Quest’Europa delle nazioni dove mai andrà a finire?

Vi sono temi che ci vengono addosso, che avvertiamo pressanti e di primaria importanza, mentre non ne troviamo traccia o quasi nella pubblicistica italiana, ma anche europea, per quel che è dato conoscere. Uno di questi è il progetto Europa. Qualcuno si ricorda di Lisbona del 2.000 con il progetto fino al 2020? Qualcuno ci fa conoscere lo stato in cui siamo? cosa è superato, quanto c’è da cambiare, cosa è in programam per un riesame? Silenzio, silenzio: si procede day by day.

Le fasi di crisi fanno emergere sempre i lati deboli di ciascuno di noi: la paura del domani ci fa tirare i remi in barca, guardare con sospetto i vicini, sfruttarne le debolezze a proprio vantaggio. È sempre stato così, con gli occhi della storia è un deja vu, prevedibile. L’Europa però ha una storia di almeno sessant’anni  nella quale si è pianificato il superamento degli stati nazionali.

Sessant’anni non sono bastati evidentemente, ci vuole ancora molto, perché il cancro della divisione antagonista rispetto all’europeo vicino si possa trasformare in ricerca del punto di equilibrio comune, avendo come obiettivo sempre e solo la ricerca dell’interesse europeo superiore alla supremazia dell’uno contro l’altro.

Oggi non solo non è così. Ormai da decenni si è consolidata un’Europa delle nazioni (quella che piaceva a De Gaulle). Le strutture sovratanti agli stati sono inesistenti. Gli incarichi ripartiti, ciascuno dei nominati impegnato nel suo interesse nazionale.  Oppure lì nominato dagli stati di maggior peso perché faccia la bella statuina e non combini niente di ciò che a loro non va.

Impegnati a far gli affari propri con ifondi europei, poi ciascuno ottiene la sua greppia, il suo tornaconto. L’Italia è stata esageratamente lasciata fare nel produrre nuovo debito, in cambio di altre concessioni. Il nuovo debito non è un favore, ma una condanna. La partitocrazia nazionale ha però ottenuto due cose: lasciare ferme le spese che danno singoli ritorni elettorali  a qualcuno; non progettare nulla sui cambiamenti necessari , lasciando deperire il paese.

Unica, eroica antitesi alla politica lassista dei nostri, è l’impresa privata Italia, che riesce a reggere nonostante tutto, capace di competere a livello globale e crescere. Politica lasciata correre dall’Europa senza difficoltà perché, perché spostare in avanti le riforme poi  farle diventasempre più oneroso, sempre più difficile e il Paese sempre più condzionato e condizionabile. Prendendone pezzi pregiati, coem sfogliare una margherita.

Avendo agito in questo modo l’Italia ha due gravi responsabilità. All’Europa non ha dato alcun contributo, di nessun tipo, per una sua costruzione sovranazionale. Ha irrobustito e reso difficilmente modificabile l’ossatura nazionalista mitteleuropea . Oggi abbiamo un governo del cambiamento composto di uomini nuovi che inevitabilmente si muovono come elefanti in una cristalleria, privi di egemonia culturale, di un qualsiasi pensiero e percorso del nostro continente. Da cui pensare di chiamarsi fuori è puerile.

L’Italia quindi ha le sue colpe, non secondarie, sullo stato in cui si trova la struttura Europa oggi. Ma gli altri? una pletora di interessi nazionalisti ha fatto premio su ogni altro pensiero che avesse a cuore il futuro degli Stati Uniti d’Europa: germanie e Francia su tutti, sia chiaro, ma non va dimenticato il silenzio assordante dagl ialtri paesi, apparentemente minori.

Oggi l’Europa è malata, seriamente malata. Basta andarsi a leggere le ultime deliberazioni sui migranti nonché quelel dal contenuto economico e strategico per certificare uno stato comatoso. È necessario un risveglio: un reagire propositivo che faccia dell’Europa qualcosa di diverso, che superi il sovrappeso nazionale dei grandi. Oggi è loro interesse che essere in Europa sia attrattivo per tutti, che tutti i Cittadini europei si riconoscano in Bruxelles prima che a Roma, Berlino, Parigi, ecc.

  1. #1 scritto da Andrea D. il 3 luglio 2018 14:59

    Un po’ tutta Europa, certamente i Paesi più importanti, è caratterizzata da un peso eccessivo della spesa pubblica, troppo spesso con una produttività insufficiente, che, nonostante gli sforzi, continua a crescere.
    Finché c’è stata una robusta crescita (e successivamente a debito) è stato possibile alimentare “la bestia”, ma in una situazione generale di crescita modesta quando non stagnazione (o addirittura recessione) l’unico modo di veder cresce la propria fetta è quello di andare a discapito di qualcun altro ed ecco spiegato l’egoismo e i nazionalismi (uniti al fatto che i politici puntano alla loro rielezione che avviene su base nazionale).

    Difficile prevedere che si possa in qualche modo invertire la marcia e che ci sia qualcuno disposto a farsi carico, gratis et amore dei, dei problemi degli altri, cosa peraltro più che comprensibile.

    L’Italia si è dimostrata del tutto incapace di contenere la spesa pubblica, che è sempre cresciuta, di ridurre il debito, che è invece aumentato negli ultimi anni di oltre 400 miliari di euro (e hanno il coraggio di chiamarla austerità),
    di riformare lo stato – snellendo la burocrazia, aumentando l’efficacia e l’efficienza della spesa pubblica, liberalizzando, migliorando la produttività e la competitività – e di ridurre il peso delle imposte.

    In queste condizioni non sono gli altri ad essere cattivi, ma gli italiani sembrano propensi a inseguire le sirene della crescita fatta a debito, della moneta sovrana che tra svalutazioni e monetizzazione del debito può consentire la moltiplicazione dei pani e dei pesci e la realizzazione del paradiso in terra.

    Auguri! Io ci ho rinunciato e ho passato.

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 3 luglio 2018 15:24

    Europa oggi vuol dire ciò che ci descrive Andrea

    Ciò che l’articolo sostiene è qualcosa di più e diverso (se ci si riesce, ma credo si possa compiere):

    Una politica dell’Europa che contemperi le esigenze diverse degli stati;
    adottando meccanismi compensativi rivolti a un percorso che superi le criticità (pretendendo tagli in compenso di sostegno agli investimenti e alle criticità sociali)
    il tutto con risorse messe a disposizione dagli stati
    rigorosamente a un totale entrate/uscite prossimo allo zero
    (non è giusto premiare le cicale, come non è giusto premiare gli speculatori su prestiti sovrani a tassi che crescono)

    Ciò che oggi si può avvertire è che, un percorso del genere, non ha le premesse politiche perché venga attuato
    prevalgono i nazionalismi

    buona giornata

    RE Q
 
 

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