Un’analisi elezioni da Buccinasco. Interessante sasso nello stagno

Riceviamo l’analisi del voto appena concluso da un Cittadino di Buccinasco il quale non ce ne chiede la pubblicazione. La invia come riflessione personale per confrontarci sui contenuti o meno. Un’onesta intellettuale e una disponibilità al confronto da apprezzare, che a nostro parere  dimostra il peso, soprattutto entro l’area nella quale si sente partecipe : Loris Cereda.

Non si tratta di un Cittadino qualsiasi: comunque si vogliano giudicare la sua avventura di sindaco, all’ormai conclusa vicenda che lo ha coinvolto, rimane persona che vale. La sua esperienza può dare un contributo utile a Buccinasco. Non solo nell’area centro destra, sostanzialmente afono, privo di voci se non quando si avvicinano le elezioni.  Rimandiamo i commenti e invitiamo i lettori a una lettura. Abbiamo diviso in due le sue riflessioni.

Dopo il voto – primo tempo: il Centro Destra

(08 Marzo 2018 – Loris Cereda) Possiamo ragionevolmente pensare che il partito che in Italia si presenta come il riferimento per i moderati e i liberali non riesca a raggiungere il 15% dei voti? Ovviamente no, e allora vediamo come mai ciò è avvenuto con Forza Italia alle ultime elezioni per capire se e come si può ricreare un partito di centro moderato che rappresenti il fulcro di un centro-destra in grado di essere maggioranza politica, oltre che sociale, dell’Italia.

PERDITA DI LEADERSHIP: Il risultato della Lega, vicino al 20%, è con tutta probabilità drogato dal confronto tra le leadership, da un lato un Berlusconi stanco e incapace di creare emozioni nuove nell’elettorato che ha cercato di riproporsi nel solito modo senza capire che aveva ormai spremuto troppo lo stesso limone, dall’altro un Salvini che, nonostante a mio avviso sia ben lontano dall’avere il carisma di un vero leader, per lo meno poteva far finta di rappresentare il “nuovo” (in realtà tutta la sua carriera politica si è sempre svolta all’ombra di Bossi e in pieno accordo con lui, ma è riuscito a non farlo emergere).

Il problema Berlusconi è anche il problema della mancanza di una leadership alternativa all’interno di Forza Italia. Sicuramente anche qui ci sono grosse responsabilità del fondatore che ha sempre privilegiato il rapporto con gli “allineati” evitando che si sviluppasse un dibattito interno in grado di far emergere voci nuove, non minori però sono le colpe di tutte le seconde linee del partito; chi perché ha preferito stare nella scia del Capo per andare avanti senza sforzo e senza meriti e chi perché, invece di lavorare per affermare il rinnovamento del partito nella sua unità, ha preferito coltivarsi il suo orticello elettorale per potersi offrire, al bisogno, al miglior offerente.

Resta il fatto che FI ha oggi un Leader che non è più in grado di dare il valore aggiunto che gli ha permesso di essere per 20 anni il centro di gravità politico del paese.      Quindi o FI si rinnova o, presto o tardi, ma forse presto, un soggetto che avrà un altro nome si proporrà per raccoglierne l’eredità. Ovviamente non guidato da chi come Fini, Alfano e compagnia cantante si è per anni abbeverato ai ruscelli berlusconiani.

L’auspicio è che FI riesca a fare questo passo e che Silvio Berlusconi ne favorisca l’evoluzione. Abbiamo così il nostro 15% da cui partire al quale credo si possa tranquillamente aggiungere un buon 4% di elettorato che ha votato Salvini per non votare Berlusconi. Siamo al 19%

IL MONDO CATTOLICO E I MODERATI DI CENTRO SINISTRA: Anche quando Berlusconi aveva una formidabile forza di attrazione sull’elettorato, principalmente per la sua capacità di offrire una scelta unitaria e vincente, una fetta del mondo cattolico e moderato gli stava lontano. Alcuni perché non condividevano l’opzione centro-destra, alcuni invece proprio perché non accettavano l’uomo con le sue caratteristiche comportamentali, il suo modo “personalistico” di gestire i problemi della giustizia, il suo essere imprenditore e politico con (sicuramente amplificati dalla propaganda contraria) conflitti d’interesse.

Questo elettorato di centro può a mio avviso tornare nel partito cardine di una coalizione di Centro-destra se riuscirà ad esprimere una classe dirigente nuova ed equilibrata.       Del resto, è facile notare che la sinistra ha ormai abbandonato il PD in favore del M5S e gran parte di quel 20% che rimane è elettorato di centro. Diciamo che un 3%, anche in questo caso può tornare alla base. E siamo al 22%.

IL MOVIMENTO 5 STELLE: Molto del suo elettorato è sicuramente un patrimonio che con il centro moderato ha poco da spartire, molto, ma non tutto. Sicuramente anche lì c’è una fetta di moderati che semplicemente si è stufata di vedere promesse non mantenute, potere d’acquisto in calo, mancanza di prospettive per i figli, un partito che dialoga con gli elettori solo prima del voto ecc…

Possiamo sicuramente credere che un 4% possa sicuramente tornare ad essere attratto da un centro capace di esprimere in modo credibile gli ideali liberali e le idee di modernizzazione, sburocratizzazione e rilancio del paese. Siamo al 26%

ASTENSIONE: Francamente credo che il 28% della gente che non ha votato sia in buona parte gente che non crede nel nostro sistema sociale e politico o che, se ne disinteressa. Anche qui però bisogna riflettere un attimo. In queste elezioni l’offerta di opzioni politiche era così ampia che non trovare qualcosa che corrispondesse alle tue idee era piuttosto difficile. Sicuramente però era impossibile per chi cercava un centro moderato solido, innovativo e propositivo. Quanti saranno? Diciamo un altro 4%. Siamo così arrivati al 30%, ma non è tutto.

Tag:

  1. #1 scritto da Adriano Carena il 13 marzo 2018 10:46

    Convengo che l’analisi sia interessante, o almeno curiosa. Ho però il sospetto che possa valere anche per il PD, che col 2% di qua, il 4% di là ecc. arriverebbe a superare il 30 % … Adriano Carena

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 13 marzo 2018 10:48

    Bisognerebbe mettersi d’accordo sul significato di “moderato”. Se per “moderato” si intende liberale (e anche liberista, con buona pace di Croce), allora stiamo parlando di una sparuta minoranza.

    L’Italia è stata, per tutta la vita repubblicana, cullata dal concetto di spesa pubblica, usata come facile meccanismo di produzione del consenso e consolidamento del potere.
    Questa era la realtà della DC, in particolar modo al Sud, dove il consenso veniva letteralmente “comparto” a suon di spesa pubblica, checché ne dicano le tesi da arruffapopoli di Pino Aprile
    (il Comune di Napoli ha una spesa pro capite che è quasi doppia di quella di Milano, ma i tagli sono stati lineari! Chiaramente il 5% di 100 comporta un taglio maggiore del 5% di 50, ma lo squilibrio rimane a favore del primo non del secondo! Una rimodulazione sulla base di un costo standard avrebbe avuto ben altri esiti).

    La spesa pubblica, ipertrofica e inefficiente, ha creato tanti e tali rent seekers che è praticamente impossible pensare a dei tagli senza incidere su questa o quella categoria e quindi inimicarsi una parte dell’elettorato.

    Il M5S si pone come partito dalle mani libere e pronto a fare tagli?
    Magari!

    In realtà, in perfetto stile democristiano (come Renzi del resto) si pone come il distributore di soldi pubblici a pioggia
    (più o meno reali)
    e come sostenitore del primato della spesa pubblica (lo Stato) rispetto alla spesa privata, quale motore di crescita e sviluppo!

    Ovviamente niente di più lontano dalla realtà.
    In caso contrario i paesi socialisti sarebbero quelli più avanzati ed economicamente progrediti e sappiamo tutti (beh in realtà non proprio tutti) che non è affatto così.

    RE Q
  3. #3 scritto da socrate lusacca il 13 marzo 2018 12:08

    Concordo Adriano,
    ma credo si possa dire che, oltre alla analisi cruda (realistica) del tramonto politico di Berlusconi,
    le parti propositive guardano al futuro…
    Quanto al PD si potrebbe fare lo stesso discorso, ma credo che ci si debba riflettere, e parecchio.
    La mia impressione (già indicata): ha esaurito la sua funzione nei termini portati avanti in passato. un aggiornamento ideologico nei fatti mantenendo i metodi del centralismo democratico; considerando la rendita di posizione del traino di sindacati e mondo cooperativo non regge più.
    Se ne stanno andando per conto loro: il distacco avvenuto in Emilia non è solo un segnala ma una prima grande breccia…

    buona giornata

    RE Q
  4. #4 scritto da socrate lusacca il 13 marzo 2018 12:19

    Vero Andrea,
    l’elaborazione manageriale e culturale di M5S è molto più lenta della crescita del consenso (che gli viene dalla domanda di cambiamento).

    L’arretratezza, l’ignoranza sui temi economici del nostro Stato, sui princìpi di fondo che reggono i conti in casa, pesa moltissimo sul livello di incompetenza dei candidati e poi parlamentari, ministri ecc. Ciò che conta è l’espressione del voto e tutti adottano argomenti meno che demagogici: profondamente errati.

    Un esempio:
    Il ministro del lavoro in pectore M5S sostiene che si devono cambiare le leggi per incrementare il lavoro a lunga durata.
    Sostiene che le aziende, quando non sono obbligate al posto fisso, investono meno…. che per farle investire bisogna obbligarle a tenersi i dipendenti. In questo modo sono obbligate a investire…

    teorie da seduto sulla sedia; l’ascia l’impressione che non abia esperienza di cosa sia un’azienda.

    Che Dio ce la mandi buona

    buona giornata

    RE Q
  5. #5 scritto da Miserabile di Montecristo il 13 marzo 2018 15:16

    Egregio Saccavini, temo che il ministro del lavoro, in pectore, del M5S stia semplicemente confondendo la causa con l’effetto.

    Guarda ai paesi più progrediti, con aziende tecnologicamente avanzate e manodopera altamente specializzata, e quindi difficilmente sostituibile, e nota che là il lavoro è più stabile e la crescita più sostenuta.

    Peccato che non sia la stabilità a portare crescita, ma la crescita a portare la stabilità.

    Dettaglio non da poco. Spero per l’Italia che non arrivino mai a dover mettere alla prova le loro fantasiose teorie con la dura realtà dei fatti: il disastro che ne seguirebbe potrebbe richiedere intere generazioni per essere messo a posto.

    RE Q
  6. #6 scritto da socrate lusacca il 13 marzo 2018 15:47

    L’esempio citato ha proprio la funzione di far rendere palese un terapia economica che cura i sintomi dimenticando il cuore da cui è generato il problema.

    Il lavoro stabile non esiste più e non esisterà, qualsiasi cosa si faccia.
    Il ciclo utile di una competenza, una professione, un lavoro, una specializzazione è, se va bene, inferiore a un decennio.
    La tendenza sarà quasi certamente rivolta all’abbreviazione perché le novità che si accumulano ogni giorno sui tavoli delle aziende, generano rivoluzioni nel fare impresa.
    A volte piccole, altre volte addirittura tali da chiudere il business.

    Per conseguenza deve essere ripensato il processo che genera il lavoro e lo mantiene con continuità:
    > specializzazioni che rispondano alla domanda del periodo;
    > uno spazio formativo verso le aree collaterali alla propria professione, per tenersi aggiornati e pronti a rispondere la cambiamento,
    > disponibilità al cambiamento (verso cui c’è una resistenza naturale, da cui si deve uscire)

    In pratica ciascuno di noi deve adattarsi ad essere imprenditore di se stesso
    (chi fa impresa è abituato a ciò; occorre uno sforzo perché diventi un approccio mentale di tutti)

    quanto siamo distanti da questo sintetico, essenziale quadretto?

    RE Q
  7. #7 scritto da Loris Cereda il 13 marzo 2018 22:20

    Ringrazio il Signor Carena per il commento.
    Io però non credo che un discorso simile sia possibile farlo per il PD.
    Innanzitutto nel PD il laboratorio di idee è stato sicuramente più fecondo negli ultimi anni, e, piacciano o no, leggi come quella sulle unioni civili, dimostrano una voglia propositiva che nel Centro del CDX è mancata.

    Inoltre il serbatoio potenziale del PD è a mio avviso finito in gran parte nel M5S dove si è rivolta (non nella sua totalità ma in buona parte) quella sinistra anti-liberale che si è rivoltata contro leggi liberali come il Job Act.

    Recuperare quella sinistra e mantenersi al centro di una coalizione di CSX sarà la sfida politica che dovrà affrontare il PD, sarebbe stato molto più facile se il 10% fosse finito a Liberi e Uguali invece che al M5S.

    Poi Renzi, anche qui piaccia o no, era un leader giovane e con un buon carisma…
    Quindi non mi pare ci fosse un’assenza di leadership.

    Infine dubito che ci siano margini di recupero nel mondo dell’astensionismo.

    RE Q
  8. #8 scritto da socrate lusacca il 13 marzo 2018 22:35

    Non è simpatico, neppure di grande utilità, soffermarsi troppo sui problemi di casa d’altri.
    Circa il PD locale, affari loro.
    Riguardo al PD nazionale, alla grande macchina che comprende mondo cooperativo, associazioni, sindacati assicurazioni e finanza, questo si sta sgretolando, con scricchiolii pericolosi.
    Non si è finora dato peso nei media al crollo letterale in Emilia e regioni rosse. Rimane ancora il partito più votato ma sempre in minoranza netta.
    Le coop si sono divise o si stanno dividendo; sembrerebbe che in particolare (ma non l’unica) l’area ex bianca (Confcooperative) stia avvicinandosi a M5S.. che verso questa area si stia muovendo con attenzione il sistema economico e associativo che ha riferimenti in Vaticano.
    Il sistema sindacati non si sente più rappresentato politicamente dal PD e soprattutto nell’area scuola (circa un terzo dei dipendenti pubblici) sono andati a M5S e qualcosa a LeU.
    Si sbaglierebbe se fossero visti come abbandoni dal carattere elastico, che possano tornare indietro facilmente.
    Presto per una sentenza defiitiva, ma cinque anni sono duri da passare così ridimensionati, senza poter muovere iniziative politiche tali da generare consenso dalle grandi masse.
    La vedo critica…

    RE Q
 
 

sottoscrivi il feed dei commenti

SetPageWidth