Welfare e Workfare: in Italia le idee non sono chiare. Per niente

Il termine abbinato viene da una tendenza crescente nell’Occidente sviluppato a spostare le risorse dal classico welfar state (di natura puramente assistenziale, come il reddito di cittadinanza) alle politiche work fare state, alternativo all’assistenza, finalizzato ad evitare gli effetti disincentivanti sull’offerta di lavoro che il welfare ha prodotto. In pratica collega il trattamento welfare allo svolgimento di un lavoro.

L’attenzione dal welfare state al workfare si propone di ottimizzare le risorse destinate alle fasce marginali che rifiutano o tendono a rifiutare il lavoro, spostando l’investimento pubblico verso un’attività lavorativa. Paesi in cui l’offerta di lavoro c’è ma fatica a trovare personale, paesi insomma che sono a un livello di disoccupazione residuale, alla piena occupazione  quasi. L’Italia ha il problema, perché fasce di popolazione vivono di attività assistenziale, incoraggiate anche da proposte politiche rivolte al futuro ed oggi sostanzialmente non praticabili.

In questi giorni se ne parla perché uno studio dell’ordine dei consulenti di lavoro è stato pubblicato e se ne sta parlando (VEDI). La visione di questo studio è volta a raffrontare gli investimenti pubblici europei nelle agenzie di lavoro (piuttosto elevati), con la minore occupazione negli uffici di collocamento  (oggi chiamati Centri per l’Impiego).

Risulta dallo studio che l’Italia spende molto di più per gli incentivi al lavoro e molto meno per la formazione (vedi pag 7 dello studio). Qui la differenza è da credere venga dallo stato di minore occupazione italiano: ricordiamo, perché se ne parla troppo poco, che negli ultimi dieci anni l’Italia ha ridotto del 25% la attività manifatturiera. Su questo dato deve riflettere che ha vinto le elezioni.

Quella meno qualificata in prevalenza, anche delocalizzata (trasferita all’estero). Quindi una maggiore tendenza all’assistenza viene più facile (e più utile dai politici per raccogliere consenso). Organizzare un’efficace sistema che leghi l’assistenza alla ricerca attiva di lavoro è più complicato e meno premiante in termini di voti.

Un altro aspetto fa emergere lo studio.La tendenza che si registra in Italia è di un continuo ricorso ad incentivare le assunzioni a tempo indeterminato. Questa misura in realtà favorisce principalmente le transizioni di occupati verso forme standard di lavoro piuttosto che favorire il reinserimento dei disoccupati.”

Interessante anche l’osservazione relativa al collocamento pubblico: “In Italia … meno di 9 mila dipendenti dei centri per l’impiego pubblici. La Francia … 50 mila addetti dei pôle emploi, la Germania i 110 mila addetti ai servizi per il lavoro.” Dato su cui si sono sbizzariti commenti di diverso orientamente anche arrivando a chiedere 35mila assunzioni negli Uffici di Collocamento.

Ma gli uffici di collocamento generano in Italia quasi zero di occupazione. Ricordiamo che erano 45mila gli occupati quando in Italia è partito l’interinale (1998). La ricerca di occupazione dell’interinale genera milioni di contratti ogni anno: occupazioni anche di pochi giorni ma di cui un 25% nel tempo si trasforma in occupazione stabile (a costo zero di welfare). Bisogna fare il conto con l’inefficienza della P.A. : marginali comunque i nuovi assunti nei CPI (centri per l’impiego). Non avrebbe ritorni significativi.

In buona sostanza dallo studio emerge l’incapacità dello Stato (italiano) di trasferire risorse dal welfare (assistenza) al merito (incentivo per chi si impegna al lavoro, per l’impresa che assume). Oltre al fatto principale che riguarda il sistema Italia: il lavoro è poco, bisogna far crescere l’economia, le imprese, bisogna ritornare a generare ricchezza, posti di lavoro.

Un esempio distorsivo  di politica attiva del lavoro in Italia è stato sviluppato con i lavori socialmente utili (LSU), trasformatisi in breve in un parcheggio a far nulla, a costo pieno per le nostre tasche. Ai lettori un indovinello sul paese che più si sta muovendo in questa direzione:  gli USA si stanno allontanando gradualmente dai programmi di assistenza sociale, prestando invece la propria attenzione al decentramento delle competenze ed al legame con il mondo del lavoro. Programmi “che condizionano gli aiuti sociali all’obbligo di lavorare per coloro che ne beneficiano” (Barbier).

Qui devono essere collocate le risorse dello Stato: più efficacemente qui lo Stato deve destinare i risparmi di spesa (di tasse): lo Stato deve costare meno, perché l’economia riparta davvero., perché il lavoro possa svilupparsi. Trasferire risorse dall’assistenza al lavoro, in Italia deve farsi così: prima di tutto. Poi, resa più efficiente la P.A. si potrà ridurre il periodo che intercorre fra la perdita di un lavoro e il nuovo, attraverso meccanismi di supporto e formazione attiva.

  1. #1 scritto da Andrea D. il 29 marzo 2018 10:21

    Qualche precisazione, prima che un lettore distratto si convinca che basti assumere 100.000 persone nei centri per l’impiego per risolvere il problema della disoccupazione in Italia. Non è affatto così!

    La disoccupazione si sconfigge in un modo solo: creando offerta di lavoro e l’offerta di lavoro la si crea attuando le condizioni che favoriscano la nascita e lo sviluppo delle imprese
    (meno burocrazia, meno tasse, più flessibilità),
    lavorando allo stesso tempo sul versante della domanda
    (formazione, per far incontrare domanda e offerta, per far sì che le professionalità richieste possano essere reperite e, allo stesso tempo, per cambiare la mentalità prevalente,
    visto che un recente studio
    ha rilevato che la propensione degli italiani a spostarsi dal luogo di residenza abituale per ragioni di lavoro è molto più bassa rispetto alla media europea,
    forse anche per un livello di servizi non all’altezza nonostante l’elevata pressione fiscale).

    Senza offerta di lavoro non ci sono centri per l’impiego o politiche per il lavoro che tengano. Assumere nuovo personale servirà solo a collocare quelle persone, per altro a produttività zero quindi aggravando ulteriormente il sistema e peggiorando la situazione complessiva.

    Finché in Italia la pressione fiscale reale complessiva (compresa la tassa occulta tutt’altro che modesta della burocrazia) resterà ai livelli attuali, finché il costo del lavoro, rapportato alla produttività, resterà eccessivo, non ci sono ricette (magiche) che tengano!
    Si possono prendere provvedimenti tampone, molto costosi e dalla dubbia utilità (l’ultimo intervento sulla decontribuzione per i nuovi assunti, estremamente oneroso, ha prodotto risultati modesti, come rilevato da uno studio secondo il quale l’85% delle assunzioni che si sono verificate, sarebbe avvenuto ugualmente, anche senza incentivi), ma non si risolve il problema (anzi, col tempo si aggraverà sempre più e alla prossima crisi potrebbe raggiungere livelli insostenibili).

    RE Q
 
 

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