Farà crollare il paese, il familismo amorale diffuso che permea tutto l’apparato pubblico

Nei giorni scorsi i media si sono occupati di concorsi alle università, taroccati, com’è abitudine. Candidati vincenti predefiniti la cui “qualità” e l’appartenenza a una cordata baronal;  presidi che si spartiscono i posti. Inquisiti a decine… La cosa che non viene detta ma è da dare per scontata, è il ritorno.

Ognuno di costoro ha il suo orto, riconosciuto dal “sistema interno” per cui al conduttore dell’orto ci si rivolge per ottenere la nomina. Quale sia il corrispettivo, come si dice: l’utilità, possiamo solo immaginarla. Tuttavia è da dare per certo: diversamente, con un sistema nel quale è prevalente l’etica e il valore sociale della propria funzione, i meccanismi sarebbero meritocratici. Andrebbero a insegnare i migliori.

Quest’ultimo evento è macroscopico perché “inguaia” decine di “stimati” professori, ma quante volte lo avremo già sentito raccontare riguardo alle baronie in medicina e negli ospedali. O in altre facoltà in prevalenza umanistiche. Probabilmente minori nei politecnici dato che la qualità personale del candidato è più oggettivamente determinante e visibile. Ma anche qui ne abbiamo sentite di storielle miserevoli.

L’atteggiamento amorale di questo comportamento venne studiato e descritto da un ricercatore USA negli anni Quaranta, facendo una ricerca sociologica in un paese lucano. Il contesto della società contadina d’allora focalizzava l’amoralità entro la famiglia: tutto ciò che tornava alla famiglia utile era bene, in qualunque modo e forma fosse ottenuto.

Quest’amoralità familiare si è diffusa e sembra oggi divenuta prassi, neppure tanto nascosta. Scontato che i dipendenti pubblici siano raccomandati dalla partitocrazia: l’utilità del partito è il ritorno in consenso, in voti (quando non è peggio, ammesso che farlo per soldi sia meno nobile dell’agire in dispregio dei principi fondanti della democrazia.

Pensiamo adesso alla RAI, ad esempio.  Ma viene alla mente l’impianto Alfasud a Pomigliano (anni Sessanta). Alla selezione delle maestranze l’ing. Forghieri, non disposto a subire gli ordini di assunti dei  partiti locali del tempo (se non si ricorda male De Mita, poi Presidente del Consiglio), per non piegarsi fu costretto alle dimissioni.

Sappiamo come è poi finita l’Alfa Romeo… ma potremmo parlare di tutti gli ambienti pubblici, in tutti i settori. La ragnatela dell’amoralità pubblica diffusa è pervasiva e occupa tutto. È trasversale.  L’effetto di questo sistema amorale diffuso, maleodorante, nel  quale a vincere sono servilismo e amicizie, disponibilità a ossequiare e servire la volontà del sovrastante, a mercanteggiare il voto, sta mandando in malora il paese.

Coloro che vivono di una propria dignità, rispetto delle regole; quelli che non sono disposti a comportamenti   amorali costi quel che costi, anche rinunciando a vantaggi personali  attuali o futuri, sono molti. La grande maggioranza dei Cittadini al di fuori dell’area partitica e pubblica. La prevalenza degli amorali nell’ambito delle strutture dello Stato da al nostro Paese  un’immagine men che mediocre, quasi ogni giorno.

Gli effetti sono nel potere legislativo (il Parlamento); con un mercanteggiare infinito, l’accontentare questa o quella congrega, la corrente, il partitino, per ottenere voti e potere, votini e poterini. Le leggi e i codici scoppiano di infinite regolette e norme contradditorie o di scarsa comprensione.

Concordate con gli ordini professionali, che a loro volta mercanteggiano (avvocati, notai, giù giù fimo ai tassisti, ecc.). Riguarda tutto, lo ripetiamo; il familismo amorale allargato sta ricoprendo tutta la torta pubblica come una glassa al cioccolato che man mano si allarga e deborda.

Scriviamo ancora (non è la prima volta) su questo argomento per una vicenda che risale al 1992, raccontata oggi in un volumone giuridico, da un emerito docente di diritto. Riguarda la magistratura, racconta di un concorso in magistratura, che fa emergere un verminaio di compromissioni che desta ribrezzo (VEDI). Nessuno dei media ha ripreso la vicenda, che spara una luce fredda sulle possibili compromissioni sistemiche che riguardano l’organo principe, autonomo:  il potere giudiziario. Leggano i lettori, leggano… e traggano la loro conclusione.

Il sistema amorale della cosa pubblica è una piovra che tutto sta coprendo, che tutto condiziona, che si diffonde man mano con le nomine cooptate, mercanteggiate, ove il merito è banalizzato. Azzerato il saper fare, l’intelligenza, le capacità. Chiusi in una casta pubblica di familismo amorale diffuso, ove su tutto fa premio la convenienza reciproca.  Asserragliati in un castello di cooptati, non potranno essere sconfitt. La Democrazia nel Paesenon c’è più: comandano loro.  Un oliato consenso interno che monopolizza le decisioni.

Viene alla mente l’ex giudice Gherardo Colombo che, ormai dieci anni fa, una sera a Robbiolo, si diffondeva nel descrivere l’amoralità diffusa a livello personale, alla cura del tornaconto che prevale sul vivere civile, sull’onestà interna di ciascuno. Conseguenza della  sempre più diffusa mala politica dei partiti, che fa scuola. Quanto buon senso in questa azione da missionario della legalità, del corretto agire, dell’onestà.

Ci troviamo in una situazione  che potrà mutare sol dopo un crollo drammatico (da cui sul piano dell’indebitamento non siamo lontani). I Cittadini, tutti i Cittadini che alla politica sono estranei, che non vivono di scambi di favori ma del loro impegno quotidiano per tenerein piedi la famiglia, l’azienda, il commercio, il Paese, devono prenderne coscienza e buttarli giù. Azzerando tutto e ricominciando da capo.

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