Elezioni e Democrazia nel terzo millennio: dove potrà andare?

La Democrazia del secolo scorso non funziona nel terzo millennio. Per i nostri lettori non è una novità, ma questa constatazione che non si può contestare fatica a entrare nel comune sentire dei molti. Certo estranea alle questioni che dibatte il sistema dei partiti in competizione elettorale: i partiti sono interessati a conservarlo questo modo del fare democrazia che assegna il potere mediante il voto/delega.

Intervenire sui principi della Democrazia è questione di enorme rilievo. Non lo fanno i partiti, che mirano a conservare la delega, disponibili (neanche troppo) a considerare le forme con cui si applica (maggioritario, presidenziale in forma più o meno forte), ecc. ma stiamo vivendo una situazione che le motivazioni del voto/delega dell’Ottocento sono ogni giorno più deboli: analfabetismo diffuso e macchinosità nel raccogliere tempestivamente e agilmente la volontà dei Cittadini, adesso non ci sono più, ormai da decenni.

Se il sistema democratico vigente non tratta il tema, diventa sempre più naturale che a prendere l’iniziativa siano i Cittadini, nelle loro più varie forme (per come manifestate nell’Occidente, che più è colpito dalla questione). Crescono i partiti anti-sistema (che non significa antidemocratici, come si tende a descrivere), ma pongono questioni che minano il sistema vigente nella sua capacità di ottenere consenso, di governare. In Europa stiamo vivendo ciò.

Veniamo alla crescita dello spontaneismo che si contrappone alla “democrazia proprietaria dei partiti”. I cambiamenti forti nei sistemi di governo maturano e avvengono in periodi di crisi del sistema vigente: una legge di natura, quasi darwiniana: il più adatto alla mutata situazione batte e vince sul portatore che è stato vincente in precedenza. La società affluente sta adattandosi a una società globale dalle inevitabili differenze che si riducono: rimane affluente per i meno fortunati, coloro che lo erano, stanno fermi.

Il cambiamento in una fase critica come l’attuale, siamo in fase elettorale, richiede un’attenzione adeguata alla complessità dei problemi. Le rivolte alla Masaniello non sono servite in passato, sarebbero un disastro oggi. Il progetto democratico alternativo come può essere quello M5S, ha in sé il delicato compito di affrontare criticità che richiedono un robusto supporto manageriale, ricco di competenze e esperienze.

La democrazia diretta basata su big data e sulla consultazione diffusa è certamente un passaggio rilevante perché le nostre società possano preservare e accrescere, irrobustire, il contenuto democratico nella gestione dello stato. Bisogna temere le idee semplificanti, le soluzioni a portata di mano che, basta essere alla plancia di comando perché arrivi il sol dell’avvenire.

Veniamo da un secolo nel quale la sperimentazione di un’economia pianificata, che superasse lo “sfruttamento”, la rincorsa individuale ad arricchirsi.  la dittatura del proletariato che avrebbe liberato l’umanità costruendo l’Uomo nuovo. Sappiamo come è andata a finire e, nonostante ciò, ancora fette importanti delle nostre società sono qua e là pervase da residui di questo concetto miracolistico elementare.

Nessuno parla più di dittatura del proletariato (esercitata dal segretario politico del partito unico), ma statalismo, monopoli (privati o pubblici), contrasto al fare impresa, la saccenza del volerla ingabbiare e dirigere, condizionarla oltre il necessario, sono pensieri e progetti ancora diffusi. Che ci devono preoccupare, che devono preoccupare soprattutto gli “uomini nuovi” che si affacciano al far politica nel nostro paese.

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