Auspicare l’eguaglianza: progressisti o pasticcioni?

Argomento che ci fa tornare ab ovo, alle origini. Il far politica progressista, da quando la democrazia moderna  è ri-nata nel Settecento in Inghilterra, ha avuto come faro acchiappa falene il proposito della società di eguali, la riduzione delle disuguaglianze, ininterrotta  fino all’obiettivo finale sintetizzato da slogan immortale di Karl Marx:

DA CIASCUNO SECONDO LE SUE POSSIBILITÀ
A CIASCUNO SECONDO I SUOI BISOGNI

Un obiettivo affascinante che ancora oggi viene proposto come due secoli fa. Qualcosa di simile al Vangelo letto in chiave egualitarista, quando invece non lo è per nulla. Il Vangelo non si rivolge a gruppi sociali, paesi, economie o che altro. Compie un processo individuale e trasmette comportamenti individuali etici. AMA IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO, ne è la sintesi anch’essa affascinante, tuttora valida.

Nelle parabole in cui parla di economia il Vangelo prende atto delle disuguaglianze e ha precisi indirizzi che premiano il merito, il ben fare. I talenti che il padrone affida in modo diverso ai servi, chiedendo loro di farli fruttare. Quando ritorna premia chi, impegnandosi e rischiando con misura, darà migliori risultati. Premiando chi è meglio riuscito e sanzionando chi nulla ha compiuto per migliorarsi.

Vero che un senso comunitario ha caratterizzato diverse Comunità cristiane degli inizi, con la messa in comune dei beni. Il paradiso come premio nella vita eterna è descritto come un benessere assoluto per tutti. Cosa che però suscitò perplessità diverse fra i teologi. Tommaso d’Aquino per giustificare la diversa pienezza della felicità eterna fece uso del paragone fra bicchieri di misure diverse: ognuno  godrà della felicità possibile in relazione alla dimensione del proprio bicchiere (pieno per tutti ma dalle dimensioni diverse). Il di più eventuale sarebbe sprecato.

Una presa d’atto già allora (800 anni fa), delle diseguaglianze naturali, delle diverse capacità, dei talenti che generano condizioni diverse di  vita, di  aspettative, di capacità di fare e di far uso delle proprie doti. Ridurle  distribuendo bicchieri eguali per tutti non è una soluzione (tanto più che i beni disponibili non sono mai sufficienti, le ripartizioni è inevitabile che siano diverse).

La spinta alla crescita ininterrotta durata un paio di secoli  è stata il terreno nel quale la diffusione elettorale del far politica (sopra in rosso) si è basata su generose promesse di  aspettative di crescita, miglioramenti delle condizioni, del welfare, ecc. Non soffermiamoci ancora sull’ipotetica società di eguali. La fortuna  di questo modello progressista è stata realizzata non dai progressisti ma dalla crescita dell’economia, dell’industrializzazione, dai mercati sempre più ampi che chiedevano sempre più prodotti, in un’area relativamente ristretta di paesi industrializzati.

Adesso siamo in mezzo a un guado, al ripensamento sul futuro prossimo (nel nostro Occidente). Le aspettative di crescita ulteriore si riducono, l’efficienza diventa il punto focale su cui costruire la capacità di competere nel mondo. La rendita di posizione che ha consentito di “ vendere” per due secoli “il sol dell’avvenire” non tiene più, viene meno. I progressisti  (i positivisti si diceva una volta) sono costretti al bagno della mutata realtà.

Non hanno ancora ben capito come sta la faccenda, in ciò indotti dalla conservazione dei collaudati esiti passati ma anche aiutati da economisti per modo di dire che,  basando ancora lo scopo dell’economia politica sull’eguaglianza, nella riduzione delle differenze, propongono soluzioni neo-keynesiane (svalutazione controllata) o analisi sistemica come Picketty: “la disuguaglianza in se stessa sarebbe un male”, il male da battere.

Non è così e non potrà essere così: i temi populistici di questi giorni, fanno impressione per la credibilità che i media attribuiscono loro con la pubblicazione asettica di temi quali: soldi per tutti disponibili a pronta cassa. Non solo non ce n’è, ma la cassa è terribilmente vuota, con un debito pubblico di 2300 miliardi che ci costa un patrimonio in soli interessi (senza contare la riduzione che bisognerà programmare, e presto…). Non possiamo investire e dobbiamo pagare interessi e ridurre il debito.

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