Aiuti, interventi per umanità debole? solo nel rispetto dell’individuo

La questione degli ultimi: esseri umani poveri e per ciò stesso deboli, perfino debolissimi, incoscienti del proprio futuro, a rischio della salute, perfino della vita. Al punto da divenire facilmente merce di scambio per progetti di ogni tipo: occupazione dalla matrice islamica, forzata, entro aree che possono riceverli? muovendo anche chi lucra. Dalla raccolta all’invio, sul trasporto nel deserto, sulle soste, su imbarchi precari predestinati all’affondamento, ecc..

Fanno parte della catena che su questi uomini-merce le organizzazioni finanziate da enti che si propongono opere nobili, da benefattori; fors’anche in questo caso col supporto di coloro che si propongono di lucrare a loro volta. Tutto si conclude con lo sbarco (quando succede dopo non è cura di altri “benefattori”). Di questa umanità non è forse il caso di conoscerne numeri e ragioni, di avere un quadro di ciò che si muove sotto, sopra; in ogni direzione?

Facciamo qualche numero (dati FAO): sottonutriti Africa 230milioni circa (su 815milioni complessivi nel mondo). La FAO fa rilevare che la percentuale  tende a crescere in rapporto alla popolazione mondiale, mentre il numero, da ormai 70 anni, continua a calare. Nella sostanza, dal 2016, la popolazione aumenta più della capacità di contrasto alla fame. Effetto non secondario della diffusione di norme igieniche, cure mediche e medicine. Già questo fa riflettere sugli effetti distorti che può avere il “buonismo”.

Chi si impegna per attenuare le criticità dei nostri simili compie un’azione per la quale si sente nobilitato. La gestione “politica” autenticamente volta al miglioramento complessivo della popolazione nel mondo, deve invece porsi il compito del maggior risultato complessivo. Ridurre la malnutrizione rischia di aumentare le criticità complessive se  non è ben modulata e accompagnata  dalla crescita delle risorse proprie nei paesi che ne sono colpiti.

Qui veniamo al punto che ci siamo proposti, riflettendo su osservazioni che riguardano l’Uomo come individuo, come un tutto che deve essere riconosciuto e compreso, rispettato anche quando non condiviso. Ce lo spiega un maturo filosofo: John Lachs, nell’ultima sua opera  adesso uscita in Italia:

LASCIARE IN PACE GLI ALTRI (UNA PROSPETTIVA ETICA)

Secondo John Lachs è necessario riscoprire il piacere di scegliere e, ancor prima, imparare a lasciare in pace gli altri, affinché tutti possano condurre la loro vita come meglio credono. Consentire alle persone di cercare il proprio bene significa riconoscere tacitamente l’esistenza di una pluralità di modi in cui è possibile condurre vite degne.
Questo non vuol dire essere indifferenti o egoisti, abbandonando il prossimo nel momento del bisogno, ma aiutarlo in forme che siano rispettose della sua autonomia. Ogni sostegno deve essere allora di natura temporanea, così da non incoraggiare comportamenti passivi e limitanti la responsabilità personale. Solo in tal modo si può creare una comunità virtuosa, tollerante e partecipe delle esigenze altrui.
Dobbiamo insomma imparare a non immischiarci troppo nella vita del prossimo, anche se pensiamo che sia a suo beneficio. Come sottolinea Pierluigi Battista nella prefazione al volume, “dietro al rifiuto di un ampliamento della libertà di scelta, spiega molto bene Lachs, c’è una visione pessimistica dell’antropologia umana, l’idea che l’individuo lasciato a se stesso, incustodito, possa fare solo del male a sé e agli altri”
(Pierluigi Battista, da IBL).

Ai paladini del buonismo fine a se stesso, mossi dalla quota di egoismo che lascia in pace con se stessi, dobbiamo consigliare di crescere e fare passi avanti per il bene complessivo che dobbiamo compiere entro  il nostro pianeta globalizzato. L’insoddisfazione per condizioni che ancora colpiscono, sebbene diminuite enormemente,  deve trovare risposte articolate e complesse, basate su maggiore informazione e conoscenza diffusa  (oggi è ancora manchevole).

I nostri Consiglieri a Buccinasco di queste cose non si curano. Non conoscono, forse senza colpa, forse.  Lascino perde il buonismo un tanto al pezzo; si impegnino allora in uno sforzo vero, complessivo e distribuito nel luogo di origine. Ad esempio promuovendo la diffusione in Africa di pompe a mano autocostruibili,  che permettano di dotare di acqua limpida popolazioni diffuse e isolate che ancora oggi ne sono prive. Oppure strutturando formazione e educazione dedicata al loro territorio e anche più.

Così potranno vivere meglio; cresceranno loro, saranno capaci di sfamarsi e risolvere da sé i problemi. La più grande opera di sviluppo che riguarda globalmente l’Umanità. In questo contesto basilare può poi starci di tutto, compresa la loro scelta, motivata e convinta, di lasciare il loro paese per andare altrove. Anche venire in Europa per rimanervi: futuri europei integrati, perché loro questo hanno voluto.

I mestieranti del buonismo elementare, ricco di demagogia, che fa leva sulla spinta naturale a fare bene al prossimo, per lucrare o per attribuirsi una nobiltà d’intenti a parole,  teniamoli a distanza e facciamoli ragionare. Coloro che poi fanno uso di questo agire come elemento di presunta etica propria, convinti detentori unici del bene del popolo, per sceneggiate insulse a casa nostra, lasciamoli nel loro brodo e tiriamo dritto per la nostra strada.

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