Mercato e salario minimo. In Svizzera si informa!

La Svizzera non è in Europa; un peccato, perché non avrebbe poco da insegnare in termini di democrazia applicata, cominciando dai referendum. Il Canton Ticino ha votato un anno fa è passato un referendum che si propone un salario minimo al di sotto del quale le aziende non possono andare. Motivo di questo referendum sono i frontalieri che vengono retribuiti meno degli svizzeri e “portano via il lavoro” ai ticinesi.

Il lavoro sta riducendosi in tutti i paesi occidentali. La motivazione è comprensibile: Confindustria chiede che non sia possibile alle aziende di trasporto italiane di trasferirsi in Polonia o Romania per poi assumere autisti al costo molto minore, previsto in queti paesi, con effetti pesanti anche sul piano delle entrate fiscali, facendo concorrenza alle società di trasporto italiane.

Ciò che ci colpisce di questo articolo che IBL ci fa conoscere, riguarda la cultura economica e la chiarezza con cui gli effetti del salario minimo sono descritti sul più diffuso quotidiano del Ticino. In modo trasparente viene descritta ogni conseguenza che può derivare dalla sua applicazione. Considerando con equilibrio i pro e i contro. Una lezione di giornalismo, di cultura economica diffusa. Lontano anni luce dalle beghe potici o sociali che appaiono sulla nostra stampa… Buona lettura.

SALARIO MINIMO, DIGNITÀ E LIBERA CONTRATTAZIONE

La ridotta competitività delle imprese e l’aumento della disoccupazione

(Carlo Lottieri Rassegna Stampa IBL 10 Novembre 2017) Resta sempre vivo, nella regione, il dibattito sul salario minimo. Dopo che più di due anni fa il voto popolare aveva approvato l’iniziativa «Salviamo il lavoro in Ticino» e dopo che nell’agosto, scorso il Tribunale federale ha respinto i ricorsi di quanti, a Neuchâtel, avrebbero voluto impedire l’applicazione di un reddito minimo orario di 20 franchi, è chiaro che ormai si tratta soltanto di vedere come e in quale modo si tradurrà in norma la volontà espressa dal popolo. Il Governo ha fatto ieri la sua proposta. Le forze sociali e politiche continueranno a confrontarsi alla ricerca di una soluzione che non lasci nessuno insoddisfatto. Pur accettando l’esito di quel voto, rimane opportuno sul piano del dibattito delle idee continuare a interrogarsi sull’opportunità di una simile misura.

Quanti difendono l’introduzione di un minimo salariale lo fanno invocando la dignità del lavoro. L’argomento più comunemente utilizzato è che ognuno avrebbe diritto a ricevere una retribuzione, decente, in grado di assicurare una vita decorosa. Da qui l’urgenza d’impedire salari troppo bassi. Sull’altro fronte, in genere, si è incapaci di dare risposte adeguate. Quanti interpretano le esigenze del mondo imprenditoriale di solito si limitano a rilevare che in taluni settori l’introduzione di minimi troppo elevati potrebbe compromettere la competitività delle aziende. Dinanzi a chi chiede una tutela per i lavoratori meno qualificati non sembra sempre efficace contrapporre l’esigenza di preservare quei profitti che spingono varie imprese a restare qui.

È vero che senza quelle attività non vi sarebbero i posti di lavoro che esse creano, ma dinanzi a una simile contrapposizione molti possono pensare che sia giusto che i «ricchi» industriali siano costretti a realizzare profitti un po’ meno elevati se questo serve ad aiutare i «poveri» dipendenti. In qualche altra occasione si sente contestare il minimo salariale sulla base degli argomenti, senza dubbio solidi, che sono stati formulati da una lunga schiera di economisti. È abbastanza facile comprendere, infatti, che ogni innalzamento del minimo salariale mette fuori mercato quanti, a quel prezzo, non sono più valutati interessanti da chi cerca lavoro. Immaginiamo, ad esempio, che si stabilisca una tariffa oraria minima di 30 franchi per le lezioni private di matematica o tedesco: gli studenti universitari che oggi chiedono (e ottengono) 20 oppure 25 franchi potrebbero non avere più la possibilità di lavorare, dato che al costo di 30 franchi è possibile trovare docenti laureati e con esperienza.

Questi argomenti sulla ridotta competitività delle imprese e sull’aumento della disoccupazione sono fondati. Al tempo stesso sembra sempre che vi sia il timore di evocare quello che dovrebbe essere il tema cruciale all’interno di questo dibattito: ossia, la libertà negoziale. La norma che fissa un salario minimo, in effetti, in primo luogo produce una limitazione della libertà di scelta e di contratto. In virtù di quella norma, quanti cercano collaboratori e quanti offrono i propri servizi sono meno liberi. L’intenzione di aiutare le fasce più deboli, certo molto nobile, sembra non curarsi del fatto che l’imposizione di questa legge impedisce una serie di accordi volontari. Non si tratta soltanto di paternalismo, perché ancor più grave è il fatto che si accetti senza problemi di imporre agli altri la propria volontà e che non vi siano scrupoli dinanzi alla possibilità di usare la forza della legge per ostacolare relazioni volontarie.

Quando fosse introdotta una norma simile, l’atto del tutto pacifico di due soggetti che intendono comprare e vendere lavoro a un determinato prezzo diverrebbe un reato. La storia è ricca di vicende simili. Quando per aiutare le attività di un Paese e ostacolare la concorrenza estera (oltre che per favorire gli interessi degli industriali locali) si introdussero barriere doganali e sbarramenti protezionistici, il risultato fu che certe attività mercantili che duravano da decenni furono trasformate in traffici illegali: una semplice legge mutò i commercianti in contrabbandieri.

Quanti sono a favore del minimo salariale invocano la dignità di ogni persona ed è sicuramente vero che in una società civile si deve coltivare un sacro rispetto per l’altro. Proprio per questo motivo, però, bisognerebbe in primo luogo evitare il più possibile di ricorrere alla coazione della legge per contrastare relazioni di mercato e impedire accordi liberamente sottoscritti. Come insegnò Friedrich von Hayek nel 1944, la via verso la schiavitù è fatta di tanti piccoli passi nella direzione sbagliata, di tante piccole riforme che anche con le migliori intenzioni ci impediscono di disporre di noi stessi e svuotano di contenuto la nostra autonomia di persone indipendenti (Dal Corriere del Ticino, 9 novembre 2017)

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