LAVORO e reddito di cittadinanza… in Italia c’è già

Ricordiamo nei primi anni duemila una normativa che nell’intento di ridurre i costi della cassa integrazione, aveva bonificato per 12 o 18 mesi i costi contributivi, favorendo così l’assunzione dei cassintegrati. Offrendo lavoro alle aziende, c’era ovviamente grande interesse nella ricerca di cassintegrati da assumere. Centinaia di migliaia erano, ma non se ne trovava.

La ricerca degli elenchi era impedita perché gli Uffici di Collocamento quasi sempre rifiutavano di mettere a disposizione gli elenchi, ma solo un nominativo alla volta. Avutili,  in qualche raro caso, cominciammo a inoltrare proposte di lavoro agli scritti cassintegrati. Risultato prossimo allo zero. Non se ne trovava disonibili al lavoro.

Inoltrammo raccomandate perché a queste non ci si poteva negare e se non si rispondeva il cassintegrato rischiava di perdere la cassa integrazione. In breve fummo costetti  a smettere perché i nostri responsabili di filiale ricevettero visite minacciose. Vi fu uno che, in una cittadina umbra, perfino si trovò forate le quattro ruote dell’auto. Dovemmo lasciar perdere… fummo costretti. Questo ci viene alla mente leggendo questo succoso articolo sull’argomento da parte di Carlo Stagnaro.

SE PAGATE LA GENTE PER NON LAVORARE E LA TASSATE QUANDO LAVORA,
NON STUPITEVI DI CREARE DISOCCUPAZIONE

(Carlo Stagnaro 19 Aprile 2018 ilfoglio) “Una Repubblica fondata sul lavoro non sogna che il riposo”. L’idea … del reddito di cittadinanza non fa altro che solleticare l’istinto catturato dalla battuta di Leo Longanesi. Nulla di nuovo sotto il sole: lo stesso principio del reddito di cittadinanza lo si ritrova in molte policy e prassi del passato.

Poche tentazioni sono più seducenti rispetto a quella di percepire un salario a spese della collettività senza dover offrire nulla in cambio. Dice: però, se per tre volte di fila rifiuti un lavoro, il reddito di cittadinanza te lo tolgono, mica puoi fare il surfista a Malibu per il resto della vita. Sull’efficacia di questa sorta di salvaguardia è lecito nutrire più di un dubbio. “La condizionalità del beneficio è infatti spesso inapplicabile e inapplicata in tutti i paesi d’Europa”, ha ricordato Marco Leonardi sul Linkiesta.

È questa una delle ragioni per cui il Reddito di inclusione, lo strumento di contrasto alla povertà varato con la Legge di Bilancio 2018 è limitato nel tempo. Ma è per questo anche che molti sembrano gradire la prospettiva di un sussidio, al punto da impegnarsi attivamente per mantenerlo e schivare il rischio di un impiego vero e proprio.

Ne abbiamo ampia evidenza in Italia e all’estero: il rischio maggiore delle forme di supporto al reddito è che, una volta assegnate, finiscano per favorire la dipendenza dal welfare anziché l’impegno attivo a partecipare al mercato del lavoro; che siano cioè percepite come una sinecura invece come un intervento transitorio. Ne abbiamo avuto una dimostrazione, pochi giorni fa, coi primi esiti della sperimentazione sull’assegno di ricollocamento, di per sé intelligente e utile.

Alla fine dello scorso anno, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro (Anpal) ha invitato 28 mila percettori di Naspi a partecipare a un percorso di attivazione con colloqui, corsi di formazione e un sistema incentivante di ricollocamento. Solo un decimo ha risposto: il 90 per cento ha preferito la tranquillità del sussidio alla fatica del lavoro. Sarebbe naturalmente sbagliato fare inferenze troppo forti.

Come ha spiegato a Repubblica il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte, l’esperimento va replicato su una scala più vasta per capire meglio cosa non abbia funzionato e correggere gli errori. Ma, contemporaneamente, egli ha riconosciuto l’esistenza di un problema culturale: le politiche attive sono arrivate nel nostro paese con grande ritardo e soffrono di enormi problemi di coordinamento tra le regioni.

Semplicemente, i cittadini apprezzano più il beneficio del reddito che i doveri della cittadinanza, anche perché non hanno esperienza di un sistema differente. Né si può fargliene una colpa: i cattivi comportamenti derivano più spesso da perversi incentivi istituzionali che da cattiveria o pigrizia. Un caso clamoroso è quello della cassa integrazione straordinaria (che fino al Jobs Act poteva essere erogata addirittura per cessazione dell’attività): tale istituto presuppone l’immobilità dei fattori della produzione e tutela il dato formale (il posto) a scapito di quello sostanziale (il lavoro).

Le conseguenze riguardano tanto la cattiva allocazione del capitale quanto la condotta opportunistica dei cassintegrati: secondo il Rapporto Eurispes 2016: 1’83,3 per cento di quelli sondati ha dichiarato di aver svolto nell’ultimo anno almeno un lavoro in nero. La cassa integrazione non è, in fondo, un reddito di cittadinanza ante litteram?

E non sono un reddito di cittadinanza ante litteram anche le baby pensioni e le false pensioni di invalidità? Per quanto riguarda le prime, sono circa 500 mila coloro che percepiscono un assegno da prima del 1980, per un costo attorno ai 9 miliardi di euro annui. Verosimilmente, molti di loro hanno (o hanno avuto) un secondo lavoro sommerso.

Lo stesso può dirsi per le pensioni di invalidità: tra il 2004 e il 2016 la relativa spesa è cresciuta da 8,5 a 15,4 miliardi di euro, mentre il numero dei beneficiari è passato da poco meno di 2 a quasi 3 milioni di individui. Almeno in parte questi trend riflettono probabilmente degli abusi (nel qual caso, ancora una volta, è possibile che si affianchino a impieghi non dichiarati). Tesi confermata dal rallentamento registrato negli ultimi anni, in seguito al giro di vite messo in atto dall’Inps.

Sotto l’etichetta del reddito di cittadinanza ante litteram si possono includere, a ben guardare, tutte quelle attività incluse quelle che formalmente configurano un rapporto lavorativo che slegano il diritto di percepire un reddito dall’obbligo di produrlo. La crescita di un paese dipende infatti dalla sua capacità di impiegare i fattori della produzione in modo efficiente.

Se le istituzioni cioè le norme formali e informali svincolano il reddito dalla funzione sociale del lavoro (contribuire alla produzione di beni o servizi utili alla società) allora la domanda di lavoro ne risulterà spiazzata, perché chiunque preferisce il giardino dell’Eden alla vitaccia terrena. Non solo: ogni euro pubblico investito nel reddito di cittadinanza è un euro sottratto allo sforzo di alleviare il morso delle tasse su tutti gli altri.

Più vengono sussidiate attività improduttive, più quelle produttive dovranno essere torchiate. Se volete una fotografia del reddito di cittadinanza, guardate il debito pubblico. Se volete invece vederne gli effetti, basta un dato evidenziato da Giampaolo Galli: “l’Italia è di gran lunga il paese Ocse con la crescita più bassa: la crescita cumulata fra il 1995 e 2017 anni è stata solo del 6 per cento. Persino la disgraziatissima Grecia (cresciuta del 16 per cento) ha fatto molto meglio di noi”.

In fondo, il reddito di cittadinanza del M5s non è una ventata di novità per il nostro paese. Non è neppure un gattopardiano “cambiare tutto per non cambiare niente”. È semplicemente “more of the same”. E non può produrre nulla di diverso da quanto abbiamo osservato negli scorsi decenni. Per parafrasare Milton Friedman, se pagate la gente per non lavorare e la tassate quando lavora, non stupitevi di creare disoccupazione.

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