Lavoro, economia, elezioni: niente trucchi, guardiamo alla realtà

Le notizie che riguardano il lavoro in questo mese pre elettorale segnalano qualche aspetto non negativo: aumentano gli occupati e si riduce in modo significativo la disoccupazione dei giovani. Andiamo meglio di prima, da ormai tre anni… lentamente, marginamente, ma il lavoro non diminuisce. Restiamo comunque il paese europeo che ha la minor occupazione, che cresce meno. Quindi?

Facciamo parte dell’Europa anche sul piano economico. Se l’Europa cresce ne abbiamo i riflessi. Andiamo al traino dato che nei dieci anni siamo il paese che è meno cresciuto. Il nostro paese investe meno, molto meno: nel pubblico perché buttiamo quasi tutto nelle spese correnti; nel privato a causa di un’esagerata tassazione. Questo il limite sul piano economico, della nostra crescita.

Se un poco dei riflessi positivi europei si riverberano anche sul nostro paese, in queste condizioni non significa che stiamo andando bene, che la strada che si sta facendo è giusta. Restiamo con problemi paese molto seri, finora non risolti. la realtà è questa, non contestabile. E’ illogico prima ancora che sbagliato, attribuire la responsabilità al fiscal compact che non ci permette di aumentare di più il debito pubblico.

Guardiamo adesso, sul lavoro, la qualità della crescita nell’occupazione. I contratti sono nella quasi totalità a tempo determinato: le assunzioni stabili sono circa il 12% del totale. Questo dato richiede una lettura da più angolazioni: una di fondo e non modificabile riguarda le modifiche sempre più intense del sistema produzione/lavoro che rendono le competenze obsolete in tempi più brevi .

Un altro aspetto è la composizione del lavoro: i servizi, sono tendenzialmente occasione di lavori parziali, per ore o giorni di settimana, di mesi o stagione. L’Italia ha subito in dieci anni il taglio delle attività produttive in misura pesante (dal 20 al 25%), quindi il mix vede un maggior peso delle attività leggere, di servizi. Legate al turismo, pubblici esercizi, ecc. La crescita di questo settore genera lavoro leggero e parziale.

Il lavoro a termine non deve essere considerato negativo. Rappresenta un altro modo di vivere la propria vita utile; dai cambiamenti più frequenti.  Come individui richiede un impegno proattivo maggiore, perché il lavoro non lo regala nessuno. Questa vita lavorativa variabile, in senso verticale o trasversale è destinata a rappresentare il futuro del lavoro, in misura crescente. Qui ci vanno modifiche normative e supporti perché il lavoro breve o medio trovi una continuità di reddito e di offerta nell’occupazione: questo è compito della politica (non ne sta parlando nessuno! ma forse è un argomento non semplice e facile).

Ritenere che siano le leggi del lavoro a creare lavoro fisso o a termine è una sonora stupidaggine. Obbligare le aziende ad assumere dipendenti fissi genera solo criticità allo sviluppo e sottolavoro o perfino lavoro nero. Quindi le proposte elettorali che girano sono demagogiche. Ma si può incrementare il lavoro fisso? Si può  ancora, e si può farlo in modo consistente, modificando il rapporto attuale fisso/a termine: 12/88.

Perché ciò avvenga occorre creare le condizioni di crescita di occupazione stabile. Bisogna mettere il sistema nelle condizioni di crescere nell’attività manifatturiera, nella produzione. Sostenere in ogni modo le aziende che esportano, che coprono domanda ancora aperta che viene dalle aree che devono crescere. Leve  importanti in questa direzione sono la normativa del lavoro, la tassazione complessiva, la riduzione de cuneo fiscale.

Ciascuna delle macro indicazioni richiede approfondimenti. Ma di queste non se ne parla. Limitiamoci qui a ricordare a Gentiloni che fa appello perché le imprese investano al Sud, il tema delle gabbie salariali: il termine che sul territorio stabilisce retribuzioni in funzione del costo della vita (abolito nel 1969/70). Il costo medio della vita è calcolato al Sud fino al 25% in meno rispetto al Nord.

Reintrodurre un sistema che parametra la paga in rapporto al costo della vita,  aiuterebbe non poco a rilanciare le attività produttive al Sud. Meglio un lavoro dignitoso e parametrato al vivere che uno stipendio migliore ma che riduce drasticamente le imprese capaci di affrontarlo. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, come dice il proverbio.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 14 gennaio 2018 11:25

    I contratti a termine sono in crescita un po’ dappertutto, l’Italia rappresenta un’anomalia per la proporzione tra contratti a termine e contrati a tempo determinato.
    La soluzione, però, non può essere quella di aumentare (ancora?) il già alto costo dei contratti a termine così da renderli non convenienti, perché in questo caso l’effetto, oltre a una generalizzata perdita di competitività, sarà un massiccio spostamento verso il lavoro nero!

    Luigi, ma dove potrà mai andare l’Italia se un leader politico si permette di dire in televisione che, dal momento che si è passati da una crescita del 2-% a un +1%, l’Italia cresce del 3%?
    Il vero problema non è il politico che furbescamente, non posso pensare sia in buona fede, fa una tale dichiarazione, ma i i gonzi che se la bevono!

    Una piccola dimostrazione pratica (esagero con i numeri perché così risulta più evidente):
    - il mio PIL all’anno zero è 100;
    - nell’anno uno faccio -70%, per cui il mio PIL diventa 30;
    - nell’anno due faccio +35 e il mio PIL diventa 40,5. Non sono cresciuto del 105% e sono ancora (molto) più povero di quanto non fossi due anni fa!
    E’ chiaro?

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 14 gennaio 2018 15:52

    Il segretario del PD deve vendere il bicchiere mezzo pieno anche se è quasi vuoto.

    Sta sotto elezioni e deve parlar bene del suo operato.
    Che nel 2017 il PIl sia cresciuto di 1,4 è positivo…. ma:

    Siamo comunque il paese che in Europa è cresciuto meno (tranne Grecia e Finlandia)
    Se l’economia europea cresce del 2% è fisiologico il riflesso di crescita anche per l’italia, che non è locomotiva ma va a rimorchio, con un peso grave del debito pubblico (che aumenta ogni anno e non certo per colpa dell’Europa), un costo insostenibile della macchina pubblica, vera palla al piede del fare impresa in Italia.

    Il percorso dal 2007 a oggi vede un’Europa che è cresciuta oltre il 10%, l’Italia che a malapena si avvicina al 2007….
    Lo stato di cose, la realtà, è quella di un paese fermo… stagnante.
    Incapace di incidere nelle strutture obsolete per venir fuori dalla crisi.

    da qui deve partire l’analisi di ogni candidato ….
    siamo certi che nessuno affronterà il vero problema del paese.. i veri immensi problemi che ci stanno affossando.

    buona domenica Andrea

    RE Q

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