Casaleggio, Rousseau, e M5S… e la Democrazia: qualcosa ancora non torna

Che la Casaleggio Associati sia il motore, il perno su cui si è sviluppato M5S è palese e nelle cose. Farne una distinzione chiamandosi fuori dalla politica M5S come ha fatto Davide Casaleggio in una intervita su ilsole24ore (VEDI, la lettura vale la pena), è troppo facile definirlo una boutade: ecco cosa ha detto

Sia la Casaleggio Associati che l’associazione Gianroberto Casaleggio non hanno nulla a che fare con la politica. Sono entità, come ribadito più volte, totalmente estranee al M5S. Il mio impegno nell’associazione Rousseau è gratuito e non ha nulla a che vedere né con l’azienda che presiedo né con l’associazione in nome di mio padre, che ha uno scopo preciso: trovare spunti di dibattito e idee per capire il futuro. Una cosa che accomuna l’associazione Gianroberto Casaleggio e l’associazione Rousseau è che non hanno fini di lucro.

Parlando del rapporto politica impresa, in Italia è facile per gli interessati chiamarsi fuori. Ricordiamo una decisione relativa alle frequenze tv (se non andiamo errati) in cui il presidente Berlusconi è uscito dal Consigio dei Ministri, che ha approvato quanto predisposto, decidendo al riguardo (simile la dichiarazione del figlio di Gianroberto Casaleggio). Viene percepito  il sentore,  la sensazione, di una recita da repubblica delle banane.

Ciò detto, parliamo dei contenuti innovativi del progetto M5S (che non è di Grillo ma di Casaleggio padre). Partito con la visione di un modo futuro del fare Democrazia, basandosi su web, rete e ritorno a decisioni da democrazia diretta, superando la delega assegnata da voti con diritti universali. Il progetto sta andando avanti. Adesso si chiama Rousseau (non casualmente). Il piano mette a nudo le criticità della democrazia d’oggi e si propone  di darvi una risposta.

Proprio nello stesso giorno, un amico caro ci mette a disposizione una riflessione di John Stuart Mills (economista e sociologo inglese del primo Ottocento: due secoli fa). Guardate le riflessioni che qui vengono riportate. Giusto  il voto a tutti, anche alle donne ma ritiene …

…. “inammissibile che possa prendere parte al voto una persona che non sa leggere né scrivere ed è sprovvista delle nozioni basilari dell’aritmetica”, perché “non è utile, ma nocivo il proclamarsi della nazione l’ignoranza e la scienza ugualmente fondate in diritto a governare il paese”.

Mill completava la sua idea sull’estensione del suffragio elettorale escludendo dal diritto di voto coloro che non pagano le imposte dirette, ritenendo “indispensabile che solo chi paga le tasse possa eleggere l’assemblea che decide le tassazioni generali o locali”, perché “il contribuente, ove non sia persona colta e assennata, non identifica il suo interesse colla modicità delle pubbliche spese in un modo così intenso, come quando il denaro per farvi forte gli vien chiesto direttamente”.(Rocco Todero)

Scopo di questo articolo è mettere in relazione il progetto Casaleggio di un superamento della democrazia delegata adottando decisioni in tempo reale e votazioni continue. Alleggerendo la struttura con le esigenze sempre più rilevanti di una partecipazione consapevole alla gestione della Comunità.

Sarebbe ipocrita, tuttavia, tacere del fatto che la soluzione adottata forse ha sacrificato oltremodo l’altra faccia della medaglia, poiché non ha eliminato il problema dell’esercizio consapevole e responsabile dei diritti politici che non è assicurato di certo dalla riduzione dell’analfabetismo ai minimi termini.

Dal “popolo” indifferenziato al quale si strappa una delega che si trasforma in potere, che genera statalismo di fatto e accentramenti,  verso un sistema stato  più leggero, per arrivare a  combinazioni e segmentazioni  nell’esercizio  delle  decisioni comuni,  che permettano scelte consapevoli, nell’interesse collettivo. Un percorso non facile, complicato, che sarà contrastato, ma verso il quale la società del terzo millennio ha bisogno di pervenire.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 7 aprile 2018 11:47

    Caro Luigi, mi permetto di sottolineare un paio di aspetti. La democrazia diretta presupporrebbe, al fine di avere un voto consapevole, lo studio e l’approfondimento delle varie questione messe in votazione. Prendendo spunto dall’articolo da te menzionato (VEDI):

    Come ha insegnato Benjamin de Constant pretendere che ogni singolo cittadino in età adulta abbandoni la cura dei propri affari per dedicarsi all’apprendimento di quelli pubblici significherebbe rinunciare alla libertà dei moderni e retrocedere ad una organizzazione politica ed economica primitiva.

    Ecco perché la democrazia diretta NON può funzionare. Trasparenza sì, affinché chiunque, volendo, possa controllare e verificare l’attività politica che deve essere limpida (e non dettata da interessi e accordi sottobanco come troppo spesso è accaduto nella storia), ma democrazia diretta NO!
    In definitiva, il succo dell’articolo sul quale concordo pienamente è:

    Oltre che nell’insopprimibile necessità della democrazia rappresentativa, che assegna (o almeno così dovrebbe) ad un corpo specializzato il compito di esercitare le specialissime competenze degli affari pubblici, il dilemma di John Stuart Mill (ci sia consentito di definirlo così in questa sede) potrebbe trovare adeguata e definitiva soluzione nella democrazia minimale propugnata dal filosofo del diritto Bruno Leoni. Uno Stato minimo all’interno del quale le decisioni collettive siano ridotte all’indispensabile, di modo che ciascuno sia quanto più artefice della propria sorte e tanto meno responsabile delle decisioni che incidono sulla vita altrui.

    Nei fatti, nemmeno il M5S si muove (più, quand’anche lo avesse mai fatto davvero e non semplicemente di facciata) nell’ottica di una democrazia diretta: non ha messo ai voti la linea da tenere nelle consultazioni, non lascia che a scrivere il “contratto di governo” siano gli iscritti a colpi di click (da proporre a chi? altri click), ma permette al gruppo dirigente di gestire la faccenda (in questo non è diverso da ogni altro partito). Anche perché se si deve decidere di urlare un bel “vaffa” la cosa è relativamente semplice, ma quando si devono prendere decisioni complesse con una moltitudine di variabili e di opzioni, la questione diventa spaventosamente complicata e mostra tutti i propri limiti. In definitiva, parafrasando il famoso slogan, Uno vale uno …tutti gli altri sono nessuno.

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 7 aprile 2018 17:44

    Concordiamo su tutto… siamo al “camp di cent pèrtich”
    si gira intorno e, ciò che rimane da fare è molto, ancora molto.

    Per questo la Democrazia diretta, oggi, è questione futuribile (soprattutto su scala nazionale)
    più praticabile nei comuni, mutuando principi e prerogative dalla Svizzera (con gli adeguamenti del caso Italia)

    Nel contesto di un percorso verso la democrazia diretta, lo stato centrale deve ridurre di molto la sua funzione

    buon giornata

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 8 aprile 2018 12:24

    Purtroppo appare estremamente difficile richiudere il vaso di Pandora una volta aperto.

    Convincere le masse a passare da uno stato “pesante” a uno stato leggero (minimo) è impresa assai ardua, anche perché i ragionamenti sono contro-intuitivi e le sirene del fantomatico welfare-state, il mitologico bene comune (di cui tutti parlano ma che nella realtà nessuno conosce e non è quindi perseguibile), risultano quanto mai accattivanti (per quanto illusorie e fallaci) e spingono nella direzione opposta (nonostante gli scarsi risultati).

    In praticamente tutta Europa (in tutto il mondo, esclusa forse la sola UK che già aveva, probabilmente per ragioni coloniali, elevati livelli di spesa pubblica) il peso della spesa pubblica sul PIL ha avuto un andamento crescente negli ultimi 50 anni e oggi è mediamente il 50% più alto di quanto non fosse nel 1970 (VEDI), un trend che, ovviamente, non poteva continuare.
    Possiamo affermare che questa massiccia crescita della spesa pubblica ha avuto effetti benefici sull’equità e sul bene comune?
    Visto che le recenti statistiche dicono che quasi un italiano su 4 è a rischio povertà non direi proprio.

    Per inciso, è interesse del “politico” avere soldi da spendere per cui eventuali finanziamenti pubblici o riconoscimenti pubblici vari andranno a quegli studiosi che sosterranno la necessità che lo stato (e quindi il politico) spenda, non a chi dice il contrario.

    Non a caso la stragrande maggioranza delle produzioni moderne sono di stampo keynesiano e negli ultimi anni, che nella realtà certificano il fallimento della spesa pubblica e delle politiche volte a regolare il mercato, abbiamo, invece, assistito a un costante e martellante bombardamento contro il liberismo (e l’austerity) colpevole della crisi e dello stato di disagio

    (nulla di più falso, ma, come noto, una bugia ripetuta un numero sufficientemente alto di volte, alla fine diventerà la verità).

    RE Q
  4. #4 scritto da socrate lusacca il 8 aprile 2018 23:52

    La descrizione puntuale di Andrea dimostra in modo plastico l’incapacità del sistema democratico, per come si è consolidato nell’ultimo secolo,
    la delega come strumento di gestione proprietaria da parte delle maggioranze di turno,
    la distribuzione di risorse che implementa il welfare quale strumento per mantenere o accrescere il consenso
    poco o nulla badando sugli effetti immediati e a lungo termine sui conti dello stato.

    Il cambiamento deve passare per un mutamento radicale del far politica,
    dell’esercizio della democrazia…

    Così non si può andare avanti…

    RE Q
 
 

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