Lo Stato, le Tasse, le Imprese, la Globalizzazione e casa nostra

Il tema a casa nostra, in Italia, non fa parte della campagna elettorale: il debito pubblico e come affrontarlo è un tabù. A chiunque metta gli occhi sui numeri  viene avanti la cifra spaventosa di 2,300 miliardi contro n il che nel 2017 fatica a raggiungere  1.600 l’anno. La spesa pubblica continua a superare le entrate, sempre nel 2017 si lotta per rispettare i limiti richiesti dall’Europa. non sforare oltre 2,4miliardi.

Qualcuno che ne parla c’è: qualche imbecille (la gravità della situazione non ci fa venire un sinonimo che possa attenuare l’attributo) che straparla di battere i pugni a Bruxelles, ritiene così di “farsi rispettare”, mentre Bakitalia spende 70 miiardi l’anno di interessi. Pretendono il rispetto dall’Europa, gli imbecilli. Questo è il loro unico argomento in merito al problemone dell’Italia. Questa descrizione non è nuova, in queste pagine; giova ripeterla.

Il motivo viene a coincidere con la decisione di Trump di ridurre le tasse stabilendo un massimo al 35% per tutti. Una flat tax per i grandi che darà ritorni ai settori d’economia oggi trainanti: la grande finanza, il sistema dei big data e della rete su tutti. Darà benefici competitivi all’industria USA ma non sarà sufficiente. Farà scendere il dollaro poiché amplifica il deficit americano.

La notizia viene trattata come una delle stravaganze della gestione Trump, ma se ne parla poco: la camagna elettorale consiglia forse di non toccare questo tasto, o qualcosa del genere. Anche perché una proposta di flat tax al 25% per l’Italia è uscita dal pensatoio economico Fondazione Einaudi e IBL, . Da realizzare in tre o quattro passi, che portino il paese a riprendere la produzione, il lavoro, l’export, riducendo il debito pubblico.

In termini funzionali la decisione di Trump consente di ragionare al tema su scala globale; proviamo a farlo noi in Italia, su ciò che sarebbe più funzionale. Il taglio delle tasse USA, se prendesse piede diffuso nel mondo, porterebbe a un’ accentuata concorrenza di tutte le imprese sul globo; i prezzi dell’e-commerce sulla rete, prodotti industriali e di consumo, ne subiscono  le conseguenze. Ogni risparmio per chi compra mette fuori mercato i paesi che non tagliano (costi e quindi tasse).

Idem per i paesi che sono in difficoltà a farlo perché troppo esposti, troppo poveri. Fra questi ci siamo anche noi. Bisogna però comprendere che la competizione economica globale è questa. Per i paesi che, come l’Italia e la Germania, vivono di manifattura esportata, la sfida è seria. Le imprese produttive che esportano non possono più, per le tasse,  essere la mucca da mungere.

La tassazione deve essere modulata, agevolando così la crescita di ricchezza e lavoro stabile. Più è competitiva e solida la presenza sul mercato globale, maggiore è l’occupazione di lunga durata: le minori entrate dai tagli alla tassazione delle imprese  generano ricchezza reale, PIL vero, vanno compensate inizialmente con una stretta economica, quindi, segue, all’aumentata capacità di PIL, entrate da tassazione.

Trump negli USA compie una scelta forse troppo semplice, in un’economia dell’Occidente cui la globalizzazione, nella sua tendenza uniformante degli squilibri attuali, assegna un ruolo di riassetto nuovo e non facile . La strada però va anche in questa direzione: lo stato, tutti gli stati dell’Occidente devono costare meno per rimanere in piedi.

L’Italia non lo farà; la classe politica che si presenta alle elezioni su questo tasto non ci sente: non lo può fare perché ottenere voti tagliando il tenore di vita medio, non funziona. C’è paura a compiere il passo:  anche di poco, anche attenuando nella misura del possibile gli effetti alle categorie più deboli. Ci vorrebbe una statura fuori dall’ordinario, capace di attrarre vaste adesioni, uno statista per i nostri tempi  d’emergenza. Destra o sinistra non c’entrano più.

  1. #1 scritto da socrate lusacca il 27 dicembre 2017 11:15

    Un’ipotesi ragionevole… solo un’ipotesi?

    La prossima legislatura dovrà avere al centro questo tema, diventato tabù dopo il referendum. Forse la strada giusta, per aumentare il coinvolgimento dei cittadini, potrebbe essere quella di un’assemblea costituente. È l’unico modo per aprire in maniera ordinata la terza Repubblica invece di subire la dissoluzione caotica della seconda. Serve un luogo per affrontare le pulsioni diverse emerse dal referendum costituzionale e da quelli di Lombardia e Veneto. Un luogo per porre fine alla kermesse delle leggi elettorali estemporanee, ridisegnare il rapporto tra esecutivo e legislativo, per affrontare il tema di una democrazia efficace, che peraltro affiora in tutti i Paesi occidentali”.

    Carlo Calenda.. Corriere 27 12 17 …..
    siamo alla teoria politica, non si parla degli interventi economici.
    Quindi buon senso, per superare i dieci anni di un paese inchiodato, …. ma il difficile viene dopo.
    Ancor più difficile riuscire nell’impresa con un parlamento nel quale tutto il potere è distribuito su ciascuno… dovrebbero rinunciarvi…
    per credere fattibile l’ipotesi, ci vuole una dose massiccia di ottimismo…
    tentare è comunque una buona cosa

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 27 dicembre 2017 18:56

    Siamo quotidianamente martellati da una campagna di disinformazione che tuona contro l’austerity!

    Ma quale austerity se negli ultimi anni la spesa pubblica è sempre aumentata,
    si è sempre fatto deficit, le tasse sono aumentate e il debito pubblico pure?

    D’altra parte l’Italia, e non solo, soffre di bulimia fiscale;
    spende e spande in mille rivoli, per lo più improduttivi,
    con mance fiscali (e bonus vari) a destra e a manca.

    Spendere è facile e genera consenso,
    tagliare è difficile e genera, inevitabilmente, malcontento nel breve periodo;
    visto che in Italia le elezioni sono sempre dietro l’angolo e nessuno vuole perdere consenso

    la “bestia” della spesa pubblica continua a crescere e con essa la pressione fiscale,
    dal momento che le possibilità di fare ulteriore debito sono piuttosto risicate.
    Un circolo vizioso che non poterà a nulla di buono!

    Si intravede all’orizzonte qualcuno che possa cambiare le cose?
    Purtroppo io non lo vedo.

    Tanti auguri per un sereno 2018, ma senza soverchie aspettative.

    RE Q
  3. #3 scritto da socrate lusacca il 27 dicembre 2017 21:10

    Andrea ha ragione, in modo che non si può contestare.

    una sola precisazione, che credo aiuti a capire:
    Ciò che decidono partiti (e per conseguenza i governi)
    è riconducibile direttamente ai partiti
    che infatti sono i decisori delle spese,
    coloro che hanno il consenso in cima ai loro pensieri.

    Quanto al “qualcuno” che possa identificarsi come super-uomo
    in grado di cambiare le cose,
    O meglio (o anche) l’insieme di gruppo che credibilmente si proponga
    la ricostruzione, la rinascita del fare politica, la democrazia,

    siamo oggi in una nebbia londinese degli anni sessanta…

    buona serata e auguri ai lettori

    RE Q
 
 

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