USA e chiusura dei mercati: la globalizzazione rallenta. Il Governo ha problemi nuovi

Le scelte di dazi all’import che la amministrazione americana ha appena approvato, sono una cosa da vedere con l’attenzione che merita.  Non si tratta di qualcosa di poco conto. Un cambiamento epocale che vede ciò che da sempre è stata la locomotiva dell’economia globale, invertire la marcia ponendosi alla guida del ritorno ai mercati nazionali, alle chiusure, alla difesa della produzione nazionale.

Lo fa perché sotto un certo profilo non ce la fa più: l’indebitamento del sistema USA ha superato il 100% dell’enorme PIL mentre la bilancia commerciale continua in un trend negativo che cresce. Il concetto nazionalistico “America first” ha una sua ragion d’essere: qualcosa bisogna pure che facciano a Washington per trovare un rimedio.

La pratica che sta adottando il più grande paese del mondo appare semplice e forse non può esserci altro che possa mettere in atto correttivi di un qualche effetto nel breve termine. La tecnica è evidente: far valere il mercato interno per poi condizionare nuovi accordi meno “liberali”: è già velocemente successo con la Cina, con cui ha da poco chiuso un accordo che ridimensiona la prima proposta ma ha ottenuto un minore impatto d’import in settori USA in crisi di competitività.

La medesima azione ha in atto con gli stati confinanti Messico e Canada.Farà lo stesso con l’Europa; seguiranno altre aree e altri stati. In ogni caso la tendenza degli USA motore dell’economia mondiale tenderà a calare; i mercati che si chiudono, il ritorno a aree protette, che tenderà a diffondersi nel globo, porterà a un rallentamento del PIL mondiale. A pagarne le conseguenze saranno soprattutto gli stati piccoli, isolati, in via di sviluppo o ancora che si arrabattono, pieni di problemi.

Se da queste novità dovessimo come Italia avere un segnale su come muoverci rispetto all’Europa, ecco: meno male che l’Europa c’è e ne facciamo parte. Noi però siamo sempre il paese manifatturiero che deve esportare e molto, anche per rientrare, per ridurre la massa del megadebito con i suoi costi in interessi.

Faremo fatica e la crescita tenderà a ridursi, soprattutto nel medio e lungo periodo. La stasi nello sviluppo della globalizzazione farà ridicolmente felici gli anti… i black block ecc. Più concretamente felici i paesi chiusi a democrazia limitata o assente. Il parallelo fra mercati aperti, liberalismo e libertà funziona anche a rovescio (mercati chiusi, stabilità politica artificiosa e più stati autocratici).

Gli USA con questa politica si avviano a ridimensionare il secolo di vita durante il quale hanno rappresentato il motore dell’economia mondiale, del suo sviluppo più o meno ininterrotto. Durante questi decenni abbiamo assistito al tramonto del colonialismo vecchio stile.  Entriamo in una fase di movimento entro la quale gli USA resteranno protagonisti, ma sempre più affiancati da altre aree omogenee, in genere continentali.

Quanto possa essere lunga questa fase crediamo sia presto per fare ipotesi, dipende da molte variabili. Fra queste un’importante è la reazione dell’Europa, che deve assolutamente (e finalmente) porsi lo scopo  agire come polo unitario emergente a livello globale. Lo sta facendo la Cina che è sulla strada della competizione economica (e non solo). Lo deve fare l’Europa, anche assumendosi compiti cui finora ha poco badato (difesa, strategie globali sugli approvvigionamenti, riserve strategiche, ecc.).

Questo tema, arriva fra i piedi di un Governo  italiano che si sta costituendo, con parecchi uomini nuovi, dalla esperienza politica tutta da costruire. Non è detto che l’assenza di esperienza possa rivelarsi un handicap. Più volte è capitato che gli uomini nuovi si sono dimostrati protagonisti del cambiamento in positivo nella storia. Speriamo… e tocchiamo ferro.

  1. #1 scritto da Andrea D. il 1 giugno 2018 12:32

    Personalmente non credo nel protezionismo e nei dazi; si veda la famosa petizione dei produttori di candele di Bastiat (VEDI).

    Che il “nuovo” ordine mondiale preveda un equilibrio basato su una più equa distribuzione della ricchezza (che vorrà dire crescita per i paesi emergenti e decrescita per quelli sviluppati), credo sia inevitabile; quello che, in una qualche misura e non senza tensioni, si può cercare di fare è di regolare la velocità di questo cambiamento epocale.

    Tuttavia, la Cina non è un produttore come gli altri.
    Forte del controllo non democratico del potere può permettersi di porre in atto politiche che un governo democratico non potrebbe mai attuare. Occorre riconoscerlo: ammettere la Cina nel WTO, prima che la stessa completasse la transizione a un sistema completamente democratico, è stato un errore madornale e quello di Trump, oggi, è un tentativo, forse maldestro (ma che altro si potrebbe fare?), di rimettere il coniglio nel cilindro!

    Il risultato, tuttavia, sarà quello di una serie di reazioni a catena che produrranno una brusca frenata dei commerci internazionali con inevitabile rallentamento della crescita mondiale (se non addirittura una recessione).

    E l’Italia si appresta ad affrontare il prossimo periodo di crisi con debiti elevati e deficit fuori controllo confidando nel miracolo di improbabili moltiplicatori pseudo-keynesiani? Auguri!

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 1 giugno 2018 15:01

    In effetti, consentire alla Cina una modalità facile di entrare nei mercati mondiali mantenendo il proprio sistema quasi chiuso, è uno squilibrio rilevante.
    Squilibrio che probabilmente si dovrà correggere, ma con lenta progressione (Alzare l’asticella in alcuni meccanismi automatici del WTO, obbligare la Cina ad abbassarla riguardo al suo mercato chiuso).
    Un lavoro lento, contrastato, ma che si dovrà affrontare… non mi sembra che i G7 o i G20 finora abbiano il tema allo studio, purtroppo.

    Non va dimenticato l’impetuoso sviluppo che ha prodotto l’eccesso di liberalizzazione negli scambi con la Cina: la crescita ha coinvolto un poco tutti i paesi, oltre ai benefici per casa loro.

    Il resto del mondo Occidentale non può reggere il gioco all’infinito e l’eccesso di keynesismo praticato soprattutto negli USA, quale stanza di compensazione commerciale di tutti, è senz’altro da correggere.

    La reazione dell’Europa verso USA sembra troppo semplice e automatica… per essere di qualche efficacia.
    La risposta dei mercati che deve proporre l’Europa deve essere più studiata e articolata. Insomma si deve comprendere e proporre un percorso che rimedi anche ai problemi odierni del mercato USA.
    Accusare Trump di semplicismo e mettendola in polemica spicciola non fa fare un passo verso la crescita ordinata di un sistema globalizzato, che deve essere tuttora perseguita.

    Quanto all’Italia, Andrea, c’è da piangere, finora.
    se si applica il programma come scritto si andrà in Europa a pretendere maggiore indebitamento…. eccesso di kesyanesimo… Rischiando l’annegamento in un mare di bond divenuti carta straccia come gli “assegnati” durante la rivoluzione francese.
    Facciamo pure gli auguri al Governo… e al Paese

    RE Q
 
 

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