Globalizzazione in crisi? Certo, in Occidente ma non solo

Da qualche mese, diciamo pure dalla gestione Trump, per semplificare: giornalisti specializzati, economisti diversi , insomma il mondo dei media, sta suonando un piffero: la globalizzazione è in crisi e bisogna correggere. O addirittura tornare indietro. Un movimento così rivoluzionario come la globalizzazione, in mezzo secolo sviluppatosi al galoppo, diciamo dopo la caduta del muro di Berlino, è un miracolo senza precedenti che sia avvenuto senza guerre.

Un evento che riguarda tutto il globo, tutti i paesi in tutti i continenti, è impossibile senza che nel suo percorso non richieda aggiustamenti. Che nel procedere si presentino esigenze di correzione è inevitabile; obbligato. Quindi ben venga un ripensamento circa una serie di aspetti, ma anche, in particolare,  circa  i tempi  di avanzamento.

Definiamo intanto cos’è la globalizzazione, almeno come la intendiamo noi. Globalizzazione è un percorso secolare che sviluppa tutto il globo riducendo progressivamente le differenze abissali fra l’Occidente (l’area che ha inventato l’industrializzazione) e il resto del mondo. Il risultato verso cui tende è un mondo di eguali, con differenze che man mano si riducono.

Processo secolare, si badi, con accelerazioni e rallentamenti, anche con tentativi di blocco da parte di chi si sente penalizzato da un processo del genere. L’Occidente ad esempio in questo processo attraversa una lunga traversata nel deserto, con l’economia delle imprese maggiori che diventano globali mentre la marginalità del fare impresa usuale si riduce, la retribuzione del lavoro è penalizzata dai paesi che crescono, con le conseguenze che sono prevedibili.

Questo processo immane non deve essere prioritario sempre e comunque: il cammino deve considerare gli effetti sociali del procedere nei paesi avanzati. Il cambiamento nei processi industriali, finanziari, commerciali, sono di una complessità inedita e richiedono passaggi e correzioni, aggiustamenti che permettono alle società affluenti (ex) un procedere ordinato, che eviti criticità che possono socialmente uscire dal controllo.

Occorre tenerne conto, anche se questi aggiustamenti comportano un inevitabile rallentamento parziale dei paesi emergenti che sono nella loro fase affluente. Ciò detto le scelte basate sulle analisi economiche della globalizzazione, di parte occidentale, per quanto finora si riesce a comprendere, riguardano gli effetti sul lavoro, sulla società, su scelte statali o di area che tentano di giocare sulla svalutazione competitiva.

Oppure ancor più semplicemente ci sono movimenti di chiusura commerciale. Si propongono passi indietro negli accordi commerciali globali, l’istituzione di dazi, quasi tornando  alla situazione da cui faticosamente, lentamente si è usciti. Il trasferimento di masse umane rilevanti, specializzate da un lato, dalle competenze più generiche o basic dall’altro, ne sono  un altro fattore conseguente.

E vero: tutti questi fattori sono il portato parzialmente negativo della globalizzazione che muove tutto il mondo e lo fa girare più in fretta. Le correzioni, perché questi passaggi critici avvengano nel modo migliore possibile, devono essere condotte per mano, con la gradualità e il contributo di tutti i soggetti del sistema globalizzato.

Perché ciò avvenga è necessario che questa visione, che sinteticamente qui viene esposta, abbia strumenti sovranazionali e competenze nuove. Finora  non si trova con la chiarezza di sistema necessaria, nei saloni della politica, nelle università, fra le personalità che globalmente incidono di più.

La critica sistematica dei trent’anni trascorsi, l’auspico a tornare alla situazione precedente, se non si ha una visione adeguata, rischia di portare danni per tutti. La riduzione dei mercati porterà inevitabilmente a un calo del benessere nei paesi dell’Occidente; si ridurrà la capacità competitiva di quelli in via di sviluppo, tutti esporterebbero meno. Meno mercato, meno sviluppo, rallentamenti più severi. Un poco come segare il ramo dell’albero su cui si sta seduti.

Soprattutto sarà una tragedia per i meno fortunati, per i paesi che sono letteralmente già adesso alla fame e torneranno alle epidemie, alle siccità, alle miserie estreme; aumenteranno i morti per fame. Staremo meno bene tutti. Il nostro globo è diventato un cortile nel quale tutti dobbiamo convivere e tutti comprendere le situazioni altrui, pensando in chiave globale. Ne parleremo ancora….

  1. #1 scritto da Andrea D. il 1 aprile 2018 19:24

    Argomento estremamente interessante e sottovalutato dai media.
    Il libero commercio, di norma, produce vantaggi per tutti i paesi coinvolti e tende a riequilibrare gli squilibri esistenti.
    Proprio lì sta il problema: un Occidente “ricco” e il resto del mondo in fase di sviluppo, ma molto più arretrato, più povero.

    La globalizzazione sta mettendo in atto una redistribuzione da noi a loro che renderà l’Europa più “povera” (o crescerà poco, ndr) e i paesi emergenti un po’ più “ricchi”.
    Però i comunistelli nostrani, che pure dovrebbero essere degli strenui sostenitori della redistribuzione della ricchezza, questa la contestano: sarà perché il concetto funziona alla perfezione quando si è dalla parte di chi deve ricevere, ma mostra la corda quando ci si trova dalla parte di chi deve dare?

    A redistribuire deve essere sempre qualcun altro (oggi il “nemico” sono i ricchi, come se andando a caccia dei ricchi, nemmeno fossero streghe, si aumentassero le entrate fiscali invece di diminuirle!

    Hollande ha rinunciato al suo proposito di tartassare i ricchi e la percentuale di tasse pagata dai più ricchi è aumentata considerevolmente negli USA dopo il taglio delle tasse voluto da Reagan). Il meccanismo, il riequilibrio, la redistribuzione, non può essere arrestato, non con le buone almeno.
    Lo si può contrastare (e di norma si commetterebbe un errore con più svantaggi che vantaggi), ma il riequilibrio non può non avvenire.

    C’è solo un dato che stona: il libero commercio presuppone una concorrenza “leale” tra paesi e cittadini liberi in un clima di reciprocità e, ad oggi, non è questo il caso.
    La battaglia, però, non dovrà essere per la strenue difesa dei privilegi dell’Occidente (sarebbe un tragico errore e non produrrebbe i risultati sperati), ma per ottenere una concreta apertura e reciprocità tra gli attori coinvolti.
    Che l’Europa sia costretta a fare un passo indietro mentre gli altri fanno un passo avanti è una dura realtà che non potrà essere evitata!
    Il mondo nel complesso sarà più ricco, ma non tutti gli attori coinvolti lo saranno. Qualcuno sarà più povero del proprio padre e questo è difficile da accettare.

    Ci salveranno fantasiose teorie socialisteggianti del tipo redistribuire il lavoro scarso tra i lavoratori (a parità di salario, ovviamente, il famoso motto lavorare meno lavorare tutti) o, peggio che peggio, redistribuire la ricchezza a tutti anche, e soprattutto, a chi non lavora (come farnetica Grillo)? Temo proprio di no.

    Per chi mastica un po’ di inglese qualche video molto divertente, semplice e istruttivo su come funziona il sistema fiscale in termini di birre bevute (VEDI), sull’equità (???) del sistema di tassazione progressivo (VEDI)
    e sul perché gli Stati Uniti sono una potenza mondiale, cioè sui benefici della libera impresa (VEDI).

    RE Q

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