocali che anche in passato hanno attraversato l’Europa, per rimodulare il potere, per garantire al “popolo” la possibilità di cambiare chi governa. Una soluzione che ha garantito lo sviluppo della società, la condivisione  di una gestione che aveva il vantaggio di inserirsi in un processo di sviluppo ove tutto era più facile.

Da questa crisi la politica può uscirne facendosi un battesito totale e ridisegnando la delega. Al popolo non si può più vendere un’immagine di futuro facile e migliore dello ieri, della precedente generazione.  La delega totale oggi è elemento che identifica con certezza la responsabilità di chi pro tempore governa. Bisogna ripartire il potere, condividere le scelte con il popolo facendo uso crescente e diffuso del referendum sulle spese, sugli investimenti.

Ecco che così si genera una condizione di nuovo equilibrio: il popolo elegge chi ritiene meglio. Gli eletti quando devono presentare i conti agli elettori a fine mandato, possono sostenere che le scelte sono state condivise dala maggioranza del popolo. Su questa base proporre altri programmi, essendo più credibili, coinvolgendo il popolo in scelte partecipare, condivise.  Viene allora bene il concetto del politologo Karl Popper:

“La democrazia consiste nel mettere  sotto controllo il potere politico” (Karl Popper)

Descrizione forzatamente generale e parziale: lo sforzo di semplificare obbliga a sintesi quando quasi per ogni termine dovrebbero seguire esemplificazioni , studi, dibattiti, approfondimenti. Il fatto è però che da qui non se ne esce. O la classe governante in senso lato è in grado di approfondire e proporre un’uscita che trovi credibilità e condivisione, o la democrazia qualche rischio lo corre (toccando ferro perché non diventi un dramma).

  1. #1 scritto da Andrea D. il 6 agosto 2018 16:35

    Ne abbiamo già discusso e purtroppo, nonostante gli innegabili limiti e le distorsioni del sistema della delega, la democrazia diretta non sarebbe affatto una soluzione valida.

    Il cittadino medio non avrebbe il tempo (e spesso nemmeno la voglia e/o le capacità) per approfondire le questioni. Pochi “gruppi” di pressione motivati e coordinati potrebbero “monopolizzare” di fatto le decisioni, nella stragrande maggioranza dei casi, qualora ve ne fosse bisogno, facendo leva sull’emotività e non sulla razionalità (a beneficio di chi resterebbe da chiarire). Non una bella prospettiva, direi!

    L’unica soluzione, il minore dei mali non una soluzione perfetta, sarebbe uno Stato minimo nel quale le inevitabili distorsioni sarebbero il più possibile limitate.
    Di meglio non si può fare.

    Il problema è che rimettere il coperchio al vaso di Pandora, cioè passare da uno Stato obeso (nel quale tutti chi più chi meno, si accaparrano la loro fettina di rendita) a uno minimo è tutt’altro che semplice per non dire impossibile.

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 6 agosto 2018 21:50

    Sui criteri per una gestione della cosa pubblica diffusa, che smonti il sistema della delega ai partiti divenuto potere assoluto, siamo d’accordo.

    Ho cercato di mettere giù una riflessione su una rivoluzione praticabile basata su partiti storici che allentino la presa prevedendo l’ascolto dei cittadini sulle decisioni di spesa.

    Se questa non passa, se i partiti pensano di rimanere come sono mentre il mondo sta crollando, facciamo loro gli auguri

    RE Q
 
 

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