Gestione all’italiana del risparmio: i cambiamenti di cui poco si conosce

Se ne parla poco dei P.I.R.  (Piani Individuali di Risparmio). In pratica con una legge del 2017 è possibile per ogni individuo investire fino a 150mila euro esentasse se il 70% dell’investimento viene fatto in aziende che operano in Italia per la durata minima di 5 anni (moltiplicabile per ogni familiare). VEDI la descrizione de ilsole24ore, che ci sembra puntuale.

Finalmente qualcuno a Roma è riuscito a vincere le fortissime resistenze verso una normativa che agevolasse l’investimento in aziende italiane da parte dei risparmiatori. Non c’è mai stata da noi, mentre  in tutti i paesi più avanzati (USA e Regno Unito su tutti) sono operanti da anni e questo fenomeno porta a investimenti del risparmio privato per migliaia di miliardi, a generare lavoro e ricchezza nel paese.

La mancanza di una del genere  normativa è fra le maggiori responsabili dell’assurdo italiano. Abbiamo un debito pubblico di 2.300 miliardi (che ci costa 70 miliardi di interessi), mentre il risparmio complessivo sarebbe di 4.600, ma che chi dice anche 5.200 miliardi, che dorme nelle banche. Banche che hanno finora  goduto del monopolio nella gestione del risparmio privato.

Se per ipotesi (come in Giappone) gli italiani investissero in titoli dello stato per il 10% dei loro risparmi, il nostro debito pubblico verso l’estero sarebbe quasi azzerato. Gli interessi del debito resterebbero in Italia. Tutte le istituzioni mondiali e europee dormirebbero sonni più tranquilli e la gestione finanziaria del paese potrebbe essere più ordinata.

I meccanismi che agevolano e tutelano l’investimento individuale nell’economia nazionale sono una delle soluzioni assimilabili all’impiego nel debito pubblico, ma molto migliori sugli effetti per l’economia: il risparmio così viene dirottato verso attività che producono ricchezza e lavoro, anziché verso lo Stato che è stato, e finora rimane, sprecone e inefficiente nell’impiegare le nostre tasse.

Con un secolo di ritardo abbiamo tolto alle banche il monopolio di gestore del risparmio privato. Diciamo meglio: stiamo cercando di toglierlo, perché il sistema banca italiano è fortemente contrario (in ciò appoggiato dai partiti statalisti, che vedono l’impresa privata come il fumo negli occhi, che vorrebbero tutto statale o condizionato dallo stato).

La catena debole di questa novità è la disabitudine diffusa, l’ignoranza del risparmiatore medio verso uno strumento di investimento dall’intermediazione leggera. Le offerte di investimento nei P.I.R. sono tuttora pilotate dalle banche, che vogliono mantenere il controllo dei risparmi depositati. Banche che poi distribuiscono soldi anche per fare favori a politici, locali o meno, o amici dei medesimi.  Con esiti di cui abbiamo visto gli effetti: debiti insoluti (NPL, in gergo) alle stelle e fallimenti.

Questa dei P.I.R. è una fase di rodaggio che richiede tempi medio-lunghi. Dovrebbe essere accompagnata da semplificazioni normative e meccanismi informativi e di aggiornamento sistematici. Infatti i media  (a cominciare dalle tv) non ne parlano o quasi. Ci vorrà tempo quindi, mentre i mestieranti che intermediano potranno profittare di un accumulo di liquidità, superiore alle aziende che si quotano.

Con tutti questi problemi, che restato, si sta assistendo a un primo movimento interessante. Il nanismo delle imprese italiane sembra muoversi, potendo sfruttare un accesso ai capitali più semplice e meno costoso. Aiuterà la crescita, anche di dimensioni, potendo usufruire di questo strumento, ma ci vorrà tempo

Non è così che si potrà superare in tempi brevi il problema del debito, ma certo può aiutare. Come in altre occasioni, noi diamo per scontato che, prima o poi, il 10% almeno dei nostri risparmi sia destinato a coprire il debito pubblico fatto dai partiti.  Ci andrà bene se in cambio ci verrà dato un controvalore in debito pubblico.

Quanto ai P.I.R. rimane la osservazione che anche ilsole24ore segnala: la raccolta di fondi può facilmente essere superiore, anche di molto, rispetto al capitale di rischio richiesto da nuove imprese (sia per nuove quotazioni, sia per obbligazioni). Si può generare un bolla, che poi gli intermediari faticheranno a collocare in termini profittevoli.

Il vantaggio di fondo  dovrebbe venire dalla partecipazione a una crescita di valore (capital gain) delle piccole aziende che crescono, se questo si realizza solo parzialmente, il vantaggio si riduce. Oltre all’altro problema immanente: il costo della intermediazione finanziaria in Italia è troppo elevato, fino a tre volte superiore rispetto agli altri paesi (e questo mangia il margine netto per chi mette i soldi).

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 22 novembre 2017 18:19

    Vorrei invitare i lettori (possibili risparmiatori/investitori)
    alla massima cautela nell’uso di questi strumenti pseudo-innovativi e potenzialmente molto rischiosi.
    Non fatevi ingolosire dall’esenzione fiscale!

    I PIR investono, in misura sensibile, sul segmento Mid Cap della borsa italiana, e una loro massiccia diffusione, sull’onda dei risultati positivi del momento accompagnati dall’esenzione fiscale, rischiano davvero di creare una grossa bolla per eccesso di domanda.
    Tanto per capirci nell’ottobre 2015 l’indice FTSE MID CAP della Borsa Italiana (VEDI), valeva 33.607,
    un anno dopo, ottobre 2016, valeva 30.555 (-9,08%),
    oggi, dopo l’approvazione a fine dell’anno scorso dei PIR, vale 42.612 (+39,46%).

    Pensate davvero che una crescita di quasi il 40% in un anno sia legata alle performance delle aziende
    o sia piuttosto l’effetto di un eccesso di domanda (con potenziale bolla)?

    Non vorrei sentire, tra qualche anno, i piagnistei di gente che ha investito (e perso malamente una parte dei propri risparmi) e che invoca l’aiuto di Stato, perché la Costituzione, più bella del mondo (sic!), tutela il risparmio.

    PRUDENZA! Massima attenzione, affidatevi a mani esperte e,
    a meno di manovre altamente speculative,
    diversificate!

    RE Q
  2. #2 scritto da socrate lusacca il 22 novembre 2017 18:57

    L’analisi di Andrea viene da uno che ne sa… non va trascurata.

    Sui grandi numeri e sui tempi lunghi la situazione deve essere vista guardando agli analoghi mercati occidentali,
    che gestiscono cifre da paura, e in genere coprono (o meglio, attenuano le perdite) nei casi di orso alle borse maggiori.

    La prudenza è d’obbligo,
    sicuramente ci portiamo dietro rischi da ignoranza e scarsa attenzione ai temi economici,
    all’abitudine di fidarsi della banca per decidere dove mettere i propri risparmi
    (con le sorprese del caso)

    Diversificando e con prudenza, l’investimento nel Mid Cap (e nelle obbligazioni di aziende italiane) può essere considerata.

    ciò che manca è l’esperienza, manca l’abitudine a scegliere in proprio informandosi,
    quindi partire con prudenza….

    buona serata

    RE Q
 
 

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