Il governo che cambia, i concetti di lavoro e impresa siano chiari o si torna indietro

Città Ideale è abituata a non far sconti; a nessuno. Consideriamo l’attuale Ministro del lavoro un apprendista (come del resto tutti i precedenti, soprattutto DS ma non solo, di provenienza sindacale: quindi esperti nell’aggredire chi il lavoro lo genera, nel creargli difficoltà). È radicata “cultura” nel nostro paese che il Lavoro sia un diritto, con tutto ciò che segue (VEDI l’intervista su ilsole24ore)

Nel pubblico come nel privato, il dipendente una volta assunto stabilmente è titolare di un diritto sostanziale al “posto”. Ogni volta che questo viene toccato, anche solo sfiorato,  interviene la magistratura (saranno decine dimigliaia l’anno le cause per il solo demansionamento).  Fare impresa in queste condizioni è una scommessa che si deve affrontare ogni giorno.

La globalizzazione fa cadere le barriere, i confini, le normative nazionali poiché queste si pongono in competizione fra loro e diventano, le normative nazionali sul lavoro, elemento importante nelle decisioni di un insediamento produttivo, commerciale o di servizi. Nel terzo millennio il lavoro si sposta dove fare impresa costa meno (in rapporto alle competenze richieste, ovviamente).

Il costo del lavoro non è il solo parametro, anche se importante. Divengono sempre più rilevanti le normative nella gestione delle risorse e la flessibilità. Ogni rigidità che viene introdotta ha un ritorno, negativo,  in minore attrattività per l’investimento produttivo; non aumenta in nulla le occasioni di lavoro stabile. In Italia genera un accumulo di vertenze e problemi per l’impresa.

Il lavoro è una priorità, lo dice la Costituzione. Chi governa, ha il dovere di tenerne conto; questo è buona cosa. Deve pero sapere, deve riconoscere che il lavoro non è un’imposizione, non lo si crea per decreto, obbligando ad assumere o facendo assunzioni nel pubblico. Il lavoro lo sviluppa l’impresa e l’impresa deve trovare condizioni agevoli che invoglino e rendano redditizio assumere.

Ridurre la flessibilità nel lavoro (che non si chiama precarietà), comporta scaricare sulle imprese un compito, eminentemente politico.  Deve trovare soluzioni organizzative (non costose o poco) perché la precarietà sia risolta da un sistema agile e funzionale che trasforma il lavoro a termine in un ciclo ininterrotto di lavori presso diverse imprese. Possono farlo meglio le aziende interinali; lo fanno già. Occorrono regole che aiutino, non che frenino, che blocchino, che puniscano.

Se non si ha ben chiara la situazione, succede che si sostengano posizioni controproducenti rispetto all’obiettivo. Che si facciano danni a chi il lavoro non l’ha.  Quindi è bene che si ripeta il concetto: le assunzioni pubbliche, soldi pubblici alle imprese in crisi, cassa integrazione prolungatissima (Alitalia), LSU (lavori socialmente utili), reddito di cittadinanza, sono costi pagati dai Cittadini.  Non generano lavoro vero, ma consumano e indebitano noi, il Paese.

Di Maio non sarà esperto, ma è bene che se ne renda conto e ci pensi su molto bene prima di assumere, “potenziare” gli uffici del lavoro, preso dalla fretta di distribuire il reddito di citadinanza. Ci pensi su molto bene il premier Conte a chiedere soldi all’Europa da destinare a spesa (il reddito di cittadinanza, appunto). Magari troverà prestatori che lo concedono, per tenere l’Italia strozzata dagli interessi, bloccata nello sviluppo, senza lavoro vero, quello che la ricchezza la crea, non la consuma.

La gestione del Paese è cosa diversa dalle proposte elettorali; nelle nostre condizioni occorrono scelte coraggiose e severe. Sarà diverso rispetto al facile paese delle meraviglie, ma farà bene al Paese e in qualche anno potrà dimostrare davvero i risultati di una gestione nuova, fatta da uomini nuovi. Operazione non facile, ma uno statista non cerca strade facili: deve assumere l’unico impegno di operare per il meglio del Paese.

  1. #1 scritto da Miserabile di Montecristo il 20 giugno 2018 09:50

    La pomposa retorica politica al duro confronto con la realtà.

    Prevarrà il buon senso, con il rischio di un danno di immagine politica, o si preferirà la ricerca di consenso anche a scapito del bene del Paese?

    Intanto un piccolo approfondimento, direi utile, sulla questione fattorini:

    https://www.agi.it/economia/governo_di_maio_decreto_dignita_rider_food_delivery-4037775/news/2018-06-18/

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 20 giugno 2018 13:56

    Arriva il momento della verità….

    a los cinco de la tarde… direbbe il torero.

    Resta il fatto oggettivo che i nuovi che cambiano hanno davanti: la realtà e dovere affrontarla.
    Hic Rhodus hic salta…

    non è facile, ma governare è quasi sempre difficile, molto difficile.
    Nella condizione in cui ci troviamo oggi, poi

    Rimane la aspettativa del paese (per come si stanno muovendo i protagonisti):
    alle elezioni presto… con Salvini premier quasi certo

    e che Dio ce la mandi buona

    RE Q

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