Palestina è Israele? Percorso incompiuto, da risolvere

Siamo abituati a considerare il territorio che storicamente è stato chiamato Palestina (lo storico greco Erodoto nel quinto secolo A.C.), all’incirca come da noi inteso, l’area a Ovest del Giordano dal Libano all’Egitto. Per gli ebrei, in quel passato, l’equivalente di Palestina corrispondeva al Sud dell’attuale Israele, mentre la Bibbia, vede Eretz Yisrael, la terra d’Israele nella parte superiore.

Questa è storia (cui si richiamano i contendenti odierni). Israele come patria per gli ebrei è spuntata nel corso della prima guerra mondiale la dichiarazione del ministro degli esteri inglese Artur Balfour al banchiere Rothschild nella quale  riconosce la possibilità di un’area nella quale gli ebrei dispersi in altri stati potessero qui trovare una Comunità (non uno stato propriamente detto). Eravamo nell’epoca del colonialismo delle cannoniere….

La Palestina e i suoi abitanti (ebrei compresi, pochi, come i cristiani), entro il mondo arabo-ottomano ha vissuto per 1.400 anni, senza conflitti, senza guerre (tranne il breve periodo delle Crociate). Palestinesi non diversi dagli Ebrei, allora. Neppure dal punto di vista linguistico, normativo. Tranne una tassa per i non aderenti all’islam.

La seconda guerra mondiale impose alle potenze vincitrici, con l’ecatombe che colpì gli ebrei europei(una sorta di compenso), il riconoscimento di uno stato d’Israele. Il comprensibile nazionalismo ebraico lo pagarono i palestinesi: non ebrei che quell’area abitavano. Espulsi per la gran parte: verso la Giordania soprattutto, e verso il Libano a Nord, oltre alla diaspora degl’islamici.

Le vicende militari che hanno in seguito bagnato l’area (non solo di distruzioni)  hanno comportato un’espansione d’Israele rispetto a quanto riconosciuto dall’ONU. Da oltre mezzo secolo è stabilizzato uno stato ebraico, dalla natura nazionalista, che accorda alle minoranze non ebraiche uno status e possibilità, libertà minori.

Cosa nel frattempo è diventata la Palestina divenuta Israele è un’esperienza che entusiasma. Un’area semidesertica dalla gestione non dissimile rispetto alle altre aree del Medio Oriente, si è fatto un paese moderno, occidentale, sostanzialmente europeo (se si considerano i provenienti nella quantità maggiore).

Uno stato “nuovo”, costruito con l’impegno e l’idea fondante di un riscatto da “popolo eletto” che si rifà alla Bibbia, all’Eretz Yisrael, porta inevitabilmente a difendere quanto realizzato.  A tenere fuori, distanti, a espellere progressivamente quanti a questa visione non appartengono.  Oltretutto questo stato di 8,5 milioni d’abitanti, se visto rispetto a quanto sta in giro, nel Medio Oriente, diventa un’isoletta circondata da 400 milioni d’arabi (per non dire del resto).

La novità che ci fa soffermare su questa situazione viene da ciò che, preparato in questi mesi, è partito venerdì fra le popolazioni palestinesi circostanti. Un’idea nuova che punta a far emergere il peso dei numeri attraverso la non violenza, con manifetazioni prossime ai confini, nell’intento non armati, dimostranti pacifici che portano a pensare alla marcia del sale non violenta di Gandhi di ormai un secolo fa, in India.

La pressione umana potrà prevalere? Certo che Israele farà di tutto perché non avvenga, in un confronto che si protrae all’infinito, con tutti i mezzi. Siamo a Pasqua e questa perenne tragedia, in questi luoghi tanto importanti per cristiani e tutte le religioni monoteiste, ci obbliga a riflettere: per noi stessi, per le nostre responsabilità indirette sulle origini. Spingere, muoversi perche si arrivi a una soluzione.

Ciò che a noi pare di vedere in questo intricatissimo scenario, è un percorso  che porti ad un graduale superamento dei nazionalismi reciproci, individuando una convivenza possibile, con un reciproco riconoscimento dell’altro.  Confini, percorsi, ecc. fanno parte del puzzle. Facile a dirsi; difficilissimo, ma è un percorso che diventa obbligato.

Questo confronto guerreggiato e di reciproca ripulsa non avrà fine, in questi termini non avrà mai fine perché non potrà esserci un vincitore, sull’annientamento del “nemico”. Auguriamo di cuore, auspichiamo e operiamo per un movimento,  che sblocchi, che superi il confronto d’armi e d’odio reciproco. Nei modi che le nostre convinzioni ci indicano come più rispondenti alla bisogna: pace ai Palestinesi, agli Ebrei alla terra da cui in un modo o nell’altro veniamo tutti. Che sentiamo anche come nostra, a cui sentiamo di partecipare.

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