Democrazia del Novecento in crisi: il mondo sta cambiando. Deve farlo anche la politica

La comunicazione partitica del mondo occidentale sono ormai dieci anni che è ridotta a ripetere argomenti storici, che in altri tempi sono stati essenziali, di cui non si puiò disconoscere il valore: la democrazia parlamentare, il ricambio di partiti attraverso il suffragio universale, la libertà di stampa, d’opinione e di pensiero. Argomenti che stanno diventando frusti, inutili se non controproducenti; forse si sta cominciando a capire qualcosa.

Il nocciolo a nostro parere sta nella fine della secolare crescita economica dell’Occidente, praticamente  ininterrotta. Adesso la globalizzazione ha spostato i centri di sviluppo economico. Il globo sta ancora crecendo nell’idustria, nell’economia, nel benessere. Sta avvenendo però in modo diverso, nei  paesi nuovi. Ne beneficiano tutti, ma meno, molto meno, il vecchio Occidente.

Da qui viene la crisi del far politica nel modo delegato ancora oggi praticato. Ciò è stato possibile grazie a un consenso diffuso che viene dallo sviluppo, dal benessere che, decennio dopo decennio ha visto tutti beneficiare. I sistemi del gestire la politica a questo sistema si sono adattati, hanno fatto esperienza e i partiti sono diventati esperti. Padroneggiano la macchina del consenso, sanno usarne le leve.

Finito il bengodi, riducensodi lentamente ma inesorabilmente il lavoro stabile, che dura una generazione; finiti i nuovi beni semidurevoli, i risparmi privati hanno molto minori obiettivi su cui destinare nuovi acquisti, con le conseguenti crescite di fabbriche, di PIL, di benessere. Siamo in una fase che si avverte incerta, senza prospettive visibili da offrire come futuro immediato alle generazioni d’oggi.

La politica del Novecento non sa come reagire, i partiti si stanno dimostrando inadatti, inutili, a volte hanno del grottesco. Senza che finora la società, la cultura, ancor meno i partiti, si siano impegnati a elaborare il superamento della crisi. Non tanto economica, ma di rappresentanza, di contenuti, per un cambiamento e programma che siano in grado di tracciare un percorso serio, di questo periodo lungo come la traversata di un deserto.

Situazione che magari in pochi sono in grado di leggere? Più probabilmente, il sistema novecentesco della democrazia nella società affluente, non sanno come affrontare e soprattuto curano di mantenere il potere che viene loro dalla delega del secolo scorso.  Quindi nessuno ne parla. Gli effetti, di fronte all’incapacità di leggere e indirizzare un processo che la società possa condividere, sono un graduale disinteresse di Cittadini, elettori. La società concreta.

L’istintiva ricerca di un’alternativa all’incapacità dei partiti e politici d’oggi, porta ad un percorso sul domani che non riguarda il parterre dei propositori. Il disinteresse o la spinta a soluzioni che semplificano: una gstione dello stato più decisionista, un sistema che sia realmente presidenzialista. Un De Gaulle in grado di imporre la soluzione non l’abbiamo.

Il tentativo di Renzi che un anno fa ha portato avanti in modo intuitivo, anche con contraddizioni, ha clamorosamente perso. Logico, perché portato avanti contro l’intero insieme dei potentati che il potere si spartiscono. Siamo impaludati con i gruppetti che aumentano, camarille che si spartiscono pezzettini del potere. La politica ufficiale che dovrebbe oggi rappresentare la Democrazia, se ne sta allontanando sempre di più. Un rinviare, un rimandare… finché dura.

Non ne usciremo con formule che aggregano pezzi e minuzie di potere. Diventa ogni giorno più chiaro che ci vuole altro: o la democrazia è capace di rinnovarsi internamente proponendo un processo e una rappresentanza nella quale la società si riconosce, o proseguirà il degrado fino alla disgregazione. I Cittadini nel loro profondo, questo stato di cose lo intuiscono.

Ribadire la democrazia delegata d’oggi come l’unico strumento perenne, che si perpetua all’infinito, è autoreferenziale. Non è credibile. Ciò che nel 1946 erano valori, oggi la società non è più sicura di riconoscerli, anzi lo è sempre meno. Un problema che è davvero molto serio. La politica, i partiti, è ora che la smettano di fisssare il loro ombellico d’interessi:  alzino la testa  guardino davvero al futuro del paese.

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